Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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127
Da l'altra parte i figli d'Oliviero
con Sansonetto e col figliuol d'Otone,
supplicando a Marfisa, tanto fero,
che si die fine alla crudel tenzone.
Marfisa, giunta al re, con viso altiero
disse: - Io non so, signor, con che ragione
vogli quest'arme dar, che tue non sono,
al vincitor de le tue giostre in dono.
128
Mie sono l'arme, e 'n mezzo de la via
che vien d'Armenia, un giorno le lasciai,
perche seguire a pie mi convenia
un rubator che m'avea offesa assai:
e la mia insegna testimon ne fia,
che qui si vede, se notizia n'hai. -
E la mostro ne la corazza impressa,
ch'era in tre parti una corona fessa.
129
- Gli e ver (rispose il re) che mi fur date,
son pochi di, da un mercatante armeno;
e se voi me l'avesse domandate,
l'avreste avute, o vostre o no che sieno;
ch'avenga ch'a Grifon gia l'ho donate,
ho tanta fede in lui, che nondimeno,
accio a voi darle avessi anche potuto,
volentieri il mio don m'avria renduto.
130
Non bisogna allegar, per farmi fede
che vostre sien, che tengan vostra insegna:
basti il dirmelo voi; che vi si crede
piu ch'a qual altro testimonio vegna.
Che vostre sian vostr'arme si concede
alla virtu di maggior premio degna.
Or ve l'abbiate, e piu non si contenda;
e Grifon maggior premio da me prenda. -
131
Grifon che poco a cor avea quell'arme,
ma gran disio che 'l re si satisfaccia,
gli disse: - Assai potete compensarme,
se mi fate saper ch'io vi compiaccia. -
Tra se disse Marfisa: - Esser qui parme
l'onor mio in tutto: - e con benigna faccia
volle a Grifon de l'arme esser cortese;
e finalmente in don da lui le prese.
132
Ne la citta con pace e con amore
tornaro, ove le feste raddoppiarsi.
Poi la giostra si fe', di che l'onore
e 'l pregio Sansonetto fece darsi;
ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore
di lor, Marfisa, non volson provarsi,
cercando, com'amici e buon compagni,
che Sansonetto il pregio ne guadagni.
133
Stati che sono in gran piacere e in festa
con Norandino otto giornate o diece,
perche l'amor di Francia gli molesta,
che lasciar senza lor tanto non lece,
tolgon licenza; e Marfisa, che questa
via disiava, compagnia lor fece.
Marfisa avuto avea lungo disire
al paragon dei paladin venire;
134
e far esperienza se l'effetto
si pareggiava a tanta nominanza.
Lascia un altro in suo loco Sansonetto,
che di Ierusalem regga la stanza.
Or questi cinque in un drappello eletto,
che pochi pari al mondo han di possanza,
licenziati dal re Norandino,
vanno a Tripoli e al mar che v'e vicino.
135
E quivi una caracca ritrovaro,
che per Ponente mercanzie raguna.
Per loro e pei cavalli s'accordaro
con un vecchio patron ch'era da Luna.
Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro,
ch'avrian per molti di buona fortuna.
Sciolser dal lito, avendo aria serena,
e di buon vento ogni lor vela piena.
136
L'isola sacra all'amorosa dea
diede lor sotto un'aria il primo porto,
che non ch'a offender gli uomini sia rea,
ma stempra il ferro, e quivi e 'l viver corto.
Cagion n'e un stagno: e certo non dovea
Natura a Famagosta far quel torto
d'appressarvi Costanza acre e maligna,
quando al resto di Cipro e si benigna.
137
Il grave odor che la palude esala
non lascia al legno far troppo soggiorno.
Quindi a un greco-levante spiego ogni ala,
volando da man destra a Cipro intorno,
e surse a Pafo, e pose in terra scala;
e i naviganti uscir nel lito adorno,
chi per merce levar, chi per vedere
la terra d'amor piena e di piacere.
138
Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco
si va salendo inverso il colle ameno.
Mirti e cedri e naranci e lauri il loco,
e mille altri soavi arbori han pieno.
Serpillo e persa e rose e gigli e croco
spargon da l'odorifero terreno
tanta suavita, ch'in mar sentire
la fa ogni vento che da terra spire.
139
Da limpida fontana tutta quella
piaggia rigando va un ruscel fecondo.
Ben si puo dir che sia di Vener bella
il luogo dilettevole e giocondo;
che v'e ogni donna affatto, ogni donzella
piacevol piu ch'altrove sia nel mondo:
e fa la dea che tutte ardon d'amore,
giovani e vecchie, infino all'ultime ore.
140
Quivi odono il medesimo ch'udito
di Lucina e de l'Orco hanno in Soria,
e come di tornare ella a marito
facea nuovo apparecchio in Nicosia.
Quindi il padrone (essendosi espedito,
e spirando buon vento alla sua via)
l'ancore sarpa, e fa girar la proda
verso ponente, ed ogni vela snoda.
141
Al vento di maestro alzo la nave
le vele all'orza, ed allargossi in alto.
Un ponente-libecchio, che soave
parve a principio e fin che 'l sol stette alto,
e poi si fe' verso la sera grave,
le leva incontra il mar con fiero assalto,
con tanti tuoni e tanto ardor di lampi,
che par che 'l ciel si spezzi e tutto avampi.
142
Stendon le nubi un tenebroso velo
che ne sole apparir lascia ne stella.
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo,
il vento d'ogn'intorno, e la procella
che di pioggia oscurissima e di gelo
i naviganti miseri flagella:
e la notte piu sempre si diffonde
sopra l'irate e formidabil onde.
143
I naviganti a dimostrare effetto
vanno de l'arte in che lodati sono:
chi discorre fischiando col fraschetto,
e quanto han gli altri a far, mostra col suono;
chi l'ancore apparechia da rispetto,
e chi al mainare e chi alla scotta e buono;
chi 'l timone, chi l'arbore assicura,
chi la coperta di sgombrare ha cura.
144
Crebbe il tempo crudel tutta la notte,
caliginosa e piu scura ch'inferno.
Tien per l'alto il padrone, ove men rotte
crede l'onde trovar, dritto il governo;
e volta ad or ad or contra le botte
del mar la proda, e de l'orribil verno,
non senza speme mai che, come aggiorni,
cessi fortuna, o piu placabil torni.
145
Non cessa e non si placa, e piu furore
mostra nel giorno, se pur giorno e questo,
che si conosce al numerar de l'ore,
non che per lume gia sia manifesto.
Or con minor speranza e piu timore
si da in poter del vento il padron mesto:
volta la poppa all'onde, e il mar crudele
scorrendo se ne va con umil vele.
146
Mentre Fortuna in mar questi travaglia,
non lascia anco posar quegli altri in terra,
che sono in Francia, ove s'uccide e taglia
coi Saracini il popul d'Inghilterra.
Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia
le schiere avverse, e le bandiere atterra.
Dissi di lui, che 'l suo destrier Baiardo
mosso avea contra a Dardinel gagliardo.
147
Vide Rinaldo il segno del quartiero,
di che superbo era il figliuol d'Almonte;
e lo stimo gagliardo e buon guerriero,
che concorrer d'insegna ardia col conte.
Venne piu appresso, e gli parea piu vero;
ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte.
- Meglio e (grido) che prima io svella e spenga
questo mal germe, che maggior divenga. -
148
Dovunque il viso drizza il paladino,
levasi ognuno, e gli da larga strada;
ne men sgombra il fedel, che 'l Saracino,
si reverita e la famosa spada.
Rinaldo, fuor che Dardinel meschino,
non vede alcuno, e lui seguir non bada.
Grida: - Fanciullo, gran briga ti diede
chi ti lascio di questo scudo erede.
149
Vengo a te per provar, se tu m'attendi,
come ben guardi il quartier rosso e bianco;
che s'ora contra me non lo difendi,
difender contra Orlando il potrai manco. -
Rispose Dardinello: - Or chiaro apprendi
che s'io lo porto, il so difender anco;
e guadagnar piu onor, che briga, posso
del paterno quartier candido e rosso.
150
Perche fanciullo io sia, non creder farme
pero fuggire, o che 'l quartier ti dia:
la vita mi torrai, se mi toi l'arme;
ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia.
Sia quel che vuol, non potra alcun biasmarme
che mai traligni alla progenie mia. -
Cosi dicendo, con la spada in mano
assalse il cavallier da Montalbano.
151
Un timor freddo tutto 'l sangue oppresse,
che gli Africani aveano intorno al core,
come vider Rinaldo che si messe
con tanta rabbia incontra a quel signore,
con quanta andria un leon ch'al prato avesse
visto un torel ch'ancor non senta amore.
Il primo che feri, fu 'l Saracino;
ma picchio invan su l'elmo di Mambrino.
152
Rise Rinaldo, e disse: - Io vo' tu senta,
s'io so meglio di te trovar la vena. -
Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta,
e d'una punta con tal forza mena,
d'una punta ch'al petto gli appresenta,
che gli la fa apparir dietro alla schena.
Quella trasse, al tornar, l'alma col sangue:
di sella il corpo usci freddo ed esangue.
153
Come purpureo fior languendo muore,
che 'l vomere al passar tagliato lassa;
o come carco di superchio umore
il papaver ne l'orto il capo abbassa:
cosi, giu de la faccia ogni colore
cadendo, Dardinel di vita passa;
passa di vita, e fa passar con lui
l'ardire e la virtu de tutti i sui.
154
Qual soglion l'acque per umano ingegno
stare ingorgate alcuna volta e chiuse,
che quando lor vien poi rotto il sostegno,
cascano, e van con gran rumor difuse;
tal gli African, ch'avean qualche ritegno
mentre virtu lor Dardinello infuse,
ne vanno or sparti in questa parte e in quella,
che l'han veduto uscir morto di sella.
155
Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa,
ed attende a cacciar chi vuol star saldo.
Si cade ovunque Ariodante passa,
che molto va quel di presso a Rinaldo.
Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa,
a gara ognuno a far gran prove caldo.
Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero,
Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
156
I Mori fur quel giorno in gran periglio
che 'n Pagania non ne tornasse testa;
ma 'l saggio re di Spagna da di piglio,
e se ne va con quel che in man gli resta.
Restar in danno tien miglior consiglio,
che tutti i denar perdere e la vesta:
meglio e ritrarsi e salvar qualche schiera,
che, stando, esser cagion che 'l tutto pera.
157
Verso gli alloggiamenti i segni invia,
ch'eron serrati d'argine e di fossa,
con Stordilan, col re d'Andologia,
col Portughese in una squadra grossa.
Manda a pregar il re di Barbaria,
che si cerchi ritrar meglio che possa;
e se quel giorno la persona e 'l loco
potra salvar, non avra fatto poco.
158
Quel re che si tenea spacciato al tutto,
ne mai credea piu riveder Biserta,
che con viso si orribile e si brutto
unquanco non avea Fortuna esperta,
s'allegro che Marsilio avea ridutto
parte del campo in sicurezza certa:
ed a ritrarsi comincio, e a dar volta
alle bandiere, e fe' sonar raccolta.
159
Ma la piu parte de la gente rotta
ne tromba ne tambur ne segno ascolta:
tanta fu la vilta, tanta la dotta,
ch'in Senna se ne vide affogar molta.
Il re Agramante vuol ridur la frotta:
seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta;
e con lor s'affatica ogni buon duca,
che nei ripari il campo si riduca.
160
Ma ne il re, ne Sobrin, ne duca alcuno
con prieghi, con minacce, con affanno
ritrar puo il terzo, non ch'io dica ognuno,
dove l'insegne mal seguite vanno.
Morti o fuggiti ne son dua, per uno
che ne rimane, e quel non senza danno:
ferito e chi di dietro e chi davanti;
ma travagliati e lassi tutti quanti.
161
E con gran tema fin dentro alle porte
dei forti alloggiamenti ebbon la caccia:
ed era lor quel luogo anco mal forte,
con ogni proveder che vi si faccia
(che ben pigliar nel crin la buona sorte
Carlo sapea, quando volgea la faccia),
se non venia la notte tenebrosa,
che stacco il fatto, ed acqueto ogni cosa;
162
dal Creator accelerata forse,
che de la sua fattura ebbe pietade.
Ondeggio il sangue per campagna, e corse
come un gran fiume, e dilago le strade.
Ottantamila corpi numerorse,
che fur quel di messi per fil di spade.
Villani e lupi uscir poi de le grotte
a dispogliargli e a devorar la notte.
163
Carlo non torna piu dentro alla terra,
ma contra gli nimici fuor s'accampa,
ed in assedio le lor tende serra,
ed alti e spessi fuochi intorno avampa.
Il pagan si provede, e cava terra,
fossi e ripari e bastioni stampa;
va rivedendo, e tien le guardie deste,
ne tutta notte mai l'arme si sveste.
164
Tutta la notte per gli alloggiamenti
dei malsicuri Saracini oppressi
si versan pianti, gemiti e lamenti,
ma quanto piu si puo, cheti e soppressi.
Altri, perche gli amici hanno e i parenti
lasciati morti, ed altri per se stessi,
che son feriti, e con disagio stanno:
ma piu e la tema del futuro danno.
165
Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
d'oscura stirpe nati in Tolomitta;
de' quai l'istoria, per esempio raro
di vero amore, e degna esser descritta.
Cloridano e Medor si nominaro,
ch'alla fortuna prospera e alla afflitta
aveano sempre amato Dardinello,
ed or passato in Francia il mar con quello.
166
Cloridan, cacciator tutta sua vita,
di robusta persona era ed isnella:
Medoro avea la guancia colorita
e bianca e grata ne la eta novella;
e fra la gente a quella impresa uscita
non era faccia piu gioconda e bella:
occhi avea neri, e chioma crespa d'oro:
angel parea di quei del sommo coro.
167
Erano questi duo sopra i ripari
con molti altri a guardar gli alloggiamenti,
quando la Notte fra distanze pari
mirava il ciel con gli occhi sonnolenti.
Medoro quivi in tutti i suoi parlari
non puo far che 'l signor suo non rammenti,
Dardinello d'Almonte, e che non piagna
che resti senza onor ne la campagna.
168
Volto al cornpagno, disse: - O Cloridano,
io non ti posso dir quanto m'incresca
del mio signor, che sia rimaso al piano,
per lupi e corbi, ohime! troppo degna esca.
Pensando come sempre mi fu umano,
mi par che quando ancor questa anima esca
in onor di sua fama, io non compensi
ne sciolga verso lui gli oblighi immensi.
169
Io voglio andar, perche non stia insepulto
in mezzo alla campagna, a ritrovarlo:
e forse Dio vorra ch'io vada occulto
la dove tace il campo del re Carlo.
Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto
ch'io vi debba morir, potrai narrarlo:
che se Fortuna vieta si bell'opra,
per fama almeno il mio buon cor si scuopra. -
170
Stupisce Cloridan, che tanto core,
tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:
e cerca assai, perche gli porta amore,
di fargli quel pensiero irrito e nullo;
ma non gli val, perch'un si gran dolore
non riceve conforto ne trastullo.
Medoro era disposto o di morire,
o ne la tomba il suo signor coprire.
171
Veduto che nol piega e che nol muove,
Cloridan gli risponde: - E verro anch'io,
anch'io vuo' pormi a si lodevol pruove,
anch'io famosa morte amo e disio.
Qual cosa sara mai che piu mi giove,
s'io resto senza te, Medoro mio?
Morir teco con l'arme e meglio molto,
che poi di duol, s'avvien che mi sii tolto. -
172
Cosi disposti, messero in quel loco
le successive guardie, e se ne vanno.
Lascian fosse e steccati, e dopo poco
tra' nostri son, che senza cura stanno.
Il campo dorme, e tutto e spento il fuoco,
perche dei Saracin poca tema hanno.
Tra l'arme e' carriaggi stan roversi,
nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
173
Fermossi alquanto Cloridano, e disse:
- Non son mai da lasciar l'occasioni.
Di questo stuol che 'l mio signor trafisse,
non debbo far, Medoro, occisioni?
Tu, perche sopra alcun non ci venisse,
gli occhi e l'orecchi in ogni parte poni;
ch'io m'offerisco farti con la spada
tra gli nimici spaziosa strada. -
174
Cosi disse egli, e tosto il parlar tenne,
ed entro dove il dotto Alfeo dormia,
che l'anno inanzi in corte a Carlo venne,
medico e mago e pien d'astrologia:
ma poco a questa volta gli sovenne;
anzi gli disse in tutto la bugia.
Predetto egli s'avea, che d'anni pieno
dovea morire alla sua moglie in seno:
175
ed or gli ha messo il cauto Saracino
la punta de la spada ne la gola.
Quattro altri uccide appresso all'indovino,
che non han tempo a dire una parola:
menzion dei nomi lor non fa Turpino,
e 'l lungo andar le lor notizie invola:
dopo essi Palidon da Moncalieri,
che sicuro dormia fra duo destrieri.
176
Poi se ne vien dove col capo giace
appoggiato al barile il miser Grillo:
avealo voto, e avea creduto in pace
godersi un sonno placido e tranquillo.
Troncogli il capo il Saracino audace:
esce col sangue il vin per uno spillo,
di che n'ha in corpo piu d'una bigoncia;
e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
177
E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco
spenge in dui colpi, Andropono e Conrado.
che de la notte avean goduto al fresco
gran parte, or con la tazza, ora col dado:
felici, se vegghiar sapeano a desco
fin che de l'Indo il sol passassi il guado.
Ma non potria negli uomini il destino,
se del futuro ognun fosse indovino.
178
Come impasto leone in stalla piena,
che lunga fame abbia smacrato e asciutto,
uccide, scanna, mangia, a strazio mena
l'infermo gregge in sua balia condutto;
cosi il crudel pagan nel sonno svena
la nostra gente, e fa macel per tutto.
La spada di Medoro anco non ebe;
ma si sdegna ferir l'ignobil plebe.
179
Venuto era ove il duca di Labretto
con una dama sua dormia abbracciato;
e l'un con l'altro si tenea si stretto,
che non saria tra lor l'aere entrato.
Medoro ad ambi taglia il capo netto.
Oh felice morire! oh dolce fato!
che come erano i corpi, ho cosi fede
ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.
180
Malindo uccise e Ardalico il fratello,
che del conte di Fiandra erano figli;
e l'uno e l'altro cavallier novello
fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme i gigli,
perche il giorno amendui d'ostil macello
con gli stocchi tornar vide vermigli:
e terre in Frisa avea promesso loro,
e date avria; ma lo vieto Medoro.
181
Gl'insidiosi ferri eran vicini
ai padiglioni che tiraro in volta
al padiglion di Carlo i paladini,
facendo ognun la guardia la sua volta;
quando da l'empia strage i Saracini
trasson le spade, e diero a tempo volta;
ch'impossibil lor par, tra si gran torma,
che non s'abbia a trovar un che non dorma.
182
E ben che possan gir di preda carchi,
salvin pur se, che fanno assai guadagno.
Ove piu creda aver sicuri i varchi
va Cloridano, e dietro ha il suo compagno.
Vengon nel campo, ove fra spade ed archi
e scudi e lance in un vermiglio stagno
giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli,
e sozzopra con gli uomini i cavalli.
183
Quivi dei corpi l'orrida mistura,
che piena avea la gran campagna intorno,
potea far vaneggiar la fedel cura
dei duo compagni insino al far del giorno,
se non traea fuor d'una nube oscura,
a' prieghi di Medor, la Luna il corno.
Medoro in ciel divotamente fisse
verso la Luna gli occhi, e cosi disse:
184
- O santa dea, che dagli antiqui nostri
debitamente sei detta triforme;
ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri
l'alta bellezza tua sotto piu forme,
e ne le selve, di fere e di mostri
vai cacciatrice seguitando l'orme;
mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti,
che vivendo imito tuoi studi santi. -
185
La luna a quel pregar la nube aperse
(o fosse caso o pur la tanta fede),
bella come fu allor ch'ella s'offerse,
e nuda in braccio a Endimion si diede.
Con Parigi a quel lume si scoperse
l'un campo e l'altro; e 'l monte e 'l pian si vede:
si videro i duo colli di lontano,
Martire a destra, e Leri all'altra mano,
186
Rifulse lo splendor molto piu chiaro
ove d'Almonte giacea morto il figlio.
Medoro ando, piangendo, al signor caro;
che conobbe il quartier bianco e vermiglio:
e tutto 'l viso gli bagno d'amaro
pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio,
in si dolci atti, in si dolci lamenti,
che potea ad ascoltar fermare i venti.
187
Ma con sommessa voce e a pena udita;
non che riguardi a non si far sentire,
perch'abbia alcun pensier de la sua vita,
piu tosto l'odia, e ne vorrebbe uscire:
ma per timor che non gli sia impedita
l'opera pia che quivi il fe' venire.
Fu il morto re sugli omeri sospeso
di tramendui, tra lor partendo il peso.
188
Vanno affrettando i passi quanto ponno,
sotto l'amata soma che gl'ingombra.
E gia venia chi de la luce e donno
le stelle a tor del ciel, di terra l'ombra;
quando Zerbino, a cui del petto il sonno
l'alta virtude, ove e bisogno, sgombra,
cacciato avendo tutta notte i Mori,
al campo si traea nei primi albori.
189
E seco alquanti cavallieri avea,
che videro da lunge i dui compagni.
Ciascuno a quella parte si traea,
sperandovi trovar prede e guadagni.
- Frate, bisogna (Cloridan dicea)
gittar la soma, e dare opra ai calcagni;
che sarebbe pensier non troppo accorto,
perder duo vivi per salvar un morto. -
190
E gitto il carco, perche si pensava
che 'l suo Medoro il simil far dovesse:
ma quel meschin, che 'l suo signor piu amava,
sopra le spalle sue tutto lo resse.
L'altro con molta fretta se n'andava,
come l'amico a paro o dietro avesse:
se sapea di lasciarlo a quella sorte,
mille aspettate avria, non ch'una morte.
191
Quei cavallier, con animo disposto
che questi a render s'abbino o a morire,
chi qua chi la si spargono, ed han tosto
preso ogni passo onde si possa uscire.
Da loro il capitan poco discosto,
piu degli altri e sollicito a seguire;
ch'in tal guisa vedendoli temere,
certo e che sian de le nimiche schiere.
192
Era a quel tempo ivi una selva antica,
d'ombrose piante spessa e di virgulti,
che, come labirinto, entro s'intrica
di stretti calli e sol da bestie culti.
Speran d'averla i duo pagan si amica,
ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti.
Ma chi del canto mio piglia diletto,
un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.
CANTO DICIANNOVESIMO
1
Alcun non puo saper da chi sia amato,
quando felice in su la ruota siede:
pero c'ha i veri e i finti amici a lato,
che mostran tutti una medesma fede.
Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
volta la turba adulatrice il piede;
e quel che di cor ama riman forte,
ed ama il suo signor dopo la morte.
2
Se, come il viso, si mostrasse il core,
tal ne la corte e grande e gli altri preme,
e tal e in poca grazia al suo signore,
che la lor sorte muteriano insieme.
Questo umil diverria tosto il maggiore:
staria quel grande infra le turbe estreme.
Ma torniamo a Medor fedele e grato,
che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
3
Cercando gia nel piu intricato calle
il giovine infelice di salvarsi;
ma il grave peso ch'avea su le spalle,
gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
Non conosce il paese, e la via falle,
e torna fra le spine a invilupparsi.
Lungi da lui tratto al sicuro s'era
l'altro, ch'avea la spalla piu leggiera.
4
Cloridan s'e ridutto ove non sente
di chi segue lo strepito e il rumore:
ma quando da Medor si vede assente,
gli pare aver lasciato a dietro il core.
- Deh, come fui (dicea) si negligente,
deh, come fui si di me stesso fuore,
che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
ne sappia quando o dove io ti lasciassi! -
5
Cosi dicendo, ne la torta via
de l'intricata selva si ricaccia;
ed onde era venuto si ravvia,
e torna di sua morte in su la traccia.
Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
e la nimica voce che minaccia:
all' ultimo ode il suo Medoro, e vede
che tra molti a cavallo e solo a piede.
6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
Zerbin commanda e grida che sia preso.
L'infelice s'aggira com'un torno,
e quanto puo si tien da lor difeso,
or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
ne si discosta mai dal caro peso.
L'ha riposato al fin su l'erba, quando
regger nol puote, e gli va intorno errando:
7
come orsa, che l'alpestre cacciatore
ne la pietrosa tana assalita abbia,
sta sopra i figli con incerto core,
e freme in suono di pieta e di rabbia:
ira la 'nvita e natural furore
a spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia;
amor la 'ntenerisce, e la ritira
a riguardare ai figli in mezzo l'ira.
8
Cloridan, che non sa come l'aiuti,
e ch'esser vuole a morir seco ancora,
ma non ch'in morte prima il viver muti,
che via non truovi ove piu d'un ne mora;
mette su l'arco un de' suoi strali acuti,
e nascoso con quel si ben lavora,
che fora ad uno Scotto le cervella,
e senza vita il fa cader di sella.
9
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
ond'era uscito il calamo omicida.
Intanto un altro il Saracin ne manda,
perche 'l secondo a lato al primo uccida;
che mentre in fretta a questo e a quel domanda
chi tirato abbia l'arco, e forte grida,
lo strale arriva e gli passa la gola,
e gli taglia pel mezzo la parola.
10
Or Zerbin, ch'era il capitano loro,
non pote a questo aver piu pazienza.
Con ira e con furor venne a Medoro,
dicendo: - Ne farai tu penitenza. -
Stese la mano in quella chioma d'oro,
e strascinollo a se con violenza:
ma come gli occhi a quel bel volto mise,
gli ne venne pietade, e non l'uccise.
11
Il giovinetto si rivolse a' prieghi,
e disse: - Cavallier, per lo tuo Dio,
non esser si crudel, che tu mi nieghi
ch'io sepelisca il corpo del re mio.
Non vo' ch'altra pieta per me ti pieghi,
ne pensi che di vita abbi disio:
ho tanta di mia vita, e non piu, cura,
quanta ch'al mio signor dia sepultura.
12
E se pur pascer voi fiere ed augelli,
che 'n te il furor sia del teban Creonte,
fa lor convito di miei membri, e quelli
sepelir lascia del figliuol d'Almonte. -
Cosi dicea Medor con modi belli,
e con parole atte a voltare un monte;
e si commosso gia Zerbino avea,
che d'amor tutto e di pietade ardea.
13
In questo mezzo un cavallier villano,
avendo al suo signor poco rispetto,
feri con una lancia sopra mano
al supplicante il delicato petto.
Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano;
tanto piu, che del colpo il giovinetto
vide cader si sbigottito e smorto,
che 'n tutto giudico che fosse morto.
14
E se ne sdegno in guisa e se ne dolse,
che disse: - Invendicato gia non fia! -
e pien di mal talento si rivolse
al cavallier che fe' l'impresa ria:
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
dinanzi in un momento, e fuggi via.
Cloridan, che Medor vede per terra,
salta del bosco a discoperta guerra.
15
E getta l'arco, e tutto pien di rabbia
tra gli nimici il ferro intorno gira,
piu per morir, che per pensier ch'egli abbia
di far vendetta che pareggi l'ira.
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
fra tante spade, e al fin venir si mira;
e tolto che si sente ogni potere,
si lascia a canto al suo Medor cadere.
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