Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
L >>
Ludovico Ariosto >> Orlando Furioso
Pages:
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
19 | 20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
27 |
28 |
29 |
30 |
31 |
32 |
33 |
34 |
35 |
36 |
37 |
38 |
39 |
40 |
41 |
42 |
43 |
44 |
45 |
46 |
47 |
48 |
49 |
50 |
51 |
52 |
53 |
54 |
55 |
56 |
57 |
58 |
59 |
60
99
Grifone, appresso a questi, in terra getta
duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo.
La milizia del re dal primo e retta;
del mar grande almiraglio e quel secondo.
Lascia allo scontro l'un la sella in fretta:
adosso all'altro si riversa il pondo
del rio destrier, che sostener non puote
l'alto valor con che Grifon percuote.
100
Il signor di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli altri sette;
e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con arme perfette.
Dove de l'elmo la vista si chiava,
l'asta allo scontro l'uno e l'altro mette;
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
che lo fe' staffeggiar dal manco piede.
101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d'un colpo che spezzato avria gl'incudi.
Con quel fender si vide e ferro ed osso
d'un ch'eletto s'avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin l'arnese,
feria la coscia ove cadendo scese.
102
Feri quel di Seleucia alla visera
Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,
che l'avria aperta e rotta, se non era
fatta, come l'altr'arme, per incanto.
Gli e un perder tempo che 'l pagan piu fera:
cosi son l'arme dure in ogni canto:
e 'n piu parti Grifon gia fessa e rotta
ha l'armatura a lui, ne perde botta.
103
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
quel che sta peggio, la vita vi pone.
Fe' Norandino alla sua guardia motto
ch'entrasse a distaccar l'aspra tenzone.
Quindi fu l'uno, e quindi l'altro tratto;
e fu lodato il re di si buon atto.
104
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran dal campo ad uno ad uno.
Gli altri ch'eran venuti a lor contesa,
quivi restar senza contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrotto
quel che tutti essi avean da far contra otto.
105
E duro quella festa cosi poco,
ch'in men d'un'ora il tutto fatto s'era:
ma Norandin, per far piu lungo il giuoco
e per continuarlo infino a sera,
dal palco scese, e fe' sgombrare il loco;
e poi divise in due la grossa schiera,
indi, secondo il sangue e la lor prova,
gli ando accoppiando, e fe' una giostra nova.
106
Grifone intanto avea fatto ritorno
alla sua stanza pien d'ira e di rabbia
e piu gli preme di Martan lo scorno
che non giova l'onor ch'esso vinto abbia.
Quivi, per tor l'obbrobrio ch'avea intorno,
Martano adopra le mendaci labbia:
e l'astuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli era adiutrice.
107
O si o no che 'l giovin gli credesse,
pur la scusa accetto, come discreto:
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e secreto,
per tema che, se 'l populo vedesse
Martano comparir, non stesse cheto.
Cosi per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la porta.
108
Grifone, o ch'egli o che 'l cavallo fosse
stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
che non erano andati oltre a dua miglia.
Si trasse l'elmo, e tutto disarmosse,
e trar fece a' cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e nudo per dormire entro nel letto.
109
Non ebbe cosi tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso
cosi profundamente, che mai tasso
ne ghiro mai s'addormento quanto esso.
Martano in tanto ed Orrigille a spasso
entraro in un giardin ch'era li appresso;
ed un inganno ordir, che fu il piu strano
che mai cadesse in sentimento umano.
110
Martano disegno torre il destriero,
i panni e l'arme che Grifon s'ha tratte;
e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea giostrando fatte.
L'effetto ne segui, fatto il pensiero:
tolle il destrier piu candido che latte,
scudo e cimiero ed arme e sopraveste,
e tutte di Grifon l'insegne veste.
111
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e d'arrestare antenne.
Commanda il re che 'l cavallier si truove,
che per cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che 'l nome non sapea del vincitore.
112
Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva,
come l'asino gia quel del leone,
chiamato, se n'ando, come attendeva,
a Norandino, in loco di Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
l'abbraccia e bacia, e allato se lo pone:
ne gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che 'l suo valor per tutto s'oda.
113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di quel giorno.
L'alta voce ne va per tutti i palchi,
che 'l nome indegno udir fa d'ogn'intorno.
Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi,
quando al palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli comparte,
che basteria, se fosse Ercole o Marte.
114
Bello ed ornato alloggiamento dielli
in corte, ed onorar fece con lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mando con essa, e cavallieri sui.
Ma tempo e ch'anco di Grifon favelli,
il qual ne dal compagno ne d'altrui
temendo inganno, addormentato s'era,
ne mai si risveglio fin alla sera.
115
Poi che fu desto, e che de l'ora tarda
s'accorse, usci di camera con fretta,
dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lascio con l'altra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v'esser l'arme ne i panni, sospetta;
ma il veder poi piu sospettoso il fece
l'insegne del compagno in quella vece.
116
Sopravien l'oste, e di colui l'informa
che gia gran pezzo, di bianch'arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la citta fatto ritorno.
Truova Grifone a poco a poco l'orma
ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter d'Orrigille, e non fratello.
117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole,
ch'avendo il ver dal peregrino udito,
lasciato mutar s'abbia alle parole
di chi l'avea piu volte gia tradito.
Vendicar si potea, ne seppe; or vuole
l'inimico punir, che gli e fuggito;
ed e costretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil uom l'arme e 'l cavallo.
118
Eragli meglio andar senz'arme e nudo,
che porsi indosso la corazza indegna,
o ch'imbracciar l'abominato scudo,
o por su l'elmo la beffata insegna;
ma per seguir la meretrice e 'l drudo,
ragione in lui pari al disio non regna.
A tempo venne alla citta, ch'ancora
il giorno avea quasi di vivo un'ora.
119
Presso alla porta ove Grifon venia,
siede a sinistra un splendido castello,
che, piu che forte e ch'a guerre atto sia,
di ricche stanze e accommodato e bello.
I re, i signori, i primi di Soria
con alte donne in un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e lieta cena.
120
La bella loggia sopra 'l muro usciva
con l'alta rocca fuor de la cittade;
e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell'arme d'obbrobrio e di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
dal re veduto e da tutta la corte:
121
e riputato quel di ch'avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a riso.
Il vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo 'l re e 'l primo assiso,
e presso a lui la donna di se degna;
dai quali Norandin con lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che cosi avea al suo onor poco riguardo;
122
che dopo una si trista e brutta pruova,
con tanta fronte or gli tornava inante.
Dicea: - Questa mi par cosa assai nuova,
ch'essendo voi guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di vilta, pari in terra di Levante.
Il fate forse per mostrar maggiore,
per tal contrario, il vostro alto valore.
123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch'io riguardo a vui,
la publica ignominia gli farei,
ch'io soglio fare agli altri pari a lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di vilta nimico fui.
Ma sappia, s'impunito se ne parte,
grado a voi che 'l menaste in questa parte. -
124
Colui che fu de tutti i vizi il vaso,
rispose: - Alto signor, dir non sapria
chi sia costui; ch'io l'ho trovato a caso,
venendo d'Antiochia, in su la via.
ll suo smnbiante m'avea persuaso
che fosse degno di mia compagnia;
ch'intesa non n'avea pruova ne vista,
se non quella che fece oggi assai trista.
125
La qual mi spiacque si, che resto poco,
che per punir l'estrema sua viltade,
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse piu lance ne spade:
ma ebbi, piu ch'a lui, rispetto al loco,
e riverenza a vostra maestade.
Ne per me voglio che gli sia guadagno
l'essermi stato un giorno o dua compagno:
126
di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sara eterno peso,
se, con vergogna del mestier de l'arme,
io lo vedro da noi partire illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sara d'un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch'el sia esempio e specchio ad ogni vile. -
127
Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice presta.
- Non son (rispose il re) l'opre si prave,
ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa. -
E tosto a un suo baron, che fe' venire,
impose quanto avesse ad esequire.
128
Quel baron molti armati seco tolse,
ed alla porta de la terra scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
e la venuta di Grifone attese:
e ne l'entrar si d'improviso il colse,
che fra i duo ponti a salvamento il prese;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura stanza insin al giorno.
129
Il Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alla nutrice antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar l'ombre e far la cima aprica;
quando temendo il vil Martan ch'al fine
Grifone ardito la sua causa dica,
e ritorni la colpa ond'era uscita,
tolse licenza, e fece indi partita,
130
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo ordinato.
Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il signor grato;
e sopra tutto un amplo privilegio,
dov'era d'altri onori al sommo ornato.
Lascianlo andar; ch'io vi prometto certo,
che la mercede avra secondo il merto.
131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando piu si trovo piena di gente.
Gli avean levato l'elmo e la corazza,
e lasciato in farsetto assai vilmente;
e come il conducessero alla mazza,
posto l'avean sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame attenuate e fiacche.
132
Venian d'intorno alla ignobil quadriga
vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n'era una ed or un'altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
l'avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai piu saggi non era difeso.
133
L'arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de l'altrui maleficio
la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.
134
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all'ultimo cundutto
fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch'egli si fusse.
135
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l'una e l'altra mano,
che tor lo scudo ed impugnar gli vedi
la spada, che rigo gran pezzo il piano.
Non ebbe contra se lance ne spiedi;
che senz'arme venia il populo insano.
Ne l'altro canto diferisco il resto;
che tempo e omai, Signor, di finir questo.
CANTO DICIOTTESIMO
1
Magnanimo Signore, ogni vostro atto
ho sempre con ragion laudato e laudo:
ben che col rozzo stil duro e mal atto
gran parte de la gloria vi defraudo.
Ma piu de l'altre una virtu m'ha tratto,
a cui col core e con la lingua applaudo;
che s'ognun truova in voi ben grata udienza,
non vi truova pero facil credenza.
2
Spesso in difesa deI biasmato assente
indur vi sento una ed un'altra scusa,
o riserbargli almen, fin che presente
sua causa dica, l'altra orecchia chiusa;
e sempre, prima che dannar la gente,
vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa;
differir anco e giorni e mesi ed anni,
prima che giudicar negli altrui danni.
3
Se Norandino il simil fatto avesse,
fatto a Grifon non avria quel che fece.
A voi utile e onor sempre successe:
denigro sua fama egli piu che pece.
Per lui sue genti a morte furon messe;
che fe' Grifone in dieci tagli, e in diece
punte che trasse pien d'ira e bizzarro,
che trenta ne cascaro appresso al carro.
4
Van gli altri in rotta ove il timor li caccia,
chi qua chi la, pei campi e per le strade;
e chi d'entrar ne la citta procaccia,
e l'un su l'altro ne la porta cade.
Grifon non fa parole e non minaccia;
ma lasciando lontana ogni pietade,
mena tra il vulgo inerte il ferro intorno,
e gran vendetta fa d'ogni suo scorno.
5
Di quei che primi giunsero alla porta,
che le piante a levarsi ebbeno pronte,
parte, al bisogno suo molto piu accorta
che degli amici, alzo subito il ponte;
piangendo parte, o con la faccia smorta
fuggendo ando senza mai volger fronte,
e ne la terra per tutte le bande
levo grido e tumulto e rumor grande.
6
Grifon gagliardo duo ne piglia in quella
che 'l ponte si levo per lor sciagura.
Sparge de l'uno al campo le cervella;
che lo percuote ad una cote dura:
prende l'altro nel petto, e l'arrandella
in mezzo alla citta sopra le mura.
Scorse per l'ossa ai terrazzani il gelo,
quando vider colui venir dal cielo.
7
Fur molti che temer che 'l fier Grifone
sopra le mura avesse preso un salto.
Non vi sarebbe piu confusione,
s'a Damasco il soldan desse l'assalto.
Un muover d'arme, un correr di persone,
e di talacimanni un gridar d'alto,
e di tamburi un suon misto e di trombe
il mondo assorda, e 'l ciel par ne rimbombe.
8
Ma voglio a un'altra volta differire
a ricontar cio che di questo avenne.
Del buon re Carlo mi convien seguire,
che contra Rodomonte in fretta venne,
il qual le genti gli facea morire.
Io vi dissi ch'al re compagnia tenne
il gran Danese e Namo ed Oliviero
e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.
9
Otto scontri di lance, che da forza
di tali otto guerrier cacciati foro,
sostenne a un tempo la scagliosa scorza
di ch'avea armato il petto il crudo Moro.
Come legno si drizza, poi che l'orza
lenta il nochier che crescer sente il Coro,
cosi presto rizzossi Rodomonte
dai colpi che gittar doveano un monte.
10
Guido, Ranier, Ricardo, Salamone,
Ganelon traditor, Turpin fedele,
Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone,
Marco e Matteo dal pian di san Michele,
e gli otto di che dianzi fei menzione,
son tutti intorno al Saracin crudele,
Arimanno e Odoardo d'Inghilterra,
ch'entrati eran pur dianzi ne la terra.
11
Non cosi freme in su lo scoglio alpino
di ben fondata rocca alta parete,
quando il furor di borea o di garbino
svelle dai monti il frassino e l'abete;
come freme d'orgoglio il Saracino,
di sdegno acceso e di sanguigna sete:
e com'a un tempo e il tuono e la saetta,
cosi l'ira de l'empio e la vendetta.
12
Mena alla testa a quel che gli e piu presso,
che gli e il misero Ughetto di Dordona:
lo pone in terra insino ai denti fesso,
come che l'elmo era di tempra buona.
Percosso fu tutto in un tempo anch'esso
da molti colpi in tutta la persona;
ma non gli fan piu ch'all'incude l'ago:
si duro intorno ha lo scaglioso drago.
13
Furo tutti i ripar, fu la cittade
d'intorno intorno abandonata tutta;
che la gente alla piazza, dove accade
maggior bisogno, Carlo avea ridutta.
Corre alla piazza da tutte le strade
la turba, a chi il fuggir si poco frutta.
La persona del re si i cori accende,
ch'ognun prend'arme, ognuno animo prende.
14
Come se dentro a ben rinchiusa gabbia
d'antiqua leonessa usata in guerra,
perch'averne piacere il popul abbia,
talvolta il tauro indomito si serra;
i leoncin che veggion per la sabbia
come altiero e mugliando animoso erra,
e veder si gran corna non son usi,
stanno da parte timidi e confusi:
15
ma se la fiera madre a quel si lancia,
e ne l'orecchio attacca il crudel dente,
vogliono anch'essi insanguinar la guancia,
e vengono in soccorso arditamente;
chi morde al tauro il dosso e chi la pancia:
cosi contra il pagan fa quella gente.
Da tetti e da finestre e piu d'appresso
sopra gli piove un nembo d'arme e spesso.
16
Dei cavallieri e de la fanteria
tanta e la calca, ch'a pena vi cape.
La turba che vi vien per ogni via,
v'abbonda ad or ad or spessa come ape;
che quando, disarmata e nuda, sia
piu facile a tagliar che torsi o rape,
non la potria, legata a monte a monte,
in venti giorni spenger Rodomonte.
17
Al pagan, che non sa come ne possa
venir a capo, omai quel gioco incresce.
Poco, per far di mille, o di piu, rossa
la terra intorno, il populo discresce.
Il fiato tuttavia piu se gl'ingrossa,
si che comprende al fin che, se non esce
or c'ha vigore e in tutto il corpo e sano,
vorra da tempo uscir, che sara invano.
18
Rivolge gli occhi orribili, e pon mente
che d'ogn'intorno sta chiusa l'uscita;
ma con ruina d'infinita gente
l'aprira tosto, e la fara espedita.
Ecco, vibrando la spada tagliente,
che vien quel empio, ove il furor lo 'nvita,
ad assalire il nuovo stuol britanno,
che vi trasse Odoardo ed Arimanno.
19
Chi ha visto in piazza rompere steccato,
a cui la folta turba ondeggi intorno,
immansueto tauro accaneggiato,
stimulato e percosso tutto 'l giorno;
che 'l popul se ne fugge ispaventato,
ed egli or questo or quel leva sul corno:
pensi che tale o piu terribil fosse
il crudele African quando si mosse.
20
Quindici o venti ne taglio a traverso,
altritanti lascio del capo tronchi,
ciascun d'un colpo sol dritto o riverso;
che viti o salci par che poti e tronchi.
Tutto di sangue il fier pagano asperso,
lasciando capi fessi e bracci monchi,
e spalle e gambe ed altre membra sparte,
ovunque il passo volga, al fin si parte.
21
De la piazza si vede in guisa torre,
che non si puo notar ch'abbia paura;
ma tuttavolta col pensier discorre,
dove sia per uscir via piu sicura.
Capita al fin dove la Senna corre
sotto all'isola, e va fuor de le mura.
La gente d'arme e il popul fatto audace
lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.
22
Qual per le selve nomade o massile
cacciata va la generosa belva,
ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile,
e minacciosa e lenta si rinselva;
tal Rodomonte, in nessun atto vile,
da strana circondato e fiera selva
d'aste e di spade e di volanti dardi,
si tira al fiume a passi lunghi e tardi.
23
E si tre volte e piu l'ira il sospinse,
ch'essendone gia fuor, vi torno in mezzo,
ove di sangue la spada ritinse,
e piu di cento ne levo di mezzo.
Ma la ragione al fin la rabbia vinse
di non far si, ch'a Dio n'andasse il lezzo;
e da la ripa, per miglior consiglio,
si gitto all'acqua, e usci di gran periglio.
24
Con tutte l'arme ando per mezzo l'acque,
come s'intorno avesse tante galle.
Africa, in te pare a costui non nacque,
ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe.
Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque,
che si vide restar dopo le spalle
quella citta ch'avea trascorsa tutta,
e non l'avea tutta arsa ne distrutta.
25
E si lo rode la superbia e l'ira,
che, per tornarvi un'altra volta, guarda,
e di profondo cor geme e sospira,
ne vuolne uscir, che non la spiani ed arda.
Ma lungo il fiume, in questa furia, mira
venir chi l'odio estingue e l'ira tarda.
Chi fosse io vi faro ben tosto udire;
ma prima un'altra cosa v'ho da dire.
26
Io v'ho da dir de la Discordia altiera,
a cui l'angel Michele avea commesso
ch'a battaglia accendesse e a lite fiera
quei che piu forti avea Agramante appresso.
Usci de' frati la medesma sera,
avendo altrui l'ufficio suo commesso:
lascio la Fraude a guerreggiare il loco,
fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.
27
E le parve ch'andria con piu possanza,
se la Superbia ancor seco menasse;
e perche stavan tutte in una stanza,
non fu bisogno ch'a cercar l'andasse.
La Superbia v'ando, ma non che sanza
la sua vicaria il monaster lasciasse:
per pochi di che credea starne assente,
lascio l'Ipocrisia locotenente.
28
L'implacabil Discordia in compagnia
de la Superbia si messe in camino,
e ritrovo che la medesma via
facea, per gire al campo saracino,
l'afflitta e sconsolata Gelosia;
e venia seco un nano piccolino,
il qual mandava Doralice bella
al re di Sarza a dar di se novella.
29
Quando ella venne a Mandricardo in mano
(ch'io v'ho gia raccontato e come e dove),
tacitamente avea commesso al nano,
che ne portasse a questo re le nuove.
Ella spero che nol saprebbe invano,
ma che far si vedria mirabil pruove,
per riaverla con crudel vendetta
da quel ladron che gli l'avea intercetta.
30
La Gelosia quel nano avea trovato;
e la cagion del suo venir compresa,
a caminar se gli era messa allato,
parendo d'aver luogo a questa impresa.
Alla Discordia ritrovar fu grato
la Gelosia; ma piu quando ebbe intesa
la cagion del venir, che le potea
molto valere in quel che far volea.
31
D'inimicar con Rodomonte il figlio
del re Agrican le pare aver suggetto:
trovera a sdegnar gli altri altro consiglio;
a sdegnar questi duo questo e perfetto.
Col nano se ne vien dove l'artiglio
del fier pagano avea Parigi astretto;
e capitaro a punto in su la riva,
quando il crudel del fiume a nuoto usciva.
32
Tosto che riconobbe Rodomonte
costui de la sua donna esser messaggio,
estinse ogn'ira, e sereno la fronte,
e si senti brillar dentro il coraggio.
Ogn'altra cosa aspetta che gli conte,
prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio.
Va contra il nano, e lieto gli domanda:
- Ch'e de la donna nostra? ove ti manda? -
33
Rispose il nano: - Ne piu tua ne mia
donna diro quella ch'e serva altrui.
Ieri scontrammo un cavallier per via,
che ne la tolse, e la meno con lui. -
A quello annunzio entro la Gelosia,
fredda come aspe, ed abbraccio costui.
Seguita il nano, e narragli in che guisa
un sol l'ha presa, e la sua gente uccisa.
34
L'acciaio allora la Discordia prese,
e la pietra focaia, e picchio un poco,
e l'esca sotto la Superbia stese,
e fu attaccato in un momento il fuoco;
e si di questo l'anima s'accese
del Saracin, che non trovava loco:
sospira e freme con si orribil faccia,
che gli elementi e tutto il ciel minaccia.
35
Come la tigre, poi ch'invan discende
nel voto albergo, e per tutto s'aggira,
e i cari figli all'ultimo comprende
essergli tolti, avampa di tant'ira,
a tanta rabbia, a tal furor s'estende,
che ne a monte ne a rio ne a notte mira;
ne lunga via, ne grandine raffrena
l'odio che dietro al predator la mena:
36
cosi furendo il Saracin bizzarro
si volge al nano, e dice: - Or la t'invia; -
e non aspetta ne destrier ne carro,
e non fa motto alla sua compagnia.
Va con piu fretta che non va il ramarro,
quando il ciel arde, a traversar la via.
Destrier non ha, ma il primo tor disegna,
sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna.
37
La Discordia ch'udi questo pensiero,
guardo, ridendo, la Superbia, e disse
che volea gire a trovare un destriero
che gli apportasse altre contese e risse;
e far volea sgombrar tutto il sentiero,
ch'altro che quello in man non gli venisse:
e gia pensato avea dove trovarlo.
Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo.
38
Poi ch'al partir del Saracin si estinse
Carlo d'intorno il periglioso fuoco,
tutte le genti all'ordine ristrinse.
Lascionne parte in qualche debol loco:
adosso il resto ai Saracini spinse,
per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco;
e gli mando per ogni porta fuore,
da San Germano infin a San Vittore.
39
E commando ch'a porta San Marcello,
dov'era gran spianata di campagna,
aspettasse l'un l'altro, e in un drappello
si ragunasse tutta la compagna.
Quindi animando ognuno a far macello
tal, che sempre ricordo ne rimagna,
ai lor ordini andar fe' le bandiere,
e di battaglia dar segno alle schiere.
40
Il re Agramante in questo mezzo in sella,
mal grado dei cristian, rimesso s'era;
e con l'inamorato d'Isabella
facea battaglia perigliosa e fiera:
col re Sobrin Lurcanio si martella:
Rinaldo incontra avea tutta una schiera;
e con virtude e con fortuna molta
l'urta, l'apre, ruina e mette in volta.
41
Essendo la battaglia in questo stato,
l'imperatore assalse il retroguardo
dal canto ove Marsilio avea fermato
il fior di Spagna intorno al suo stendardo.
Con fanti in mezzo e cavallieri allato,
re Carlo spinse il suo popul gagliardo
con tal rumor di timpani e di trombe,
che tutto 'l mondo par che ne rimbombe.
42
Cominciavan le schiere a ritirarse
de' Saracini, e si sarebbon volte
tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse,
per mai piu non potere esser raccolte;
ma 'l re Grandonio e Falsiron comparse,
che stati in maggior briga eran piu volte,
e Balugante e Serpentin feroce,
e Ferrau che lor dicea a gran voce:
43
- Ah (dicea) valentuomini, ah compagni,
ah fratelli, tenete il luogo vostro.
I nimici faranno opra di ragni,
se non manchiamo noi del dover nostro.
Guardate l'alto onor, gli ampli guadagni
che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro:
guardate la vergogna e il danno estremo,
ch'essendo vinti, a patir sempre avremo. -
44
Tolto in quel tempo una gran lancia avea,
e contra Berlingier venne di botto,
che sopra Largaliffa combattea,
e l'elmo ne la fronte gli avea rotto:
gittollo in terra, e con la spada rea
appresso a lui ne fe' cader forse otto.
Per ogni botta almanco, che disserra,
cader fa sempre un cavalliero in terra.
Pages:
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
19 | 20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
27 |
28 |
29 |
30 |
31 |
32 |
33 |
34 |
35 |
36 |
37 |
38 |
39 |
40 |
41 |
42 |
43 |
44 |
45 |
46 |
47 |
48 |
49 |
50 |
51 |
52 |
53 |
54 |
55 |
56 |
57 |
58 |
59 |
60