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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

L >> Ludovico Ariosto >> Orlando Furioso

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72
Suggiunse a lei Guidon: - Tu m'avrai pronto
a seguitarti ed a morirti a canto,
ma vivi rimaner non faccian conto;
bastar ne puo di vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul feminile, ed altretanto
resta a guardare e porto e rocca e mura,
ne alcuna via d'uscir trovo sicura. -

73
Disse Marfisa: - E molto piu sieno elle
degli uomini che Serse ebbe gia intorno,
e sieno piu de l'anime ribelle
ch'uscir del ciel con lor perpetuo scorno;
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le voglio uccidere in un giorno. -
Guidon suggiunse: - Io non ci so via alcuna
ch'a valer n'abbia, se non val quest'una.

74
Ne puo sola salvar, se ne succede,
quest'una ch'io diro, ch'or mi soviene.
Fuor ch'alle donne, uscir non si concede,
ne metter piede in su le salse arene:
e per questo commettermi alla fede
d'una de le mie donne mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
piu pruova ancor, ch'io non faro al presente.

75
Non men di me tormi costei disia
di servitu, pur che ne venga meco,
che cosi spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch'io viva seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
fara ordinar, mentre e ancor l'aer cieco,
che i marinai vostri troveranno
acconcia a navigar, come vi vanno.

76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e galeotti,
ch'ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, sete ridotti,
avrete a farvi amplo sentier coi petti,
se del nostro camin siamo interrotti:
cosi spero, aiutandoci le spade,
ch'io vi trarro de la crudel cittade. -

77
- Tu fa come ti par (disse Marfisa),
ch'io son per me d'uscir di qui sicura.
Piu facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che e dentro a queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar ch'abbi paura.
Vo' uscir di giorno, e sol per forza d'arme;
che per ogn'altro modo obbrobrio parme.

78
S'io ci fossi per donna conosciuta,
so ch'avrei da le donne onore e pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta
e tra le prime forse del collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo' d'essi aver piu privilegio.
Troppo error fora ch'io mi stessi o andassi
libera, e gli altri in servitu lasciassi. -

79
Queste parole ed altre seguitando,
mostro Marfisa che 'l rispetto solo
ch'avea al periglio de' compagni (quando
potria loro il suo ardir tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
segno d'ardir non assalia lo stuolo:
e per questo a Guidon lascia la cura
d'usar la via che piu gli par sicura.

80
Guidon la notte con Aleria parla
(cosi avea nome la piu fida moglie),
ne bisogno gli fu molto pregarla,
che la trovo disposta alle sue voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v'arreco le sue piu ricche spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
con le compagne uscire in corso fuore.

81
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lance arrecar, corazze e scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch'eran mezzo nudi.
Altri dormiro, ed altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozi e gli studi;
spesso guardando, e pur con l' arme indosso,
se l'oriente ancor si facea rosso.

82
Dal duro volto de la terra il sole
non tollea ancora il velo oscuro ed atro;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto l'aratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia, empi il teatro,
come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno al nuovo tempo voglia.

83
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e terra,
cosi citando il suo signor, che torni
a terminar la cominciata guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca d'Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti.

84
Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si convenia,
ne v'era altro camin lungo ne corto:
cosi Guidon disse alla compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
lor diede, entro senza rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s'appresento con piu di cento in schiera.

85
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all'altra porta per uscire:
ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta a ferire,
penso, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
e parte, onde s'uscia, venne ad opporse.

86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le porte:
ma tanta e tanta copia era dei dardi
che, con ferite dei compagni e morte,
pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno,
ch'al fin temean d'averne danno e scorno.

87
D'ogni guerrier l'usbergo era perfetto;
che se non era, avean piu da temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;
quel di Marfisa v'ebbe a rimanere.
Astolfo tra se disse: - Ora, ch'aspetto
che mai mi possa il corno piu valere?
Io vo' veder, poi che non giova spada,
s'io so col corno assicurar la strada. -

88
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a bocca.
Par che la terra e tutto 'l mondo trieme,
quando l'orribil suon ne l'aria scocca.
Si nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
giu del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.

89
Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime loco
l'esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d'ogn'intorno il fuoco,
che mentre le tenea gravi le ciglia
il pigro sonno, crebbe a poco a poco:
cosi messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso suono.

90
Di qua di la, di su di giu smarrita
surge la turba, e di fuggir procaccia.
Son piu di mille a un tempo ad ogni uscita:
cascano a monti, e l'una l'altra impaccia.
In tanta calca perde altra la vita;
da palchi e da finestre altra si schiaccia:
piu d'un braccio si rompe e d'una testa,
di ch'altra morta, altra storpiata resta.

91
Il pianto e 'l grido insino al ciel saliva,
d'alta ruina misto e di fraccasso.
Affretta, ovunque il suon del corno arriva,
la turba spaventata in fuga il passo.
Se udite dir che d'ardimento priva
la vil plebe si mostri e di cor basso,
non vi maravigliate, che natura
e de la lepre aver sempre paura.

92
Ma che direte del gia tanto fiero
cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio?
dei dua giovini figli d'Oliviero,
che gia tanto onoraro il lor lignaggio?
Gia centomila avean stimato un zero;
e in fuga or se ne van senza coraggio,
come conigli, o timidi colombi
a cui vicino alto rumor rimbombi.

93
Cosi noceva ai suoi come agli strani
la forza che nel corno era incantata.
Sansonetto, Guidone e i duo germani
fuggon dietro a Marfisa spaventata;
ne fuggendo ponno ir tanto lontani,
che lor non sia l'orecchia anco intronata.
Scorre Astolfo la terra in ogni lato,
dando via sempre al corno maggior fiato.

94
Chi scese al mare, e chi poggio su al monte,
e chi tra i boschi ad occultar si venne:
alcuna, senza mai volger la fronte,
fuggir per dieci di non si ritenne:
usci in tal punto alcuna fuor del ponte,
ch'in vita sua mai piu non vi rivenne.
Sgombraro in modo e piazze e templi e case,
che quasi vota la citta rimase.

95
Marfisa e 'l bon Guidone e i duo fratelli
e Sansonetto, pallidi e tremanti,
fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli
fuggian i marinari e i mercatanti;
ove Aleria trovar, che, fra i castelli,
loro avea un legno apparecchiato inanti.
Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse,
die i remi all'acqua ed ogni vela sciolse.

96
Dentro e d'intorno il duca la cittade
avea scorsa dai colli insino all'onde;
fatto avea vote rimaner le strade:
ognun lo fugge, ognun se gli nasconde.
Molte trovate fur, che per viltade
s'eran gittate in parti oscure e immonde;
e molte, non sappiendo ove s'andare,
messesi a nuoto ed affogate in mare.

97
Per trovare i compagni il duca viene,
che si credea di riveder sul molo.
Si volge intorno, e le deserte arene
guarda per tutto, e non v'appare un solo.
Leva piu gli occhi, e in alto a vele piene
da se lontani andar li vede a volo:
si che gli convien fare altro disegno
al suo camin, poi che partito e il legno.

98
Lasciamolo andar pur - ne vi rincresca
che tanta strada far debba soletto
per terra d'infedeli e barbaresca,
dove mai non si va senza sospetto:
non e periglio alcuno, onde non esca
con quel suo corno, e n'ha mostrato effetto; -
e dei compagni suoi pigliamo cura,
ch'al mar fuggian tremando di paura.

99
A piena vela si cacciaron lunge
da la crudele e sanguinosa spiaggia:
e poi che di gran lunga non li giunge
l'orribil suon ch'a spaventar piu gli aggia,
insolita vergogna si gli punge,
che, com'un fuoco, a tutti il viso raggia.
L'un non ardisce a mirar l'altro, e stassi
tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.

100
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento,
e Cipro e Rodi, e giu per l'onda egea
da se vede fuggire isole cento
col periglioso capo di Malea;
e con propizio ed immutabil vento
asconder vede la greca Morea;
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno
costeggia de l'Italia il lito ameno:

101
e sopra Luna ultimamente sorse,
dove lasciato avea la sua famiglia.
Dio ringraziando che 'l pelago corse
senza piu danno, il noto lito piglia.
Quindi un nochier trovar per Francia sciorse,
il qual di venir seco li consiglia:
e nel suo legno ancor quel di montaro,
ed a Marsilia in breve si trovaro.

102
Quivi non era Bradamante allora,
ch'aver solea governo del paese;
che se vi fosse, a far seco dimora
gli avria sforzati con parlar cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora
dai quattro cavallier congedo prese
Marfisa, e da la donna del Selvaggio;
e piglio alla ventura il suo viaggio,

103
dicendo che lodevole non era
ch'andasser tanti cavallieri insieme:
che gli storni e i colombi vanno in schiera,
i daini e i cervi e ogn'animal che teme;
ma l'audace falcon, l'aquila altiera,
che ne l'aiuto altrui non metton speme
orsi, tigri, leon, soli ne vanno;
che di piu forza alcun timor non hanno.

104
Nessun degli altri fu di quel pensiero;
si ch'a lei sola tocco a far partita.
Per mezzo i boschi e per strano sentiero
dunque ella se n'ando sola e romita.
Grifone il bianco ed Aquilante il nero
pigliar con gli altri duo la via piu trita,
e giunsero a un castello il di seguente,
dove albergati fur cortesemente.

105
Cortesemente dico in apparenza,
ma tosto vi sentir contrario effetto;
che 'l signor del castel, benivolenza
fingendo e cortesia, lor de ricetto:
e poi la notte, che sicuri senza
timor dormian, gli fe' pigliar nel letto;
ne prima li lascio, che d'osservare
una costuma ria li fe' giurare.

106
Ma vo' seguir la bellicosa donna,
prima, Signor, che di costor piu dica.
Passo Druenza, il Rodano e la Sonna,
e venne a pie d'una montagna aprica.
Quivi lungo un torrente, in negra gonna
vide venire una femina antica,
che stanca e lassa era di lunga via,
ma via piu afflitta di malenconia.

107
Questa e la vecchia che solea servire
ai malandrin nel cavernoso monte,
la dove alta giustizia fe' venire
e dar lor morte il paladino conte.
La vecchia, che timore ha di morire
per le cagion che poi vi saran conte,
gia molti di va per via oscura e fosca,
fuggendo ritrovar chi la conosca.

108
Quivi d'estrano cavallier sembianza
l'ebbe Marfisa all'abito e all'arnese;
e percio non fuggi, com'avea usanza
fuggir dagli altri ch'eran del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si fermo al guado, e di lontan l'attese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le usci incontra e salutolla.

109
Poi la prego che seco oltr'a quell'acque
ne l'altra ripa in groppa la portasse.
Marfisa che gentil fu da che nacque,
di la dal fiumicel seco la trasse;
e portarla anch'un pezzo non le spiacque,
fin ch'a miglior camin la ritornasse,
fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero
si videro all'incontro un cavalliero.

110
Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
verso il fiume venia da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch'avea seco era assai bella,
ma d'altiero sembiante e poco grato,
tutta d'orgoglio e di fastidio piena,
del cavallier ben degna che la mena.

111
Pinabello, un de' conti maganzesi,
era quel cavallier ch'ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gitto nel cavo speco.
Quei sospir, quei singulti cosi accesi,
quel pianto che lo fe' gia quasi cieco,
tutto fu per costei ch'or seco avea,
che 'l negromante allor gli ritenea.

112
Ma poi che fu levato di sul colle
l'incantato castel del vecchio Atlante,
e che pote ciascuno ire ove volle,
per opra e per virtu di Bradamante;
costei, ch'agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era stata inante,
si torno a lui, ed in sua compagnia
da un castello ad un altro or se ne gia.

113
E si come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di Marfisa,
non si pote tenere a bocca chiusa
di non la motteggiar con beffe e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,
rispose d'ira accesa alla donzella,
che di lei quella vecchia era piu bella;

114
e ch'al suo cavallier volea provallo,
con patto di poi torre a lei la gonna
e il palafren ch'avea, se da cavallo
gittava il cavallier di ch'era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
di risponder con l'arme non assonna:
piglia lo scudo e l'asta, e il destrier gira,
poi vien Marfisa a ritrovar con ira.

115
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel l'arresta,
e si stordito lo riversa in terra,
che tarda un'ora a rilevar la testa.
Marfisa vincitrice de la guerra,
fe' trarre a quella giovane la vesta,
ed ogn'altro ornamento le fe' porre,
e ne fe' il tutto alla sua vecchia torre:

116
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n'ornasse tutta;
e fe' che 'l palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi condutta.
Indi al preso camin con lei si volse,
che quant'era piu ornata, era piu brutta.
Tre giorni se n'andar per lunga strada,
senza far cosa onde a parlar m'accada.

117
Il quarto giorno un cavallier trovaro,
che venia in fretta galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v'e caro,
dicovi ch'e Zerbin, di re figliuolo,
di virtu esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea d'ira e di duolo
di non aver potuto far vendetta
d'un che gli avea gran cortesia interdetta.

118
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;
ma si a tempo colui seppe via torse,
si seppe nel fuggir prender vantaggio,
si il bosco e si una nebbia lo soccorse,
ch'avea offuscato il matutino raggio,
che di man di Zerbin si levo netto,
fin che l'ira e il furor gli usci del petto.

119
Non pote, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il brutto antiquo viso;
ed a Marfisa, che le venia a lato,
disse: - Guerrier, tu sei pien d'ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi trovar chi te la invidi.

120
Avea la donna (se la crespa buccia
puo darne indicio) piu de la Sibilla,
e parea, cosi ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
ed or piu brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l'ira le sfavilla:
ch'a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o brutta le vien detto.

121
Mostro turbarse l'inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin: - Mia donna e bella,
per Dio, via piu che tu non sei cortese;
come ch'io creda che la tua favella
da quel che sente l'animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.

122
E chi saria quel cavallier, che questa
si giovane e si bella ritrovasse
senza piu compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse? -
- Si ben (disse Zerbin) teco s'assesta,
che saria mal ch'alcun te la levasse;
ed io per me non son cosi indiscreto,
che te ne privi mai; stanne pur lieto.

123
S'in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch'io vaglio son per farti mostra;
ma per costei non mi tener si cieco,
che solamente far voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo' partir tanta amicizia vostra.
Ben vi sete accoppiati: io giurerei,
com'ella e bella, tu gagliardo sei. -

124
Suggiunse a lui Marfisa: - Al tuo dispetto
di levarmi costei provar convienti.
Non vo' patir ch'un si leggiadro aspetto
abbi veduto, e guadagnar nol tenti. -
Rispose a lei Zerbin - Non so a ch'effetto
l'uom si metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria, poi,
che giovi al vinto, e al vincitore annoi. -

125
- Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar nol dei
(disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono
vinto da te, m'abbia a restar costei;
ma s'io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi de' star senza lei:
se perdi, converra che tu le faccia
compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. -

126
- E cosi sia, - Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il cavallo.
Si levo su le staffe e si raccolse
fermo in arcione, e per non dare in fallo,
lo scudo in mezzo alla donzella colse;
ma parve urtasse un monte di metallo:
ed ella in guisa a lui tocco l'elmetto,
che stordito il mando di sella netto.

127
Troppo spiacque a Zerbin l'esser caduto,
ch'in altro scontro mai piu non gli avvenne,
e n'avea mille e mille egli abbattuto;
ed a perpetuo scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e piu gli dolse poi che gli sovenne
ch'avea promesso e che gli convenia
aver la brutta vecchia in compagnia.

128
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: - Questa t'appresento;
e quanto piu la veggio e grata e bella,
tanto, ch'ella sia tua, piu mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua fe non se ne porti il vento,
che per sua guida e scorta tu non vada
(come hai promesso) ovunque andar l'aggrada. -

129
Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito s'imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alla vecchia: - Fa ch'io lo conosca. -
Ed ella non gli tiene ascoso il vero,
onde sa che lo 'ncende e che l'attosca:
- Il colpo fu di man d'una donzella,
che t'ha fatto votar (disse) la sella.

130
Per suo valor costei debitamente
usurpa a' cavallieri e scudo e lancia;
e venuta e pur dianzi d'Oriente
per assaggiare i paladin di Francia. -
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di rossor la guancia,
ma resto poco di non farsi rosso
seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso.

131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette le cosce.
Tra se la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di piu dargli angosce.
Gli ricorda ch'andar seco bisogna:
e Zerbin, ch'ubligato si conosce,
l'orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.

132
E sospirando: - Ohime, Fortuna fella
(dicea), che cambio e questo che tu fai?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch'esser meco dovea, levata m'hai.
Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella
si debba por costei ch'ora mi dai?
Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio tanto diseguale.

133
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avra mai pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
hai data ai pesci ed agli augei del mare;
e costei che dovria gia aver pasciuti
sotterra i vermi, hai tolta a perservare
dieci o venti anni piu che non devevi,
per dar piu peso agli mie' affanni grevi. -

134
Zerbin cosi parlava; ne men tristo
in parole e in sembianti esser parea
di questo nuovo suo si odioso acquisto,
che de la donna che perduta avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
mai piu Zerbin, per quel ch'ora dicea,
s'avvide esser colui di che notizia
le diede gia Issabella di Galizia.

135
Se 'l vi ricorda quel ch'avete udito,
costei da la spelonca ne veniva,
dove Issabella, che d'amor ferito
Zerbino avea, fu molti di captiva.
Piu volte ella le avea gia riferito
come lasciasse la paterna riva,
e come rotta in mar da la procella,
si salvasse alla spiaggia di Rocella.

136
E si spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze conte,
ch'ora udendol parlare, e piu vicino
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte,
vide esser quel per cui sempre meschino
fu d'Issabella il cor nel cavo monte;
che di non veder lui piu si lagnava,
che d'esser fatta ai malandrini schiava.

137
La vecchia, dando alle parole udienza,
che con sdegno e con duol Zerbino versa,
s'avede ben ch'egli ha falsa credenza
che sia Issabella in mar rotta e sommersa:
e ben ch'ella del certo abbia scienza,
per non lo rallegrar, pur la perversa
quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol gli dice quel che gli dispiace.

138
- Odi tu (gli disse ella), tu che sei
cotanto altier, che si mi scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
che morta piangi, mi faresti vezzi:
ma piu tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o fessi in mille pezzi;
dove, s'eri ver me piu mansueto,
forse aperto t'avrei questo secreto. -

139
Come il mastin che con furor s'aventa
adosso al ladro, ad achetarsi e presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto appropriato a questo;
cosi tosto Zerbino umil diventa,
e vien bramoso di sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta piange, gli sa dir novella.

140
E volto a lei con piu piacevol faccia,
la supplica, la prega, la scongiura
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o buona o ria ventura.
- Cosa non udirai che pro ti faccia
(disse la vecchia pertinace e dura):
non e Issabella, come credi, morta;
ma viva si, ch'a' morti invidia porta.

141
E capitata in questi pochi giorni
che non n'udisti, in man di piu di venti;
si che, qualora anco in man tua ritorni,
ve' se sperar di corre il fior convienti. -
Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti ell'era stata,
non l'avea alcun pero mai violata.

142
Dove l'avea veduta domandolle
Zerbino, e quando, ma nulla n'invola;
che la vecchia ostinata piu non volle
a quel c'ha detto aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle di tagliar la gola:
ma tutto e invan cio che minaccia e prega;
che non puo far parlar la brutta strega.

143
Lascio la lingua all'ultimo in riposo
Zerbin, poi che 'l parlar gli giovo poco;
per quel ch'udito avea, tanto geloso,
che non trovava il cor nel petto loco;
d'Issabella trovar si disioso,
che saria per vederla ito nel fuoco:
ma non poteva andar piu che volesse
colei, poi ch'a Marfisa lo promesse.

144
E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto;
ne per o poggiar monte o scender valle,
mai si guardaro in faccia o si fer motto.
Ma poi ch'al mezzodi volse le spalle
il vago sol, fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel cammin scontraro.
Quel che segui, ne l'altro canto e chiaro.


CANTO VENTUNESIMO


1
Ne fune intorto credero che stringa
soma cosi, ne cosi legno chiodo,
come la fe ch'una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil nodo.
Ne dagli antiqui par che si dipinga
la santa Fe vestita in altro modo,
che d'un vel bianco che la cuopra tutta:
ch'un sol punto, un sol neo la puo far brutta.

2
La fede unqua non debbe esser corrotta,
o data a un solo, o data insieme a mille;
e cosi in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti e di postille,
senza giurare o segno altro piu espresso,
basti una volta che s'abbia promesso.

3
Quella servo, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier Zerbino:
e quivi dimostro che conto n'ebbe,
quando si tolse dal proprio camino
per andar con costei, la qual gl'increbbe,
come s'avesse il morbo si vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
piu che 'l disio, quel che promesso avea.

4
Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli preme,
che n'arrabbia di duol, ne le fa motto,
e vanno muti e taciturni insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
ch'al mondo il sol mostro le ruote estreme,
da un cavalliero aventuroso errante,
ch'in mezzo del camin lor si fe' inante.

5
La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch'era nomato Ermonide d'Olanda,
che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia banda,
posto l'orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si raccomanda,
e gli ricorda quel ch'esso promise
alla guerriera ch'in sua man la mise.

6
Perche di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che contra lor venia:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al mondo avia;
e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor disia.
- Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti
(dicea Zerbin), non vo' che tu paventi. -

7
Come piu presso il cavallier si specchia
in quella faccia che si in odio gli era:
- O di combatter meco t'apparecchia
(grido con voce minacciosa e fiera),
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man secondo il merto pera.
Se combatti per lei, rimarrai morto;
che cosi avviene a chi s'appiglia al torto. -

8
Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli e desir di bassa e mala sorte,
ed a cavalleria non corrisponde
che cerchi dare ad una donna morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consideri ch'importe
ch'un cavallier, com'era egli, gentile,
voglia por man nel sangue feminile,

9
Queste gli disse e piu parole invano;
e fu bisogno al fin venire a' fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta briglia ratti.
Non van si presti i razzi fuor di mano,
ch'al tempo son de le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare insieme i cavallieri.

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A Stephen King fan has published an 80-page version of the book which novelist Jack Torrance obsessively writes during King's The Shining, where his descent into madness is revealed when his wife discovers that his work consists of just one phrase, endlessly repeated.

Torrance, played by Jack Nicholson in terrifying form in Stanley Kubrick's 1980 film, is a frustrated writer who goes with his wife and son to spend the winter in the isolated Overlook Hotel in an attempt to get the novel he has always wanted to write started. But the hotel's grisly past and unquiet ghosts have their way with him, and his wife Wendy eventually finds that the manuscript he has been working on actually only contains the phrase "All work and no play makes Jack a dull boy", typed over and over again.

Now New York artist Phil Buehler, who describes himself as "a big fan of Stanley Kubrick and Stephen King", has self-published a book credited to Torrance, repeating the phrase throughout but formatting each page differently, using the words to create different shapes from zigzags to spirals.

"The idea has probably been marinating for years, because I loved the movie and the Stephen King book," said Buehler. "I'd just finished my own obsessive art project [and] it was an idea I had over the Christmas holidays."

He said he decided to stick to type and formatting that could have been created on a typewriter, with the first ten pages duplicating shots of Torrance's work from the film. "I thought 'if he continues to get crazier, what would those pages look like?'" he said. "I hit writer's block about 60 pages in, and I had to get to 80 - that went on for about a week." His fiancée, who had neither read the book nor seen the film, became a little concerned about his actions. "I finally showed her the movie, and she realised I wasn't really losing it," said Buehler.

He's included a spoof review from the blog OverThinkingIt.com on the book's back jacket, which compares it to "the best of Beckett" in its "lack of forward momentum", and considers the struggles of the author, "heroically pitting himself against the Sisyphusean sentence". "It's that metatextual struggle of Man vs. Typewriter that gives this book its spellbinding power," the review says. "Some will dismiss it as simplistic; that's like dismissing a Pollack canvas as mere splatters of paint."

So far, Buehler says that around 1,000 people have viewed the book, for sale on Blurb.com for $8.95 in paperback, or $22.95 in hardback, and he's sold "a few" copies, with sales now starting to pick up steam. "A few people have asked me to sign it - they're looking it as a piece of art rather than a funny thing to give to a Kubrick fan," he said. "If you're not a Kubrick or King fan, you might not even get it."

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