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Clelia by Giuseppe Garibaldi

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Carlo Traverso, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team.



Giuseppe Garibaldi



Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico





PREFAZIONE DELL'EDITORE


Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale
Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul
manoscritto non ve n'era tracciato alcuno.

L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo
acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando
la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi
l'abbiamo seguito.

Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL
GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle
idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di
risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio
intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era
più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro.

Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il
primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione
inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro,
confessandolo.


GLI EDITORI

Fratelli Rechiedei


Milano 1870



CAPITOLO I CLELIA
CAPITOLO II ATTILIO
CAPITOLO III LA CONGIURA
CAPITOLO IV I TRECENTO
CAPITOLO V L'INFANTICIDIO
CAPITOLO VI L'ARRESTO
CAPITOLO VII IL LEGATO
CAPITOLO VIII IL MENDICO
CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE
CAPITOLO X L'ORFANA
CAPITOLO XI IL RICOVERO
CAPITOLO XII LA SUPPLICA
CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA
CAPITOLO XIV SICCIO
CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI
CAPITOLO XVI LA TRIADE
CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA
CAPITOLO XVIII L'ESILIO
CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA
CAPITOLO XX ALLE TERME
CAPITOLO XXI IL TRADITORE
CAPITOLO XXII LA TORTURA
CAPITOLO XXIII I BRIGANTI
CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE
CAPITOLO XXV LO YACHT
CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA
CAPITOLO XXVII IL DESERTO
CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA
CAPITOLO XXIX LA FORESTA
CAPITOLO XXX IL CASTELLO
CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE
CAPITOLO XXXII GASPARO
CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA
CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO
CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO
CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO
CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI
CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO
CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO
CAPITOLO XL IL MATRIMONIO
CAPITOLO XLI IL BATTESIMO
CAPITOLO XLII LA SOLITARIA
CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO
CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE
CAPITOLO XLV LA PUGNA
CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA
CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA
CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE
CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA
CAPITOLO L IMBOSCATA
CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO
CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE
CAPITOLO LIII VENEZIA
CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA
CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE
CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE
CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI
CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T....
CAPITOLO LIX IL DUELLO
CAPITOLO LX ROMA
CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO
CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA
CAPITOLO LXIII IL RACCONTO
CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO
CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI
CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI
CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE
CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI
CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI
CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO
CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE
CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO

APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI
FATTI ISTORICI
ACQUAPENDENTE--MONTE LIBRETTI--VEROLA--MONTEROTONDO--MENTANA
RIEPILOGO
IL PANDEMONIO
I DUE TRADIMENTI





PREFAZIONE


1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui
campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse
i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come
dovere sacro.

2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul
debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del
vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti.

3. Infine campare un po' anche col mio guadagno.

Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna
lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente,
che far male.

Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlerò dei morti. Dei vivi
meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli
uomini si giudicano bene dopo morti.

(1) Proverbio, detto.

Stanco della realtà della vita, io stesso ho creduto bene di adottare
il genere, romanzo storico.

Di ciò che appartiene alla storia, credo essere stato interprete
fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiché particolarmente
negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli
narrare con esattezza.

Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui
mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze
del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui
scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo.


GIUSEPPE GARIBALDI





CAPITOLO I

CLELIA


Come era bella la perla del Trastevere!

Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come
folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era
maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia
avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile
robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per
fuggire dal Campo di Porsenna.

(2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna.

Oh sì! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi
ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci?

Ma le Eminenze? Codeste serpi della città santa, i cui cagnotti con
ogni più vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei
padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma?
Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua
quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3).

(3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani.

"Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, _factotum_ e
favorito di Sua Santità) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque
costo. Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può
alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al
fianco di quel vecchio imbecille"(4).

(4) Pio IX (N.d.c.).

E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla
laconica risposta di "sì Eminenza" moveva senz'altro all'infame
missione.

Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne,
robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventù romana,
non della gioventù effeminata data alle dissipazioni, piegata al
servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle
legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava.

Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la
bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i
rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura.

(5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore
Adriano

Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi
dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua
famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in
Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere,
ove padroneggiano preti.

Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di
costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e
sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa
aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non
solo, ma era adorata da tutti i vicini.

Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma
la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa
famiglia tutti si adoravano.

Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del
prelato nella sera dell'8 febbraio 1866.

Gianni si era già presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di
Fidia(6) che non se n'era accorto, perché si trovava con le spalle
voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute
si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò
sino all'altro lembo della via. Pareva già all'emissario di sentirsi
piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate.

(6) Celeber.

Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla
sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si
sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia
dello studio.

"Buona sera, sor Manlio", principiò con voce di falsetto il mal
capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno
scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un
individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di
servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia
schiatta dei Quiriti.

"Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che
finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il
cardinale Procopio,--proseguì,--m'incarica di dire a V. S. che egli
desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo
oratorio".

"E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio.

"Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con
l'E. S.".

Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta
gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza
dipendere dai preti?

Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi
protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni
d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole
pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione
delle moltitudini.

Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e
mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le
quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andrò" rispose
seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un
profondo saluto si accomiatò.

"Il primo passo è fatto", mormorò tra sé il mercurio
dell'eminentissimo; "ora è d'uopo cercare un posto di osservazione e
di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinchè il lettore lo
sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio
affidava la seconda parte in così fatte imprese.

Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi
d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto
facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle
genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per
sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene
spirituale. Ora il secolo è un po' positivo, bada al tanto per cento
più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per
mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa
d'abitatori(7)

(7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora
appena 210 mila.

Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo,
se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che
aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai
alle ribalderie commesse in servizio loro.




CAPITOLO II

ATTILIO


Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove
lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la
Clelia; appunto così s'era acceso per lei di altissimo affetto.

Clelia vinceva di beltà le più leggiadre donzelle di Roma, e forse era
altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per
una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la
sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il
cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia.

Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il
loro destino per tutta la vita.

Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli
passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad
una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde
la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con
quella del suo prediletto.

Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo
aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio
suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e
dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male
per la sorte della bella fanciulla. Imperocché i pochi eletti della
popolazione romana sanno ciò che si possa aspettare dai settantadue(9)
tanto più corrotti e lascivi quanto più son ricchi e potenti non
mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle.

(8) Preveduto (N.d.C.)
(9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma

Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiù verso la Lungara
che il nostro amico già si trovava sulle sue peste seguendolo con aria
sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le
curosità che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei
templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo è ornata la meravigliosa
metropoli del mondo.

E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno
stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna.
Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva
nascosto in seno.

Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima
volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva
svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si
sarebbe bagnato con voluttà da cannibale.

E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero
condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante
volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d'un pugnale immerso
nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno.

Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la
stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel
vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone.

"È dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don
Procopio il favorito ed il più dissoluto della caterva dei masnadieri
principi di Roma; e andò innanzi immerso nelle sue riflessioni.




CAPITOLO III

LA CONGIURA


Privilegio dello schiavo è la congiura e pochi sono gli italiani di
tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano
congiurato. E poiché il dispotismo dei preti è il più esoso di tutti,
il più degradante ed infame, si può tenere per certo che il cospirar
dei Romani dati dal dominio di questi impostori.

La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il
Colosseo; perciò Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che
si chiamava il Gianni, anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di
Campo Vaccino(10).

(10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome sì glorioso!

Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla città
santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo
mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone, o
sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito
dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e
si prepara a delizioso riposo, di vivande ripieno e di vini prelibati.

Là nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine,
tetro, imponente, segnando a questa generazione di schiavi cento
passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma,
sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle già oppresse nazioni
crollò, non cadde.

Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna
vederlo in una oscura notte di tempesta, illuminato dal lampo, scosso
dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi.

Tale era la notte dell'8 febbraio, quando i congiurati ad uno ad uno
per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle
fiere, avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe.
È privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di
Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e
forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi, perché sulla terra
dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un
gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena, ove si contende la
liberazione de' popoli.

Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re, ve ne eran varie
più spaziose delle altre, forse in antico destinate agli imperanti,
alla corte, ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non
seggioloni, non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli
adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran
per loro pareti, tribune, sedili.

Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si
vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della
libertà romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al
recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta
di mano tra i vicini, poiché tutti eran conoscenti ed amici.

Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udì nel
recinto che gridò: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce
dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia
accanto alla prima voce illuminò centinaia di fisonomie simpatiche di
giovani quasi tutti al disotto dei trenta, ed altre torcie si accesero
qua e là per vincere l'oscurità della notte.

I preti non mancan di spie e spie famose sono i preti stessi, onde ad
alcuno sembrerà strano che una massa di congiurati potesse riunirsi
impunemente in Roma. Ma bisogna riflettere che nella santa città vi
sono deserti e che il Campo Vaccino, principale di quei deserti,
racchiude tante rovine quante forse non sono tutte insieme le rovine
del mondo. Poi, in una città come quella, un mercenario, che ama la
pelle sopra ogni cosa del mondo e fa servigi più in apparenza che in
fatti, non corre ad avventurare la codarda sua vita in quelle macerie,
assai men secure delle vie di Roma ove un uomo onesto è già sì poco
sicuro.

In una città superstiziosa come è la Metropoli cattolica, non mancano
leggende di apparizioni tra le rovine, né manca chi ci crede. Anzi si
conta: che in una notte tempestosa come questa, due sgherri più
avventati degli altri, avvicinandosi nelle loro ricerche al Colosseo
scorsero una certa luce e contenti di tale scoperta, si fecero innanzi
per riconoscerla; ma che procedendo verso quella parve loro vedere
fantasmi così spaventevoli, che sopraffatti dal terrore se la diedero
a gambe, perdendovi uno il cappello e l'altro la sciabola che aveva
tentato di sguainare, ma che tremante lasciò cadere e non ebbe il
coraggio di fermarsi per raccoglierla, e via.

I fantasmi altro non erano che i nostri giovani, i quali nel ritirarsi
inciamparono nel cappello e nella sciabola e siccome le loro
sentinelle avevano osservato l'approssimarsi delle spie e la loro
fuga, ne venne che la scoperta degli insperati trofei produsse tra
loro un'immensa ilarità.




CAPITOLO IV

I TRECENTO


La prima voce che s'udì nel loggione era voce d'uno da noi conosciuto:
la voce di Attilio.

Attilio, l'intemerato, a vent'anni era stato con voti unanimi eletto
da quei generosi a capitano. Tanto è il prestigio del valore e della
virtù e, diciamolo pure, anche dell'avvenenza e robustezza del corpo!
E Attilio meritava la fiducia dei suoi compagni. Alla bellezza
dell'Antinoo egli aggiungeva il profilo e il cuore del leone.

Dopo aver girato Io sguardo sull'adunanza ed essersi assicurato che
tutti erano muniti di un nastro nero al braccio sinistro (segno di
lutto per gli schiavi, da non deporsi sino alla liberazione di Roma, e
segno di ricognizione dei trecento) Attilio così cominciò:

"Fratelli! Sono ormai due mesi che le soldatesche straniere, unico
puntello del papato, devono sgombrare e non lo fanno. Essi lordano
ancora le nostre contrade e sotto pretesti futili rioccupano le
posizioni che già aveano abbandonate quando dovevano uniformarsi alla
Convenzione del settembre 1864. Or tocca a noi. Pazientammo diciotto
anni, subimmo il doppio giogo, egualmente esacrato, dello straniero e
del prete. Ed in questi ultimi anni, pronti a menar le mani, fummo
trattenuti da quella setta ermafrodita che si chiama de' moderati, e
altra moderazione non ha e non usa che quella d'impedire il fare e il
far bene: setta infame e divoratrice siccome il prete, pronta sempre a
patteggiare collo straniero, a far mercato dell'onor nazionale pur
d'impinguare sull'erario dello Stato che trascina a sicura rovina.

Di fuori i nostri amici son pronti e noi accusano di neghittosi.
L'esercito, meno la parte legata alla pagnotta, è tutto con noi. Le
armi che aspettavamo, per distribuire al popolo, sono giunte e stanno
in luogo sicuro. Di munizioni ne abbiamo più del bisogno.

A che dunque tardare più oltre? Oual nuova occasione dobbiamo
aspettare? Il nostro grido sia: "All'armi"...".

E "All'armi! all'armi!" fu la risposta dei trecento congiurati.

La stanza romita dove forse gli antichi eroi venivano ancora nella
notte a meditare sul servaggio delle nazioni, rimbombò al grido dei
trecento giovani, che giuravano di voler libera Roma, e l'eco diffuse
tra le secolari macerie dello sterminato Colosseo il maschio grido di
quella coorte.

Trecento! Trecento come i compagni di Leonida, come gli eroi
dell'antica famiglia dei Fabii, erano i giovani nostri amici; i quali
non avrebbero ceduto il loro posto, sia di liberatori, sia di martiri
per un impero.

"Che Dio vi benedica, anime predilette!--riprese Attilio.--Non ebbi
mai dubbio dell'unanime eroica vostra risolutezza per l'opera santa!
Noi felici, cui la sorte affidò la redenzione dell'antica padrona del
mondo dopo tanti secoli di servaggio e di brutture pretine.

Or come ognuno di voi ebbe la sua parte di popolo, suddiviso per
rioni, ad educare, così quella stessa parte di popolo sia da ciascuno
di voi guidata il giorno della battaglia che non sarà lontana, il
giorno in cui verranno infranti i ceppi della nostra Roma e risorgerà
questo popolo che il prete, schiuma d'inferno, il prete solo, poteva
depravare, corrompere, abbruttire a tal segno da cambiare il
grandissimo fra tutti i popoli nel più meschino, più abbietto, ed
ultimo popolo della terra.

Sì, è stato il prete che ha avuto il merito di educare gli italiani
all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la
pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri esercitassero l'umiltà
cristiana; mentre predicava l'austerità della vita, egli sguazzava
nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco
la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a
lui se la metà di noi porta il gobbo, od ha la spina dorsale curvata!
La lotta che siamo per imprendere è santa. E a noi, non solo l'Italia,
ma il mondo sarà grato se giungeremo a liberarlo da questa
maledizione. Imperocché tenete per certo che nel mondo intero sarà
possibile la fratellanza umana ove sia liberato dai preti...".

A questo punto era arrivato col suo ardente discorso Attilio, quando
un lampo improvviso illuminò la vasta navata del Colosseo, come se a
un tratto mille torcie si fossero accese per incanto. Al lampo tenner
dietro le tenebre più fitte di prima ed un terribile tuono scosse fino
dalle fondamenta la sterminata mole.

Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la
morte in qualunque guisa, né rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse
colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un
seguito della meteora, s'udì una voce di disperazione risonare nel
vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori
di sé, grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai
congiurati.

Silvio fu il primo che la riconobbe, e:

"Povera Camilla!" sclamò il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera
Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che
l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe
servire di stanza".

Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti
di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna
al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata
verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno,
trattenerla.

"Vedendo una giovane donna--dissero le sentinelle--abbiamo creduto
farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per
arrestarla. In altro modo ci è stato impossibile il farlo".

Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli
occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e
cadde a terra boccone, così dolorosamente singhiozzando da intenerire
le pietre.

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