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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

L >> Ludovico Ariosto >> Orlando Furioso

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10
Ermonide d'Olanda segno basso,
che per passare il destro fianco attese:
ma la sua debol lancia ando in fracasso,
e poco il cavallier di Scozia offese.
Non fu gia l'altro colpo vano e casso:
roppe lo scudo, e si la spalla prese,
che la foro da l'uno all'altro lato,
e riversar fe' Ermonide sul prato.

11
Zerbin che si penso d'averlo ucciso,
di pieta vinto, scese in terra presto,
e levo l'elmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno desto,
senza parlar guardo Zerbino fiso;
e poi gli disse: - Non m'e gia molesto
ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti
mostri esser fior de' cavallier erranti;

12
ma ben mi duol che questo per cagione
d'una femina perfida m'avviene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch'a vendicarmi di costei mi mene,
avresti, ognor che rimembrassi, affanno
d'aver, per campar lei, fatto a me danno.

13
E se spirto a bastanza avro nel petto
ch'io il possa dir (ma del contrario temo),
io ti faro veder ch'in ogni effetto
scelerata e costei piu ch'in estremo.
Io ebbi gia un fratel che giovinetto
d'Olanda si parti, donde noi semo,
e si fece d'Eraclio cavalliero,
ch'allor tenea de' Greci il sommo impero.

14
Quivi divenne intrinseco e fratello
d'un cortese baron di quella corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch'io favello,
di questa iniqua femina consorte,
la quale egli amo si, che passo il segno
ch'a un uom si convenia, come lui, degno.

15
Ma costei, piu volubile che foglia
quando l'autunno e piu priva d'umore,
che l' freddo vento gli arbori ne spoglia
e le soffia dinanzi al suo furore;
verso il marito cangio tosto voglia,
che fisso qualche tempo ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
d'acquistar per amante il fratel mio.

16
Ma ne si saldo all'impeto marino
l'Acrocerauno d'infamato nome,
ne sta si duro incontra borea il pino
che rinovato ha piu di cento chiome,
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le radici; come
il mio fratello a' prieghi di costei,
nido de tutti i vizi infandi e rei.

17
Or, come avviene a un cavallier ardito,
che cerca briga e la ritrova spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non fosse Argeo con esso;
e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del suo mal libero fosse.

18
Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch'in certa sua bisogna andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
il mio fratello, ed a sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre piu sostenne
avere ai fianchi un stimulo si reo:
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che gli parve meno.

19
Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d'Argeo l'intrinsichezza antiqua;
lungi andar si, che non sia manifesto
mai piu il suo nome alla femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era piu onesto
che satisfare a quella voglia obliqua,
o ch'accusar la moglie al suo signore,
da cui fu amata a par del proprio core.

20
E de le sue ferite ancora infermo
l'arme si veste, e del castel si parte;
e con animo va costante e fermo
di non mai piu tornare in quella parte.
Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte;
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa gran pianto,

21
e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch'ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia piu d'una fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l'ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l'amore in subitano sdegno.

22
- Deh (disse al fine), a che l'error nascondo
c'ho commesso, signor, ne la tua assenza?
che quando ancora io 'l celi a tutto 'l mondo,
celar nol posso alla mia coscienza.
L'alma che sente il suo peccato immondo,
pate dentro da se tal penitenza,
ch'avanza ogn'altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;

23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol, tu sappil'anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni.

24
Il tuo compagno ha l'onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha violato;
e perche teme ch'io ti narri il tutto,
or si parte il villan senza commiato. -
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
colui che piu d'ogn'altro gli fu grato.
Argeo lo crede, ed altro non aspetta;
ma piglia l'arme e corre a far vendetta.

25
E come quel ch'avea il paese noto,
lo giunse che non fu troppo lontano;
che 'l mio fratello, debole ed egroto,
senza sospetto se ne gia pian piano:
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia.

26
Era l'un sano e pien di nuovo sdegno,
infermo l'altro, ed all'usanza amico:
si ch'ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli nimico.
Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de l'infelice giovene ti dico:
cosi avea nome), non sofrendo il peso
di si fiera battaglia, resto preso.

27
- Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
il mio giusto furore e il tuo demerto
(gli disse Argeo), che mai sia omicidiale
di te ch'amava; e me tu amavi certo,
ben che nel fin me l'hai mostrato male;
pur voglio a tutto il mondo fare aperto
che, come fui nel tempo de l'amore,
cosi ne l'odio son di te migliore.

28
Per altro modo puniro il tuo fallo,
che le mie man piu nel tuo sangue porre. -
Cosi dicendo, fece sul cavallo
di verdi rami una bara comporre,
e quasi morto in quella riportallo
dentro al castello in una chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
candanno l'innocente a star prigione.

29
Non pero ch'altra cosa avesse manco,
che la liberta prima del partire;
perche nel resto, come sciolto e franco
vi comandava e si facea ubidire.
Ma non essendo ancor l'animo stanco
di questa ria del suo pensier fornire,
quasi ogni giorno alla prigion veniva;
ch'avea le chiavi, e a suo piacer l'apriva:

30
e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che di prima.
- Questa tua fedelta (dicea) che valti,
poi che perfidia per tutto si stima?
Oh che trionfi gloriosi ed alti!
oh che superbe spoglie e preda opima!
oh che merito al fin te ne risulta,
se, come a traditore, ognun t'insulta!

31
Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m'avresti dato quel che da te volli!
Di questo si ostinato tuo rigore
la gran merce che tu guadagni, or tolli:
in prigion sei, ne crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima non molli.
Ma quando mi compiacci, io faro trama
di racquistarti e libertade e fama. -

32
- No, no (disse Filandro) aver mai spene
che non sia, come suol, mia vera fede,
se ben contra ogni debito mi avviene
ch'io ne riporti si dura mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che 'l tutto vede
e mi puo ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenza si discerna.

33
Se non basta ch'Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
de la buona opra, qui poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sara quest'anima partita,
s'avedra poi d'avermi fatto torto,
e piangera il fedel compagno morto. -

34
Cosi piu volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer costrutto,
cercando va piu dentro ch'alla gonna
suoi vizi antiqui, e ne discorre il tutto.
Mille pensier fa d'uno in altro modo,
prima che fermi in alcun d'essi il chiodo.

35
Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la prigione;
di che il miser Filandro e spera e crede
che costei piu non gli abbia affezione.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata occasione
di metter fin con memorabil male
al suo cieco appetito irrazionale.

36
Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il bello,
che, non v'essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito,
ne s'accostava a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d'ire in Ierusalem per voto disse.

37
Disse d'andare; e partesi ch'ognuno
lo vede, e fa di cio sparger le grida:
ne il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all'aer bruno,
ne mai, se non la notte, ivi s'annida;
e con mutate insegne al nuovo albore,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.

38
Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come solea, ritorno.
Stava il di tutto alla foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
venia al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro l'infedel consorte.

39
Crede ciascun, fuor che l'iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli occhi al sen le piove.
- Dove potro (dicea) trovare aiuto,
che in tutto l'onor mio non sia perduto?

40
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dei.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa tuttavia, ne alcun de' miei
lascia che non contamini, per trarmi
a' suoi desii, ne so s'io potro aitarmi.

41
Or c'ha inteso il partir del mio consorte,
e ch'al ritorno non sara si presto,
ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz'altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d'appressarsi a tre miglia a questo muro.

42
E quel che gia per messi ha ricercato,
oggi me l'ha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio e stato
de lo avvenirmi disonore ed onte,
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver per mie parole in pace.

43
Promesso gli ho, non gia per osservargli
(che fatto per timor, nullo e il contratto);
ma la mia intenzion fu per vietargli
quel che per forza avrebbe allora fatto.
Il caso e qui: tu sol poi rimediargli;
del mio onor altrimenti sara tratto,
e di quel del mio Argeo, che gia m'hai detto
aver o tanto, o piu che 'l proprio, a petto.

44
E se questo mi nieghi, io diro dunque
ch'in te non sia la fe di che ti vanti;
ma che fu sol per crudelta, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque
m'hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta. -

45
- Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto;
e ben ch'a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
e siami contra il mondo e la mia sorte. -

46
Rispose l'empia: - Io voglio che tu spenga
colui che 'l nostro disonor procura.
Non temer ch'alcun mal di cio t'avenga;
ch'io te ne mostrero la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su l'ora terza la notte piu scura;
e fatto un segno de ch'io l'ho avvertito,
io l'ho a tor dentro, che non sia sentito.

47
A te non gravera prima aspettarme
ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia l'arme,
e quasi nudo in man te lo conduca. -
Cosi la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda buca;
se per dritto costei moglie s'appella,
piu che furia infernal crudele e fella.

48
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con l'arme in mano;
e ne l'oscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che 'l consiglio del mal va raro invano.
Cosi Filandro il buon Argeo percosse,
che si penso che quel Morando fosse.

49
Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal l'uccise, che mai non pensollo,
ne mai l'avria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all'amico
quel di che peggio non si fa al nimico.

50
Poscia ch'Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio fratel la spada.
Gabrina e il nome di costei, che nacque
sol per tradire ognun che in man le cada.
Ella, che 'l ver fin a quell'ora tacque,
vuol che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond'egli e reo:
e gli dimostra il suo compagno Argeo.

51
E gli minaccia poi, se non consente
all'amoroso suo lungo desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch'egli ha fatto, e nol puo contradire;
e lo fara vituperosamente
come assassino e traditor morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de', se ben la vita si poco ama.

52
Pien di paura e di dolor rimase
Filandro, poi che del suo error s'accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d'uccider questa, e stette un pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrovo (che la ragion soccorse),
non si trovando avere altr'arme in mano,
coi denti la stracciava a brano a brano.

53
Come ne l'alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e vinto,
ch'ora uno inanzi l'ha mandato, ed ora
un altro al primo termine respinto,
e l'han girato da poppa e da prora,
dal piu possente al fin resta sospinto;
cosi Filandro, tra molte contese
de' duo pensieri, al manco rio s'apprese.

54
Ragion gli dimostro il pericol grande,
oltre al morir, del fine infame e sozzo,
se l'omicidio nel castel si spande;
e del pensare il termine gli e mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che mande
l'amarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne l'afflitto core
piu de l'ostinazion pote il timore.

55
Il timor del supplicio infame e brutto
prometter fece con mille scongiuri,
che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se partian sicuri.
Cosi per forza colse l'empia il frutto
del suo desire, e poi lasciar quei muri.
Cosi Filandro a noi fece ritorno,
di se lasciando in Grecia infamia e scorno.

56
E porto nel cor fisso il suo compagno
che cosi scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d'una Progne crudel, d'una Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta l'avrebbe;
ma, quanto piu si puote, in odio l'ebbe.

57
Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo,
ed era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l'ultrice Furie ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto l'afflisse
questo dolor, ch'infermo al letto il fisse.

58
Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest'altro suo poco sia grata,
muta la fiamma gia d'amore intensa
in odio, in ira ardente ed arrabbiata;
ne meno e contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra se levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.

59
Un medico trovo d'inganni pieno,
sufficiente ed atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl'infermi di silopo;
e gli promesse, inanzi piu che meno
di quel che domando, donargli, dopo
ch'avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.

60
Gia in mia presenza e d'altre piu persone
venia col tosco in mano il vecchio ingiusto,
dicendo ch'era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che l'infermo ne turbasse il gusto,
per torsi il consapevole d'appresso,
o per non dargli quel ch'avea promesso,

61
la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tosco era celato,
dicendo: - Ingiustamente e se 'l ti grava
ch'io tema per costui c'ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, ne succo avelenato;
e per questo mi par che 'l beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. -

62
Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato allora?
La brevita del tempo si l'oppresse,
che pensar non pote che meglio fora;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
e l'infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto piglio, che si gli diede.

63
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente e sopragiunto e guasto;
cosi il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e cosi avvenga a ciascun altro avaro.

64
Fornito questo, il vecchio s'era messo,
per ritornare alla sua stanza, in via,
ed usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch'andasse pria
che 'l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.

65
Pregar non val, ne far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, ne la poter fuggire,
ai circostanti fa la cosa aperta;
ne la seppe costei troppo coprire.
E cosi quel che fece agli altri spesso,
quel buon medico al fin fece a se stesso:

66
e sequito con l'alma quella ch'era
gia de mio frate caminata inanzi.
Noi circostanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe' pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
piu crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato foco. -

67
Questo Ermonide disse, e piu voleva
seguir, com'ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga si l'aggreva,
che pallido ne l'erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi:
Ermonide si fece in quella porre;
ch'indi altrimente non si potea torre.

68
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl'increscea d'averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s'usa,
colei che venia seco avea difesa:
ch'altrimente sua fe saria confusa;
perche, quando in sua guardia l'avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturbarla.

69
E s'in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si discioglia
prima ch'ella abbia cosa a machinargli,
di ch'esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perche non ben risposta al vero dassi.

70
Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al gia promesso debito viaggio;
e tra se tutto il di la maledisse,
che far gli fece a quel barone oltraggio.
Ed or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu istrutto e saggio,
se prima l'avea a noia e a dispiacere,
or l'odia si che non la puo vedere.

71
Ella che di Zerbin sa l'odio a pieno,
ne in mala volunta vuole esser vinta,
un'oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rifa di quinta.
Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altrimente era dipinta.
Dunque ne la concordia ch'io vi dico,
tenean lor via per mezzo il bosco antico.

72
Ecco, volgendo il sol verso la sera,
udiron gridi e strepiti e percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor, vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch'era,
verso il rumore in gran fretta si mosse:
non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch'avvenne, all'altro canto io parlo.


CANTO VENTIDUESIMO


1
Cortesi donne e grate al vostro amante,
voi che d'un solo amor sete contente,
come che certo sia, fra tante e tante,
che rarissime siate in questa mente;
non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante,
quando contra Gabrina fui si ardente,
e s'ancor son per spendervi alcun verso,
di lei biasmando l'animo perverso.

2
Ella era tale; e come imposto fummi
da chi puo in me, non preterisco il vero.
Per questo io non oscuro gli onor summi
d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincero.
Quel che 'l Maestro suo per trenta nummi
diede a' Iudei, non nocque a Ianni o a Piero;
ne d'Ipermestra e la fama men bella,
se ben di tante inique era sorella.

3
Per una che biasmar cantando ardisco
(che l'ordinata istoria cosi vuole),
lodarne cento incontra m'offerisco,
e far lor virtu chiara piu che 'l sole.
Ma tornando al lavor che vario ordisco,
ch'a molti, lor merce, grato esser suole,
del cavallier di Scozia io vi dicea,
ch'un alto grido appresso udito avea.

4
Fra due montagne entro in un stretto calle
onde uscia il grido, e non fu molto inante,
che giunse dove in una chiusa valle
si vide un cavallier morto davante.
Chi sia diro; ma prima dar le spalle
a Francia voglio, e girmene in Levante,
tanto ch'io trovi Astolfo paladino,
che per Ponente avea preso il camino.

5
Io lo lasciai ne la citta crudele,
onde col suon del formidabil corno
avea cacciato il populo infedele,
e gran periglio toltosi d'intorno,
ed a' compagni fatto alzar le vele,
e dal lito fuggir con grave scorno.
Or seguendo di lui, dico che prese
la via d'Armenia, e usci di quel paese.

6
E dopo alquanti giorni in Natalia
trovossi, e inverso Bursia il camin tenne;
onde, continuando la sua via
di qua dal mare, in Tracia se ne venne.
Lungo il Danubio ando per l'Ungaria;
e come avesse il suo destrier le penne,
i Moravi e i Boemi passo in meno
di venti giorni e la Franconia e il Reno.

7
Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana
giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca.
L'aura che soffia verso tramontana,
la vela in guisa in su la prora carca,
ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana
vede Inghilterra, ove nel lito varca.
Salta a cavallo, e in tal modo lo punge,
ch'a Londra quella sera ancora giunge.

8
Quivi sentendo poi che 'l vecchio Otone
gia molti mesi inanzi era in Parigi,
e che di nuovo quasi ogni barone
avea imitato i suoi degni vestigi;
d'andar subito in Francia si dispone:
e cosi torna al porto di Tamigi,
onde con le vele alte uscendo fuora,
verso Calessio fe' drizzar la prora.

9
Un ventolin che leggiermente all'orza
ferendo, avea adescato il legno all'onda,
a poco a poco cresce e si rinforza;
poi vien si, ch'al nocchier ne soprabonda.
Che li volti la poppa al fine e forza;
se non, gli caccera sotto la sponda.
Per la schena del mar tien dritto il legno,
e fa camin diverso al suo disegno.

10
Or corre a destra, or a sinistra mano,
di qua di la, dove fortuna spinge,
e piglia terra al fin presso a Roano;
e come prima il dolce lito attinge,
fa rimetter la sella a Rabicano,
e tutto s'arma e la spada si cinge.
Prende il camino, ed ha seco quel corno
che gli val piu che mille uomini intorno.

11
E giunse, traversando una foresta,
a pie d'un colle ad una chiara fonte,
ne l'ora che 'l monton di pascer resta,
chiuso in capanna, o sotto un cavo monte.
E dal gran caldo e da la sete infesta
vinto, si trasse l'elmo da la fronte;
lego il destrier tra le piu spesse fronde,
e poi venne per bere alle fresche onde.

12
Non avea messo ancor le labra in molle,
ch'un villanel che v'era ascoso appresso,
sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle,
sopra vi sale, e se ne va con esso.
Astolfo il rumor sente, e'l capo estolle;
e poi che 'l danno suo vede si espresso,
lascia la fonte, e sazio senza bere,
gli va dietro correndo a piu potere.

13
Quel ladro non si stende a tutto corso,
che dileguato si saria di botto;
ma or lentando or raccogliendo il morso,
se ne va di galoppo e di buon trotto.
Escon del bosco dopo un gran discorso;
e l'uno e l'altro al fin si fu ridotto
la dove tanti nobili baroni
eran senza prigion piu che prigioni.

14
Dentro il palagio il villanel si caccia
con quel destrier che i venti al corso adegua.
Forza e ch'Astolfo, il qual lo scudo impaccia,
l'elmo e l'altr'arme, di lontan lo segua.
Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia
che fin qui avea seguita, si dilegua;
che piu ne Rabican ne 'l ladro vede,
e gira gli occhi, e indarno affretta il piede;

15
affretta il piede e va cercando invano
e le logge e le camere e le sale;
ma per trovare il perfido villano,
di sua fatica nulla si prevale.
Non sa dove abbia ascoso Rabicano,
quel suo veloce sopra ogni animale;
e senza frutto alcun tutto quel giorno
cerco di su di giu, dentro e d'intorno.

16
Confuso e lasso d'aggirarsi tanto,
s'avvide che quel loco era incantato;
e del libretto ch'avea sempre a canto,
che Logistilla in India gli avea dato,
accio che, ricadendo in nuovo incanto,
potessi aitarsi, si fu ricordato:
all'indice ricorse, e vide tosto
a quante carte era il rimedio posto.

17
Del palazzo incantato era difuso
scritto nel libro; e v'eran scritti i modi
di fare il mago rimaner confuso,
e a tutti quei prigion di sciorre i nodi.
Sotto la soglia era uno spirto chiuso,
che facea questi inganni e queste frodi:
e levata la pietra ov'e sepolto,
per lui sara il palazzo in fumo sciolto.

18
Desideroso di condurre a fine
il paladin si gloriosa impresa,
non tarda piu che 'l braccio non inchine
a provar quanto il grave marmo pesa.
Come Atlante le man vede vicine
per far che l'arte sua sia vilipesa,
sospettoso di quel che puo avvenire,
lo va con nuovi incanti ad assalire.

19
Lo fa con diaboliche sue larve
parer da quel diverso, che solea:
gigante ad altri, ad altri un villan parve,
ad altri un cavallier di faccia rea.
Ognuno in quella forma in che gli apparve
nel bosco il mago, il paladin vedea;
si che per riaver quel che gli tolse
il mago, ognuno al paladin si volse.

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A Stephen King fan has published an 80-page version of the book which novelist Jack Torrance obsessively writes during King's The Shining, where his descent into madness is revealed when his wife discovers that his work consists of just one phrase, endlessly repeated.

Torrance, played by Jack Nicholson in terrifying form in Stanley Kubrick's 1980 film, is a frustrated writer who goes with his wife and son to spend the winter in the isolated Overlook Hotel in an attempt to get the novel he has always wanted to write started. But the hotel's grisly past and unquiet ghosts have their way with him, and his wife Wendy eventually finds that the manuscript he has been working on actually only contains the phrase "All work and no play makes Jack a dull boy", typed over and over again.

Now New York artist Phil Buehler, who describes himself as "a big fan of Stanley Kubrick and Stephen King", has self-published a book credited to Torrance, repeating the phrase throughout but formatting each page differently, using the words to create different shapes from zigzags to spirals.

"The idea has probably been marinating for years, because I loved the movie and the Stephen King book," said Buehler. "I'd just finished my own obsessive art project [and] it was an idea I had over the Christmas holidays."

He said he decided to stick to type and formatting that could have been created on a typewriter, with the first ten pages duplicating shots of Torrance's work from the film. "I thought 'if he continues to get crazier, what would those pages look like?'" he said. "I hit writer's block about 60 pages in, and I had to get to 80 - that went on for about a week." His fiancée, who had neither read the book nor seen the film, became a little concerned about his actions. "I finally showed her the movie, and she realised I wasn't really losing it," said Buehler.

He's included a spoof review from the blog OverThinkingIt.com on the book's back jacket, which compares it to "the best of Beckett" in its "lack of forward momentum", and considers the struggles of the author, "heroically pitting himself against the Sisyphusean sentence". "It's that metatextual struggle of Man vs. Typewriter that gives this book its spellbinding power," the review says. "Some will dismiss it as simplistic; that's like dismissing a Pollack canvas as mere splatters of paint."

So far, Buehler says that around 1,000 people have viewed the book, for sale on Blurb.com for $8.95 in paperback, or $22.95 in hardback, and he's sold "a few" copies, with sales now starting to pick up steam. "A few people have asked me to sign it - they're looking it as a piece of art rather than a funny thing to give to a Kubrick fan," he said. "If you're not a Kubrick or King fan, you might not even get it."

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