Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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99
Chi puo contar l'esercito che mosso
questo di contro Carlo ha 'l re Agramante,
contera ancora in su l'ombroso dosso
del silvoso Apennin tutte le piante;
dira quante onde, quando e il mar piu grosso,
bagnano i piedi al mauritano Atlante;
e per quanti occhi il ciel le furtive opre
degli amatori a mezza notte scuopre.
100
Le campane si sentono a martello
di spessi colpi e spaventosi tocche;
si vede molto, in questo tempio e in quello,
alzar di mano e dimenar di bocche.
Se 'l tesoro paresse a Dio si bello,
come alle nostre openioni sciocche,
questo era il di che 'l santo consistoro
fatto avria in terra ogni sua statua d'oro.
101
S'odon ramaricare i vecchi giusti,
che s'erano serbati in quelli affanni,
e nominar felici i sacri busti
composti in terra gia molti e molt'anni.
Ma gli animosi gioveni robusti
che miran poco i lor propinqui danni,
sprezzando le ragion de' piu maturi,
di qua di la vanno correndo a' muri.
102
Quivi erano baroni e paladini,
re, duci, cavallier, marchesi e conti,
soldati forestieri e cittadini,
per Cristo e pel suo onore a morir pronti;
che per uscire adosso ai Saracini,
pregan l'imperator ch'abbassi i ponti.
Gode egli di veder l'animo audace,
ma di lasciarli uscir non li compiace.
103
E li dispone in oportuni lochi,
per impedire ai barbari la via:
la si contenta che ne vadan pochi,
qua non basta una grossa compagnia;
alcuni han cura maneggiare i fuochi,
le machine altri, ove bisogno sia.
Carlo di qua di la non sta mai fermo:
va soccorrendo, e fa per tutto schermo.
104
Siede Parigi in una gran pianura,
ne l'ombilico a Francia, anzi nel core;
gli passa la riviera entro le mura,
e corre, ed esce in altra parte fuore.
Ma fa un'isola prima, e v'assicura
de la citta una parte, e la migliore;
l'altre due (ch'in tre parti e la gran terra)
di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.
105
Alla citta, che molte miglia gira,
da molte parti si puo dar battaglia:
ma perche sol da un canto assalir mira,
ne volentier l'esercito sbarraglia,
oltre il fiume Agramante si ritira
verso ponente, accio che quindi assaglia;
pero che ne cittade ne campagna
ha dietro, se non sua, fin alla Spagna.
106
Dovunque intorno il gran muro circonda,
gran munizioni avea gia Carlo fatte,
fortificando d'argine ogni sponda
con scannafossi dentro e case matte;
onde entra ne la terra, onde esce l'onda,
grossissime catene aveva tratte;
ma fece, piu ch'altrove, provedere
la dove avea piu causa di temere.
107
Con occhi d'Argo il figlio di Pipino
previde ove assalir dovea Agramante;
e non fece disegno il Saracino,
a cui non fosse riparato inante.
Con Ferrau, Isoliero, Serpentino,
Grandonio, Falsirone e Balugante,
e con cio che di Spagna avea menato,
resto Marsilio alla campagna armato.
108
Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,
con Pulian, con Dardinel d'Almonte,
col re d'Oran, ch'esser gigante accenna,
lungo sei braccia dai piedi alla fronte.
Deh perche a muover men son io la penna,
che quelle genti a muover l'arme pronte?
che 'l re di Sarza, pien d'ira e di sdegno,
grida e bestemmia e non puo star piu a segno.
109
Come assalire o vasi pastorali,
o le dolci reliquie de' convivi
soglion con rauco suon di stridule ali
le impronte mosche a' caldi giorni estivi;
come li storni a rosseggianti pali
vanno de mature uve: cosi quivi,
empiendo il ciel di grida e di rumori,
veniano a dare il fiero assalto i Mori.
110
L'esercito cristian sopra le mura
con lance, spade e scure e pietre e fuoco
difende la citta senza paura,
e il barbarico orgoglio estima poco;
e dove Morte uno ed un altro fura,
non e chi per vilta ricusi il loco.
Tornano i Saracin giu ne le fosse
a furia di ferite e di percosse.
111
Non ferro solamente vi s'adopra,
ma grossi massi, e merli integri e saldi,
e muri dispiccati con molt'opra,
tetti di torri, e gran pezzi di spaldi.
L'acque bollenti che vengon di sopra,
portano a' Mori insupportabil caldi;
e male a questa pioggia si resiste,
ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.
112
E questa piu nocea che 'l ferro quasi:
or che de' far la nebbia di calcine?
or che doveano far li ardenti vasi
con olio e zolfo e peci e trementine?
I cerchi in munizion non son rimasi,
che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine:
questi, scagliati per diverse bande,
mettono a' Saracini aspre ghirlande.
113
Intanto il re di Sarza avea cacciato
sotto le mura la schiera seconda,
da Buraldo, da Ormida accompagnato,
quel Garamante, e questo di Marmonda.
Clarindo e Soridan gli sono allato,
ne par che 'l re di Setta si nasconda;
segue il re di Marocco e quel di Cosca,
ciascun perche il valor suo si conosca.
114
Ne la bandiera, ch'e tutta vermiglia,
Rodomonte di Sarza il leon spiega,
che la feroce bocca ad una briglia
che gli pon la sua donna, aprir non niega.
Al leon se medesimo assimiglia;
e per la donna che lo frena e lega,
la bella Doralice ha figurata,
figlia di Stordilan re di Granata:
115
quella che tolto avea, come io narrava,
re Mandricardo, e dissi dove e a cui.
Era costei che Rodomonte amava
piu che'l suo regno e piu che gli occhi sui;
e cortesia e valor per lei mostrava,
non gia sapendo ch'era in forza altrui:
se saputo l'avesse, allora allora
fatto avria quel che fe' quel giorno ancora.
116
Sono appoggiate a un tempo mille scale,
che non han men di dua per ogni grado.
Spinge il secondo quel ch'inanzi sale;
che 'l terzo lui montar fa suo mal grado.
Chi per virtu, chi per paura vale:
convien ch'ognun per forza entri nel guado;
che qualunche s'adagia, il re d'Algiere,
Rodomonte crudele, uccide o fere.
117
Ognun dunque si sforza di salire
tra il fuoco e le ruine in su le mura.
Ma tutti gli altri guardano, se aprire
veggiano passo ove sia poca cura:
sol Rodomonte sprezza di venire,
se non dove la via meno e sicura.
Dove nel caso disperato e rio
gli altri fan voti, egli bestemmia Dio.
118
Armato era d'un forte duro usbergo,
che fu di drago una scagliosa pelle.
Di questo gia si cinse il petto e 'l tergo
quello avol suo ch'edifico Babelle,
e si penso cacciar de l'aureo albergo,
e torre a Dio il governo de le stelle:
l'elmo e lo scudo fece far perfetto,
e il brando insieme; e solo a questo effetto.
119
Rodomonte non gia men di Nembrotte
indomito, superbo e furibondo,
che d'ire al ciel non tarderebbe a notte,
quando la strada si trovasse al mondo,
quivi non sta a mirar s'intere o rotte
sieno le mura, o s'abbia l'acqua fondo:
passa la fossa, anzi la corre e vola,
ne l'acqua e nel pantan fin alla gola.
120
Di fango brutto, e molle d'acqua vanne
tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre,
come andar suol tra le palustri canne
de la nostra Mallea porco silvestre,
che col petto, col grifo e con le zanne
fa, dovunque si volge, ample finestre.
Con lo scudo alto il Saracin sicuro
ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
121
Non si tosto all'asciutto e Rodomonte,
che giunto si senti su le bertresche,
che dentro alla muraglia facean ponte
capace e largo alle squadre francesche.
Or si vede spezzar piu d'una fronte,
far chieriche maggior de le fratesche,
braccia e capi volare; e ne la fossa
cader da' muri una fiumana rossa.
122
Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende
la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo.
Costui venia di la dove discende
l'acqua del Reno nel salato golfo.
Quel miser contra lui non si difende
meglio che faccia contra il fuoco il zolfo;
e cade in terra, e da l'ultimo crollo,
dal capo fesso un palmo sotto il collo.
123
Uccide di rovescio in una volta
Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando:
il luogo stretto e la gran turba folta
fece girar si pienamente il brando.
Fu la prima metade a Fiandra tolta,
l'altra scemata al populo normando.
Divise appresso da la fronte al petto,
ed indi al ventre, il maganzese Orghetto.
124
Getta da' merli Andropono e Moschino
giu ne la fossa: il primo e sacerdote;
non adora il secondo altro che 'l vino,
e le bigonce a un sorso n'ha gia vuote.
Come veneno e sangue viperino
l'acque fuggia quanto fuggir si puote:
or quivi muore; e quel che piu l'annoia,
e 'l sentir che nell'acqua se ne muoia.
125
Taglio in due parti il provenzal Luigi,
e passo il petto al tolosano Arnaldo.
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi
mandar lo spirto fuor col sangue caldo;
e presso a questi, quattro da Parigi,
Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo,
ed altri molti: ed io non saprei come
di tutti nominar la patria e il nome.
126
La turba dietro a Rodomonte presta
le scale appoggia, e monta in piu d'un loco.
Quivi non fanno i Parigin piu testa;
che la prima difesa lor val poco.
San ben ch'agli nemici assai piu resta
dentro da fare, e non l'avran da gioco;
perche tra il muro e l'argine secondo
discende il fosso orribile e profondo.
127
Oltra che i nostri facciano difesa
dal basso all'alto, e mostrino valore;
nuova gente succede alla contesa
sopra l'erta pendice interiore,
che fa con lance e con saette offesa
alla gran moltitudine di fuore,
che credo ben, che saria stata meno,
se non v'era il figliuol del re Ulieno.
128
Egli questi conforta, e quei riprende,
e lor mal grado inanzi se gli caccia:
ad altri il petto, ad altri il capo fende,
che per fuggir veggia voltar la faccia.
Molti ne spinge ed urta; alcuni prende
pei capelli, pel collo e per le braccia:
e sozzopra la giu tanti ne getta,
che quella fossa a capir tutti e stretta.
129
Mentre lo stuol de' barbari si cala,
anzi trabocca al periglioso fondo,
ed indi cerca per diversa scala
di salir sopra l'argine secondo;
il re di Sarza (come avesse un'ala
per ciascun de' suoi membri) levo il pondo
di si gran corpo e con tant'arme indosso,
e netto si lancio di la dal fosso.
130
Poco era men di trenta piedi, o tanto,
ed egli il passo destro come un veltro,
e fece nel cader strepito, quanto
avesse avuto sotto i piedi il feltro:
ed a questo ed a quello affrappa il manto,
come sien l'arme di tenero peltro,
e non di ferro, anzi pur sien di scorza:
tal la sua spada, e tanta e la sua forza!
131
In questo tempo i nostri, da chi tese
l'insidie son ne la cava profonda,
che v'han scope e fascine in copia stese,
intorno a quai di molta pece abonda
(ne pero alcuna si vede palese,
ben che n'e piena l'una e l'altra sponda
dal fondo cupo insino all'orlo quasi),
e senza fin v'hanno appiattati vasi,
132
qual con salnitro, qual con oglio, quale
con zolfo, qual con altra simil esca;
i nostri in questo tempo, perche male
ai Saracini il folle ardir riesca,
ch'eran nel fosso, e per diverse scale
credean montar su l'ultima bertresca;
udito il segno da oportuni lochi,
di qua e di la fenno avampare i fochi.
133
Torno la fiamma sparsa tutta in una,
che tra una ripa e l'altra ha 'l tutto pieno;
e tanto ascende in alto, ch'alla luna
puo d'appresso asciugar l'umido seno.
Sopra si volve oscura nebbia e bruna,
che 'l sole adombra, e spegne ogni sereno.
Sentesi un scoppio in un perpetuo suono,
simile a un grande e spaventoso tuono.
134
Aspro concento, orribile armonia
d'alte querele, d'ululi e di strida
de la misera gente che peria
nel fondo per cagion de la sua guida,
istranamente concordar s'udia
col fiero suon de la fiamma omicida.
Non piu, Signor, non piu di questo canto;
ch'io son gia rauco e vo' posarmi alquanto.
CANTO QUINDICESIMO
1
Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
vincasi o per fortuna o per ingegno:
gli e ver che la vittoria sanguinosa
spesso far suole il capitan men degno;
e quella eternamente e gloriosa,
e dei divini onori arriva al segno,
quando servando i suoi senza alcun danno,
si fa che gl'inimici in rotta vanno.
2
La vostra, Signor mio, fu degna loda,
quando al Leone, in mar tanto feroce,
ch'avea occupata l'una e l'altra proda
del Po, da Francolin sin alla foce,
faceste si, ch'ancor che ruggir l'oda,
s'io vedro voi, non tremero alla voce.
Come vincer si de', ne dimostraste;
ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.
3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,
dove la fiamma subita e vorace
non perdono ad alcun, ma tutti estinse.
A tanti non saria stato capace
tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,
restrinse i corpi e in polve li ridusse,
accio ch'abile a tutti il luogo fusse.
4
Undicimila ed otto sopra venti
si ritrovar ne l'affocata buca,
che v'erano discesi malcontenti;
ma cosi volle il poco saggio duca.
Quivi fra tanto lume or sono spenti,
e la vorace fiamma li manuca:
e Rodomonte, causa del mal loro,
se ne va esente da tanto martoro:
5
che tra' nemici alla ripa piu interna
era passato d'un mirabil salto.
Se con gli altri scendea ne la caverna,
questo era ben il fin d'ogni suo assalto.
Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
e quando vede il fuoco andar tant'alto,
e di sua gente il pianto ode e lo strido,
bestemmia il ciel con spaventoso grido.
6
Intanto il re Agramante mosso avea
impetuoso assalto ad una porta;
che, mentre la crudel battaglia ardea
quivi ove e tanta gente afflitta e morta,
quella sprovista forse esser credea
di guardia, che bastasse alla sua scorta.
Seco era il re d'Arzilla Bambirago,
e Baliverzo, d'ogni vizio vago;
7
e Corineo di Mulga, e Prusione,
il ricco re dell'Isole beate;
Malabuferso che la regione
tien di Fizan, sotto continua estate;
altri signori, ed altre assai persone
esperte ne la guerra e bene armate;
e molti ancor senza valore e nudi,
che 'l cor non s'armerian con mille scudi.
8
Trovo tutto il contrario al suo pensiero
in questa parte il re de' Saracini:
perche in persona il capo de l'Impero
v'era, re Carlo, e de' suoi paladini,
re Salamone ed il danese Ugiero,
ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini,
e 'l duca di Bavera e Ganelone,
e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
9
gente infinita poi di minor conto,
de' Franchi, de' Tedeschi e de' Lombardi,
presente il suo signor, ciascuno pronto
a farsi riputar fra i piu gagliardi.
Di questo altrove io vo' rendervi conto;
ch'ad un gran duca e forza ch'io riguardi,
il qual mi grida, e di lontano accenna,
e priega ch'io nol lasci ne la penna.
10
Gli e tempo ch'io ritorni ove lasciai
l'aventuroso Astolfo d'Inghilterra,
che 'l lungo esilio avendo in odio ormai,
di desiderio ardea de la sua terra;
come gli n'avea data pur assai
speme colei ch'Alcina vinse in guerra.
Ella di rimandarvilo avea cura
per la via piu espedita e piu sicura.
11
E cosi una galea fu apparechiata,
di che miglior mai non solco marina;
e perche ha dubbio per tutta fiata,
che non gli turbi il suo viaggio Alcina,
vuol Logistilla che con forte armata
Andronica ne vada e Sofrosina,
tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo
de' Persi, giunga a salvamento Astolfo.
12
Piu tosto vuol che volteggiando rada
gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei,
e torni poi per cosi lunga strada
a ritrovar i Persi e gli Eritrei;
che per quel boreal pelago vada,
che turban sempre iniqui venti e rei,
e si, qualche stagion, pover di sole,
che starne senza alcuni mesi suole.
13
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
diede licenza al duca di partire,
avendol prima ammaestrato e istrutto
di cose assai, che fora lungo a dire;
e per schivar che non sia piu ridutto
per arte maga, onde non possa uscire,
un bello ed util libro gli avea dato,
che per suo amore avesse ognora allato.
14
Come l'uom riparar debba agl'incanti
mostra il libretto che costei gli diede:
dove ne tratta o piu dietro o piu inanti,
per rubrica e per indice si vede.
Un altro don gli fece ancor, che quanti
doni fur mai, di gran vantaggio eccede:
e questo fu d'orribil suono un corno,
che fa fugire ognun che l'ode intorno.
15
Dico che 'l corno e di si orribil suono,
ch'ovunque s'oda, fa fuggir la gente:
non puo trovarsi al mondo un cor si buono,
che possa non fuggir come lo sente:
rumor di vento e di termuoto, e 'l tuono,
a par del suon di questo, era niente.
Con molto riferir di grazie, prese
da la fata licenza il buono Inglese.
16
Lasciando il porto e l'onde piu tranquille,
con felice aura ch'alla poppa spira,
sopra le ricche e populose ville
de l'odorifera India il duca gira,
scoprendo a destra ed a sinistra mille
isole sparse; e tanto va, che mira
la terra di Tomaso, onde il nocchiero
piu a tramontana poi volge il sentiero.
17
Quasi radendo l'aurea Chersonesso,
la bella armata il gran pelago frange:
e costeggiando i ricchi liti, spesso
vede come nel mar biancheggi il Gange;
e Traprobane vede e Cori appresso;
e vede il mar che fra i duo liti s'ange.
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
usciro fuor dei termini degl'Indi.
18
Scorrendo il duca il mar con si fedele
e si sicura scorta, intender vuole,
e ne domanda Andronica, se de le
parti c'han nome dal cader del sole,
mai legno alcun che vada a remi e a vele,
nel mare orientale apparir suole;
e s'andar puo senza toccar mai terra,
chi d'India scioglia, in Francia o in Inghilterra.
19
- Tu dei sapere (Andronica risponde)
che d'ogn'intorno il mar la terra abbraccia;
e van l'una ne l'altra tutte l'onde,
sia dove bolle o dove il mar s'aggiaccia;
ma perche qui davante si difonde,
e sotto il mezzodi molto si caccia
la terra d'Etiopia, alcuno ha detto
ch'a Nettuno ir piu inanzi ivi e interdetto.
20
Per questo del nostro indico levante
nave non e che per Europa scioglia;
ne si muove d'Europa navigante
ch'in queste nostre parti arrivar voglia.
Il ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare invoglia;
che credono, veggendola si lunga,
che con l'altro emisperio si congiunga.
21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da l'estreme contrade di ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al di presente:
altri volteggiar l'Africa, e seguire
tanto la costa de la negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
22
e ritrovar del lungo tratto il fine,
che questo fa parer dui mar diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d'Indi, d'Arabi e di Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea fersi;
e del sole imitando il camin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo mondo.
23
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
altri all'acquisto del paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di la da l'India ad Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver per tutto vinto.
24
Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e ancor gran tempo stia;
ne che prima si sappia, che la sesta
e la settima eta passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
che vorra porre il mondo a monarchia,
sotto il piu saggio imperatore e giusto,
che sia stato o sara mai dopo Augusto.
25
Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio
nascer sul Reno alla sinistra riva
un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta ritornata viva;
e le virtu che caccio il mondo, quando
lei caccio ancora, uscir per lui di bando.
26
Per questi merti la Bonta suprema
non solamente di quel grande impero
ha disegnato ch'abbia diadema
ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo;
ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai ne al sol ne all'anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un ovile sia, solo un pastore.
27
E perch'abbian piu facile successo
gli ordini in cielo eternamente scritti,
gli pon la somma Providenza appresso
in mare e in terra capitani invitti.
Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
nuove citta sotto i cesarei editti,
e regni in Oriente si remoti,
ch'a noi, che siamo in India, non son noti.
28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
parer la bella Italia ai Gigli d'oro:
veggio ch'entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a guadagnar l'alloro:
come buon corridor ch'ultimo lassa
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.
29
Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d'Alfonso (che 'l suo nome e questo),
ch'in cosi acerba eta, che non eccede
dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
l'imperator l'esercito gli crede,
il qual salvando, salvar non che 'l resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo capitan sara possente.
30
Come con questi, ovunque andar per terra
si possa, accrescera l'imperio antico;
cosi per tutto il mar, ch'in mezzo serra
di la l'Europa e di qua l'Afro aprico,
sara vittorioso in ogni guerra,
poi ch'Andrea Doria s'avra fatto amico.
Questo e quel Doria che fa dai pirati
sicuro il vostro mar per tutti i lati.
31
Non fu Pompeio a par di costui degno,
se ben vinse e caccio tutti i corsari;
Pero che quelli al piu possente regno
che fosse mai, non poteano esser pari:
ma questo Doria, sol col proprio ingegno
e proprie forze purghera quei mari;
si che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda
il nome suo, tremar veggio ogni proda.
32
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
di questo capitan di ch'io ti parlo,
veggio in Italia, ove da lui la porta
gli sara aperta, alla corona Carlo.
Veggio che 'l premio che di cio riporta,
non tien per se, ma fa alla patria darlo:
con prieghi ottien ch'in liberta la metta,
dove altri a se l'avria forse suggetta.
33
Questa pieta, ch'egli alla patria mostra,
e degna di piu onor d'ogni battaglia
ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
vincesse Iulio, o in Africa o in Tessaglia.
Ne il grande Ottavio, ne chi seco giostra
di par, Antonio, in piu onoranza saglia
pei gesti suoi; ch'ogni lor laude amorza
l'avere usato alla lor patria forza.
34
Questi ed ogn'altro che la patria tenta
di libera far serva, si arrosisca;
ne dove il nome d'Andrea Doria senta,
di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.
Veggio Carlo che 'l premio gli augumenta;
ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca,
gli da la ricca terra ch'ai Normandi
sara principio a farli in Puglia grandi.
35
A questo capitan non pur cortese
il magnanimo Carlo ha da mostrarsi,
ma a quanti avra ne le cesaree imprese
del sangue lor non ritrovati scarsi.
D'aver citta, d'aver tutto un paese
donato a un suo fedel, piu ralegrarsi
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
che d'acquistar nuov'altri imperi e regni. -
36
Cosi de le vittorie, le qual, poi
ch'un gran numero d'anni sara corso,
daranno a Carlo i capitani suoi,
facea col duca Andronica discorso:
e la compagna intanto ai venti eoi
viene allentando e raccogliendo il morso;
e fa ch'or questo or quel propizio l'esce,
e come vuol li minuisce e cresce.
37
Veduto aveano intanto il mar de' Persi
come in si largo spazio si dilaghi;
onde vicini in pochi giorni fersi
al golfo che nomar gli antiqui Maghi.
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
con la poppa alla ripa i legni vaghi;
quindi sicur d'Alcina e di sua guerra,
Astolfo il suo camin prese per terra.
38
Passo per piu d'un campo e piu d'un bosco,
per piu d'un monte e per piu d'una valle;
ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco,
i ladroni or inanzi or alle spalle.
Vide leoni, e draghi pien di tosco,
ed altre fere attraversarsi il calle;
ma non si tosto avea la bocca al corno,
che spaventati gli fuggian d'intorno.
39
Vien per l'Arabia ch'e detta Felice,
ricca di mirra e d'odorato incenso,
che per suo albergo l'unica fenice
eletto s'ha di tutto il mondo immenso;
fin che l'onda trovo vendicatrice
gia d'Israel, che per divin consenso
Faraone sommerse e tutti i suoi:
e poi venne alla terra degli Eroi.
40
Lungo il fiume Traiano egli cavalca
su quel destrier ch'al mondo e senza pare,
che tanto leggiermente e corre e valca,
che ne l'arena l'orma non n'appare:
l'erba non pur, non pur la nieve calca;
coi piedi asciutti andar potria sul mare;
e si si stende al corso, e si s'affretta,
che passa e vento e folgore e saetta.
41
Questo e il destrier che fu de l'Argalia,
che di fiamma e di vento era concetto;
e senza fieno e biada, si nutria
de l'aria pura, e Rabican fu detto.
Venne, suguendo il Duca la sua via,
dove da il Nilo a quel fiume ricetto;
e prima che giugnesse in su la foce,
vide un legno venire a se veloce.
42
Naviga in su la poppa uno eremita
con bianca barba, a mezzo il petto lunga,
che sopra il legno il paladino invita,
e: - Figliuol mio (gli grida da la lunga),
se non t'e in odio la tua propria vita,
se non brami che morte oggi ti giunga,
venir ti piaccia su quest'altra arena;
ch'a morir quella via dritto ti mena.
43
Tu non andrai piu che sei miglia inante,
che troverai la saguinosa stanza
dove s'alberga un orribil gigante
che d'otto piedi ogni statura avanza.
Non abbia cavallier ne viandante
di partirsi da lui, vivo, speranza:
ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia.
44
Piacer, fra tanta crudelta, si prende
d'una rete ch'egli ha, molto ben fatta:
poco lontana al tetto suo la tende,
e ne la trita polve in modo appiatta,
che chi prima nol sa, non la comprende,
tanto e sottil, tanto egli ben l'adatta:
e con tai gridi i peregrin minaccia,
che spaventati dentro ve li caccia.
45
E con gran risa, aviluppati in quella
se li strascina sotto il suo coperto;
ne cavallier riguarda ne donzella,
o sia di grande o sia di picciol merto:
e mangiata la carne, e la cervella
succhiate e 'l sangue, da l'ossa al deserto;
e de l'umane pelli intorno intorno
fa il suo palazzo orribilmente adorno.
46
Prendi quest'altra via, prendila, figlio,
che fin al mar ti fia tutta sicura. -
- Io ti ringrazio, padre, del consiglio
(rispose il cavallier senza paura),
ma non istimo per l'onor periglio,
di ch'assai piu che de la vita ho cura.
Per far ch'io passi, invan tu parli meco;
anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.
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