Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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29
Le sopravenne Ferrau ed Orlando;
che l'uno e l'altro parimente giva
di su di giu, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch'era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perche l'annel ch'ella si pose in mano,
fece d'Atlante ogni disegno vano.
30
L'usbergo indosso aveano e l'elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
ne notte o di, dopo ch'entraro in questa
stanza, l'aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perche in uso l'avean tanto.
Ferrau il terzo era anco armato, eccetto
che non avea ne volea avere elmetto,
31
fin che quel non avea, che 'l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch'allora lo giuro, che l'elmo fino
cerco de l'Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
ne pero Ferrau pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre la dentro foro.
32
Era cosi incantato quello albergo,
ch'insieme riconoscer non poteansi.
Ne notte mai ne di, spada ne usbergo
ne scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l'arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all'uscita,
d'orzo e di paglia sempre era fornita.
33
Atlante riparar non sa ne puote,
ch'in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all'auree chiome ed a' begli occhi neri
de la donzella, ch'in fuga percuote
la sua iumenta, perche volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l'altro avria.
34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe si, che temer piu non dovea
che contra lor l'incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l'annel che le schivo piu d'un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lascio come insensati e sciocchi.
35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch'a ritornar l'avessero nel regno
di Galafron ne l'ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si muto di voglia in uno istante:
e senza piu obligarsi o a questo o a quello,
penso bastar per amendua il suo annello.
36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli e intercetta
o lepre o volpe, a cui dava la caccia,
che d'improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non e vista, e i lor progressi osserva.
37
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne puo andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferrau non bada,
ne Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia piu ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.
38
Giunti che fur, correndo, ove i sentieri
a perder si venian ne la foresta,
e cominciar per l'erba i cavallieri
a riguardar se vi trovavan pesta;
Ferrau, che potea fra quanti altieri
mai fosser, gir con la corona in testa,
si volse con mal viso agli altri dui,
e grido lor: - Dove venite vui?
39
Tornate a dietro, o pigliate altra via,
se non volete rimaner qui morti:
ne in amar ne in seguir la donna mia
si creda alcun, che compagnia comporti. -
Disse Orlando al Circasso: - Che potria
piu dir costui, s'ambi ci avesse scorti
per le piu vili e timide puttane
che da conocchie mai traesser lane?
40
Poi volto a Ferrau, disse: - Uom bestiale,
s'io non guardassi che senza elmo sei,
di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male,
senz'altra indugia accorger ti farei. -
Disse il Spagnuol: - Di quel ch'a me non cale,
perche pigliarne tu cura ti dei?
Io sol contra ambidui per far son buono
quel che detto ho, senza elmo come sono. -
41
- Deh (disse Orlando al re di Circassia),
in mio servigio a costui l'elmo presta,
tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia;
ch'altra non vidi mai simile a questa. -
Rispose il re: - Chi piu pazzo saria?
Ma se ti par pur la domanda onesta,
prestagli il tuo; ch'io non saro men atto,
che tu sia forse, a castigare un matto. -
42
Soggiunse Ferrau: - Sciocchi voi, quasi
che, se mi fosse il portar elmo a grado,
voi senza non ne fosse gia rimasi;
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.
Ma per narrarvi in parte li miei casi,
per voto cosi senza me ne vado,
ed andero, fin ch'io non ho quel fino
che porta in capo Orlando paladino. -
43
- Dunque (rispose sorridente il conte)
ti pensi a capo nudo esser bastante
far ad Orlando quel che in Aspramonte
egli gia fece al figlio d'Agolante?
Anzi credo io, se tel vedessi a fronte,
ne tremeresti dal capo alle piante;
non che volessi l'elmo, ma daresti
l'altre arme a lui di patto, che tu vesti. -
44
Il vantator Spagnuol disse: - Gia molte
fiate e molte ho cosi Orlando astretto,
che facilmente l'arme gli avrei tolte,
quante indosso n'avea, non che l'elmetto;
e s'io nol feci, occorrono alle volte
pensier che prima non s'aveano in petto:
non n'ebbi, gia fu, voglia; or l'aggio, e spero
che mi potra succeder di leggiero. -
45
Non pote aver piu pazienza Orlando
e grido: - Mentitor, brutto marrano,
in che paese ti trovasti, e quando,
a poter piu di me con l'arme in mano?
Quel paladin, di che ti vai vantando,
son io, che ti pensavi esser lontano.
Or vedi se tu puoi l'elmo levarme,
o s'io son buon per torre a te l'altre arme.
46
Ne da te voglio un minimo vantaggio. -
Cosi dicendo, l'elmo si disciolse,
e lo suspese a un ramuscel di faggio;
e quasi a un tempo Durindana tolse.
Ferrau non perde di cio il coraggio:
trasse la spada, e in atto si raccolse,
onde con essa e col levato scudo
potesse ricoprirsi il capo nudo.
47
Cosi li duo guerrieri incominciaro,
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi;
e dove l'arme si giungeano, e raro
era piu il ferro, col ferro a tentarsi.
Non era in tutto 'l mondo un altro paro
che piu di questo avessi ad accoppiarsi:
pari eran di vigor, pari d'ardire;
ne l'un ne l'altro si potea ferire.
48
Ch'abbiate, Signor mio, gia inteso estimo,
che Ferrau per tutto era fatato,
fuor che la dove l'alimento primo
piglia il bambin nel ventre ancor serrato:
e fin che del sepolcro il tetro limo
la faccia gli coperse, il luogo armato
uso portar, dove era il dubbio, sempre
di sette piastre fatte a buone tempre.
49
Era ugualmente il principe d'Anglante
tutto fatato, fuor che in una parte:
ferito esser potea sotto le piante;
ma le guardo con ogni studio ed arte.
Duro era il resto lor piu che diamante
(se la fama dal ver non si diparte);
e l'uno e l'altro ando, piu per ornato
che per bisogno, alle sue imprese armato.
50
S'incrudelisce e inaspra la battaglia,
d'orrore in vista e di spavento piena.
Ferrau, quando punge e quando taglia,
ne mena botta che non vada piena:
ogni colpo d'Orlando o piastra o maglia
e schioda e rompe ed apre e a straccio mena.
Angelica invisibile lor pon mente,
sola a tanto spettacolo presente.
51
Intanto il re di Circassia, stimando
che poco inanzi Angelica corresse,
poi ch'attaccati Ferrau ed Orlando
vide restar, per quella via si messe,
che si credea che la donzella, quando
da lor disparve, seguitata avesse:
si che a quella battaglia la figliuola
di Galafron fu testimonia sola.
52
Poi che, orribil come era e spaventosa,
l'ebbe da parte ella mirata alquanto,
e che le parve assai pericolosa
cosi da l'un come da l'altro canto;
di veder novita voluntarosa,
disegno l'elmo tor, per mirar quanto
fariano i duo guerrier, vistosel tolto;
ben con pensier di non tenerlo molto.
53
Ha ben di darlo al conte intenzione;
na se ne vuole in prima pigliar gioco.
L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone,
e sta a mirare i cavallieri un poco.
Di poi si parte, e non fa lor sermone;
e lontana era un pezzo da quel loco,
prima ch'alcun di lor v'avesse mente:
si l'uno e l'altro era ne l'ira ardente.
54
Ma Ferrau, che prima v'ebbe gli occhi,
si dispicco da Orlando, e disse a lui:
- Deh come n'ha da male accorti e sciocchi
trattati il cavallier ch'era con nui!
Che premio fia ch'al vincitor piu tocchi,
se 'l bel elmo involato n'ha costui? -
Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira:
non vede l'elmo, e tutto avampa d'ira.
55
E nel parer di Ferrau concorse,
che 'l cavallier che dianzi era con loro
se lo portasse; onde la briglia torse,
e fe' sentir gli sproni a Brigliadoro.
Ferrau che del campo il vide torse,
gli venne dietro; e poi che giunti foro
dove ne l'erba appar l'orma novella
ch'avea fatto il Circasso e la donzella,
56
prese la strada alla sinistra il conte
verso una valle, ove il Circasso era ito:
si tenne Ferrau piu presso al monte,
dove il sentiero Angelica avea trito.
Angelica in quel mezzo ad una fonte
giunta era, ombrosa e di giocondo sito,
ch'ognun che passa, alle fresche ombre invita,
ne, senza ber, mai lascia far partita.
57
Angelica si ferma alle chiare onde,
non pensando ch'alcun le sopravegna;
e per lo sacro annel che la nasconde,
non puo temer che caso rio le avegna.
A prima giunta in su l'erbose sponde
del rivo l'elmo a un ramuscel consegna;
poi cerca, ove nel bosco e miglior frasca,
la iumenta legar, perche si pasca.
58
Il cavallier di Spagna, che venuto
era per l'orme, alla fontana giunge.
Non l'ha si tosto Angelica veduto,
che gli dispare, e la cavalla punge.
L'elmo, che sopra l'erba era caduto,
ritor non puo, che troppo resta lunge.
Come il pagan d'Angelica s'accorse,
tosto ver lei pien di letizia corse.
59
Gli sparve, come io dico, ella davante,
come fantasma al dipartir del sonno.
Cercando egli la va per quelle piante
ne i miseri occhi piu veder la ponno.
Bestemiando Macone e Trivigante,
e di sua legge ogni maestro e donno,
ritorno Ferrau verso la fonte,
u' ne l'erba giacea l'elmo del conte.
60
Lo riconobbe, tosto che mirollo,
per lettere ch'avea scritte ne l'orlo;
che dicean dove Orlando guadagnollo,
e come e quando, ed a chi fe' deporlo.
Armossene il pagano il capo e il collo,
che non lascio, pel duol ch'avea, di torlo;
pel duol ch'avea di quella che gli sparve,
come sparir soglion notturne larve.
61
Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa,
aviso gli e, che a contentarsi a pieno,
sol ritrovare Angelica gli resta,
che gli appar e dispar come baleno.
Per lei tutta cerco l'alta foresta:
e poi ch'ogni speranza venne meno
di piu poterne ritrovar vestigi,
torno al campo spagnuol verso Parigi;
62
temperando il dolor che gli ardea il petto,
di non aver si gran disir sfogato,
col refrigerio di portar l'elmetto
che fu d'Orlando, come avea giurato.
Dal conte, poi che 'l certo gli fu detto,
fu lungamente Ferrau cercato;
ne fin quel di dal capo gli lo sciolse,
che fra duo ponti la vita gli tolse.
63
Angelica invisibile e soletta
via se ne va, ma con turbata fronte;
che de l'elmo le duol, che troppa fretta
le avea fatto lasciar presso alla fonte.
- Per voler far quel ch'a me far non spetta
(tra se dicea), levato ho l'elmo al conte:
questo, pel primo merito, e assai buono
di quanto a lui pur ubligata sono.
64
Con buona intenzione (e sallo Idio),
ben che diverso e tristo effetto segua,
io levai l'elmo: e solo il pensier mio
fu di ridur quella battaglia a triegua;
e non che per mio mezzo il suo disio
questo brutto Spagnuol oggi consegua. -
Cosi di se s'andava lamentando
d'aver de l'elmo suo privato Orlando.
65
Sdegnata e malcontenta la via prese,
che le parea miglior, verso Oriente.
Piu volte ascosa ando, talor palese,
secondo era oportuno, infra la gente.
Dopo molto veder molto paese,
giunse in un bosco, dove iniquamente
fra duo compagni morti un giovinetto
trovo, ch'era ferito in mezzo il petto.
66
Ma non diro d'Angelica or piu inante;
che molte cose ho da narrarvi prima:
ne sono a Ferrau ne a Sacripante,
sin a gran pezzo per donar piu rima.
Da lor mi leva il principe d'Anglante,
che di se vuol che inanzi agli altri esprima
le fatiche e gli affanni che sostenne
nel gran disio, di che a fin mai non venne.
67
Alla prima citta ch'egli ritruova
(perche d'andare occulto avea gran cura)
si pone in capo una barbuta nuova,
senza mirar s'ha debil tempra o dura:
sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova;
si ne la fatagion si rassicura.
Cosi coperto seguita l'inchiesta;
ne notte, o giorno, o pioggia, o sol l'arresta.
68
Era ne l'ora, che trae i cavalli
Febo del mar con rugiadoso pelo,
e l'Aurora di fior vermigli e gialli
venia spargendo d'ogn'intorno il cielo;
e lasciato le stelle aveano i balli,
e per partirsi postosi gia il velo:
quando appresso a Parigi un di passando,
mostro di sua virtu gran segno Orlando.
69
In dua squadre incontrossi: e Manilardo
ne reggea l'una, il Saracin canuto,
re di Norizia, gia fiero e gagliardo,
or miglior di consiglio che d'aiuto;
guidava l'altra sotto il suo stendardo
il re di Tremisen, ch'era tenuto
tra gli Africani cavallier perfetto:
Alzirdo fu, da chi 'l conobbe, detto.
70
Questi con l'altro esercito pagano
quella invernata avean fatto soggiorno,
chi presso alla citta, chi piu lontano,
tutti alle ville o alle castella intorno:
ch'avendo speso il re Agramante invano,
per espugnar Parigi, piu d'un giorno,
volse tentar l'assedio finalmente,
poi che pigliar non lo potea altrimente.
71
E per far questo avea gente infinita;
che oltre a quella che con lui giunt'era,
e quella che di Spagna avea seguita
del re Marsilio la real bandiera
molta di Francia n'avea al soldo unita;
che da Parigi insino alla riviera
d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto
alcune rocche) avea tutto suggetto.
72
Or cominciando i trepidi ruscelli
a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde,
e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli
a rivestirsi di tenera fronde;
raguno il re Agramante tutti quelli
che seguian le fortune sue seconde,
per farsi rassegnar l'armata torma;
indi alle cose sue dar miglior forma.
73
A questo effetto il re di Tremisenne
con quel de la Norizia ne venia,
per la giungere a tempo, ove si tenne
poi conto d'ogni squadra o buona o ria.
Orlando a caso ad incontrar si venne
(come io v'ho detto) in questa compagnia,
cercando pur colei, come egli era uso,
che nel carcer d'Amor lo tenea chiuso.
74
Come Alzirdo appressar vide quel conte
che di valor non avea pari al mondo,
in tal sembiante, in si superba fronte,
che 'l dio de l'arme a lui parea secondo;
resto stupito alle fattezze conte,
al fiero sguardo, al viso furibondo:
e lo stimo guerrier d'alta prodezza;
ma ebbe del provar troppa vaghezza.
75
Era giovane Alzirdo, ed arrogante
per molta forza, e per gran cor pregiato.
Per giostrar spinse il suo cavallo inante:
meglio per lui, se fosse in schiera stato;
che ne lo scontro il principe d'Anglante
lo fe' cader per mezzo il cor passato.
Giva in fuga il destrier di timor pieno,
che su non v'era chi reggesse il freno.
76
Levasi un grido subito ed orrendo,
che d'ogn'intorno n'ha l'aria ripiena,
come si vede il giovene, cadendo,
spicciar il sangue di si larga vena.
La turba verso il conte vien fremendo
disordinata, e tagli e punte mena;
ma quella e piu, che con pennuti dardi
tempesta il fior dei cavallier gagliardi.
77
Con qual rumor la setolosa frotta
correr da monti suole o da campagne,
se 'l lupo uscito di nascosa grotta,
o l'orso sceso alle minor montagne,
un tener porco preso abbia talotta,
che con grugnito e gran stridor si lagne;
con tal lo stuol barbarico era mosso
verso il conte, gridando: - Addosso, addosso! -
78
Lance, saette e spade ebbe l'usbergo
a un tempo mille, e lo scudo altretante:
chi gli percuote con la mazza il tergo,
chi minaccia da lato, e chi davante.
Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo,
estima la vil turba e l'arme tante,
quel che dentro alla mandra, all'aer cupo,
il numer de l'agnelle estimi il lupo.
79
Nuda avea in man quella fulminea spada
che posti ha tanti Saracini a morte:
dunque chi vuol di quanta turba cada
tenere il conto, ha impresa dura e forte.
Rossa di sangue gia correa la strada,
capace a pena a tante genti morte;
perche ne targa ne capel difende
la fatal Durindana, ove discende,
80
ne vesta piena di cotone, o tele
che circondino il capo in mille volti.
Non pur per l'aria gemiti e querele,
ma volan braccia e spalle e capi sciolti.
Pel campo errando va Morte crudele
in molti, vari, e tutti orribil volti;
e tra se dice: - In man d'Orlando valci
Durindana per cento de mie falci. -
81
Una percossa a pena l'altra aspetta.
Ben tosto cominciar tutti a fuggire;
e quando prima ne veniano in fretta
(perch'era sol, credeanselo inghiottire),
non e chi per levarsi de la stretta
l'amico aspetti, e cerchi insieme gire:
chi fugge a piedi in qua, chi cola sprona;
nessun domanda se la strada e buona.
82
Virtude andava intorno con lo speglio
che fa veder ne l'anima ogni ruga:
nessun vi si miro, se non un veglio
a cui il sangue l'eta, non l'ardir, sciuga.
Vide costui quanto il morir sia meglio,
che con suo disonor mettersi in fuga:
dico il re di Norizia; onde la lancia
arresto contra il paladin di Francia.
83
E la roppe alla penna de lo scudo
del fiero conte, che nulla si mosse.
Egli ch'avea alla posta il brando nudo,
re Manilardo al trapassar percosse.
Fortuna l'aiuto; che 'l ferro crudo
in man d'Orlando al venir giu voltosse:
tirare i colpi a filo ognor non lece;
ma pur di sella stramazzar lo fece.
84
Stordito de l'arcion quel re stramazza:
non si rivolge Orlando a rivederlo;
che gli altri taglia, tronca, fende, amazza;
a tutti pare in su le spalle averlo.
Come per l'aria, ove han si larga piazza,
fuggon li storni da l'audace smerlo,
cosi di quella squadra ormai disfatta
altri cade, altri fugge, altri s'appiatta.
85
Non cesso pria la sanguinosa spada,
che fu di viva gente il campo voto.
Orlando e in dubbio a ripigliar la strada,
ben che gli sia tutto il paese noto.
O da man destra o da sinistra vada,
il pensier da l'andar sempre e remoto:
d'Angelica cercar, fuor ch'ove sia,
teme, e di far sempre contraria via.
86
Il suo camin (di lei chiedendo spesso)
or per li campi or per le selve tenne:
e si come era uscito di se stesso,
usci di strada; e a pie d'un monte venne,
dove la notte fuor d'un sasso fesso
lontan vide un splendor batter le penne.
Orlando al sasso per veder s'accosta,
se quivi fosse Angelica reposta.
87
Come nel bosco de l'umil ginepre,
o ne la stoppia alla campagna aperta,
quando si cerca la paurosa lepre
per traversati solchi e per via incerta,
si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre,
se per ventura vi fosse coperta;
cosi cercava Orlando con gran pena
la donna sua, dove speranza il mena.
88
Verso quel raggio andando in fretta il conte,
giunse ove ne la selva si diffonde
da l'angusto spiraglio di quel monte,
ch'una capace grotta in se nasconde;
e trova inanzi ne la prima fronte
spine e virgulti, come mura e sponde,
per celar quei che ne la grotta stanno,
da chi far lor cercasse oltraggio e danno.
89
Di giorno ritrovata non sarebbe,
ma la facea di notte il lume aperta.
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe;
pur vuol saper la cosa anco piu certa.
Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe,
tacito viene alla grotta coperta:
e fra li spessi rami ne la buca
entra, senza chiamar chi l'introduca.
90
Scende la tomba molti gradi al basso,
dove la viva gente sta sepolta.
Era non poco spazioso il sasso
tagliato a punte di scarpelli in volta;
ne di luce diurna in tutto casso,
ben che l'entrata non ne dava molta;
ma ve ne venia assai da una finestra
che sporgea in un pertugio da man destra.
91
In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco,
era una donna di giocondo viso;
quindici anni passar dovea di poco,
quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso:
ed era bella si, che facea il loco
salvatico parere un paradiso;
ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni,
del cor dolente manifesti segni.
92
V'era una vecchia; e facean gran contese
(come uso feminil spesso esser suole),
ma come il conte ne la grotta scese,
finiron le dispute e le parole.
Orlando a salutarle fu cortese
(come con donne sempre esser si vuole),
ed elle si levaro immantinente,
e lui risalutar benignamente.
93
Gli e ver che si smarriro in faccia alquanto,
come improviso udiron quella voce,
e insieme entrare armato tutto quanto
vider la dentro un uom tanto feroce.
Orlando domando qual fosse tanto
scortese, ingiusto, barbaro ed atroce,
che ne la grotta tenesse sepolto
un si gentile ed amoroso volto.
94
La vergine a fatica gli rispose,
interrotta da fervidi signiozzi,
che dai coralli e da le preziose
perle uscir fanno i dolci accenti mozzi.
Le lacrime scendean tra gigli e rose,
la dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi.
Piacciavi udir ne l'altro canto il resto,
Signor, che tempo e ormai di finir questo.
CANTO TREDICESIMO
1
Ben furo aventurosi i cavallieri
ch'erano a quella eta, che nei valloni,
ne le scure spelonche e boschi fieri,
tane di serpi, d'orsi e di leoni,
trovavan quel che nei palazzi altieri
a pena or trovar puon giudici buoni:
donne, che ne la lor piu fresca etade
sien degne d'aver titol di beltade.
2
Di sopra vi narrai che ne la grotta
avea trovato Orlando una donzella,
e che la dimando ch'ivi condotta
l'avesse: or seguitando, dico ch'ella,
poi che piu d'un signiozzo l'ha interrotta,
con dolce e suavissima favella
al conte fa le sue sciagure note,
con quella brevita che meglio puote.
3
- Ben che io sia certa (dice), o cavalliero,
ch'io portero del mio parlar supplizio,
perche a colui che qui m'ha chiusa, spero
che costei ne dara subito indizio;
pur son disposta non celarti il vero,
e vada la mia vita in precipizio.
E ch'aspettar poss'io da lui piu gioia,
che 'l si disponga un di voler ch'io muoia?
4
Isabella sono io, che figlia fui
del re mal fortunato di Gallizia.
Ben dissi fui; ch'or non son piu di lui,
ma di dolor, d'affanno e di mestizia.
Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui
dolermi piu che de la sua nequizia,
che dolcemente nei principi applaude,
e tesse di nascosto inganno e fraude.
5
Gia mi vivea di mia sorte felice,
gentil, giovane, ricca, onesta e bella:
vile e povera or sono, or infelice;
e s'altra e peggior sorte, io sono in quella.
Ma voglio sappi la prima radice
che produsse quel mal che mi flagella;
e ben ch'aiuto poi da te non esca,
poco non mi parra, che te n'incresca.
6
Mio patre fe' in Baiona alcune giostre,
esser denno oggimai dodici mesi.
Trasse la fama ne le terre nostre
cavallieri a giostrar di piu paesi.
Fra gli altri (o sia ch'Amor cosi mi mostre,
o che virtu pur se stessa palesi)
mi parve da lodar Zerbino solo,
che del gran re di Scozia era figliuolo.
7
Il qual poi che far pruove in campo vidi
miracolose di cavalleria,
fui presa del suo amore; e non m'avidi,
ch'io mi conobbi piu non esser mia.
E pur, ben che 'l suo amor cosi mi guidi,
mi giova sempre avere in fantasia
ch'io non misi il mio core in luogo immondo,
ma nel piu degno e bel ch'oggi sia al mondo.
8
Zerbino di bellezza e di valore
sopra tutti i signori era eminente.
Mostrammi, e credo mi portasse amore,
e che di me non fosse meno ardente.
Non ci manco chi del commune ardore
interprete fra noi fosse sovente,
poi che di vista ancor fummo disgiunti;
che gli animi restar sempre congiunti.
9
Pero che dato fine alla gran festa,
Il mio Zerbino in Scozia fe' ritorno.
Se sai che cosa e amor, ben sai che mesta
restai, di lui pensando notte e giorno;
ed era certa che non men molesta
fiamma intorno al suo cor facea soggiorno.
Egli non fece al suo disio piu schermi,
se non che cerco via di seco avermi.
10
E perche vieta la diversa fede
(essendo egli cristiano, io saracina)
ch'al mio padre per moglie non mi chiede,
per furto indi levarmi si destina.
Fuor de la ricca mia patria, che siede
tra verdi campi allato alla marina,
aveva un bel giardin sopra una riva,
che colli intorno e tutto il mar scopriva.
11
Gli parve il luogo a fornir cio disposto,
che la diversa religion ci vieta;
e mi fa saper l'ordine che posto
avea di far la nostra vita lieta.
Appresso a Santa Marta avea nascosto
con gente armata una galea secreta,
in guardia d'Odorico di Biscaglia,
in mare e in terra mastro di battaglia.
12
Ne potendo in persona far l'effetto,
perch'egli allora era dal padre antico
a dar soccorso al re di Framcia astretto,
manderia in vece sua questo Odorico,
che fra tutti i fedeli amici eletto
s'avea pel piu fedele e pel piu amico:
e bene esser dovea, se i benefici
sempre hanno forza d'acquistar gli amici.
13
Verria costui sopra un navilio armato,
al terminato tempo indi a levarmi.
E cosi venne il giorno disiato,
che dentro il mio giardin lasciai trovarmi.
Odorico la notte, accompagnato
di gente valorosa all'acqua e all'armi,
smonto ad un fiume alla citta vicino,
e venne chetamente al mio giardino.
14
Quindi fui tratta alla galea spalmata,
prima che la citta n'avesse avisi.
De la famiglia ignuda e disarmata
altri fuggiro, altri restaro uccisi,
parte captiva meco fu menata.
Cosi da la mia terra io mi divisi,
con quanto gaudio non ti potrei dire,
sperando in breve il mio Zerbin fruire.
15
Voltati sopra Mongia eramo a pena,
quando ci assalse alla sinistra sponda
un vento che turbo l'aria serena,
e turbo il mare, e al ciel gli levo l'onda.
Salta un maestro ch'a traverso mena,
e cresce ad ora ad ora, e soprabonda;
e cresce e soprabonda con tal forza,
che val poco alternar poggia con orza.
16
Non giova calar vele, e l'arbor sopra
corsia legar, ne ruinar castella;
che ci veggian mal grado portar sopra
acuti scogli, appresso alla Rocella.
Se non ci aiuta quel che sta di sopra,
ci spinge in terra la crudel procella.
Il vento rio ne caccia in maggior fretta,
che d'arco mai non si avento saetta.
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