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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

L >> Ludovico Ariosto >> Orlando Furioso

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93
Di qui presso a tre leghe a quella torre
che siede inanzi ad un piccol boschetto,
senza piu compagnia mi vado a porre,
che d'una mia donzella e d'un valletto.
S'alcuno ardisce di venirmi a torre
questo ladron, la venga, ch'io l'aspetto. -
Cosi disse ella; e dove disse, prese
tosto la via, ne piu risposta attese.

94
Sul collo inanzi del destrier si pone
Brunel, che tuttavia tien per le chiome.
Piange il misero e grida, e le persone,
in che sperar solia, chiama per nome.
Resta Agramante in tal confusione
di questi intrichi, che non vede come
poterli sciorre; e gli par via piu greve
che Marfisa Brunel cosi gli leve.

95
Non che l'apprezzi o che gli porti amore,
anzi piu giorni son che l'odia molto;
e spesso ha d'impiccarlo avuto in core,
dopo che gli era stato l'annel tolto.
Ma questo atto gli par contra il suo onore,
si che n'avampa di vergogna in volto.
Vuole in persona egli seguirla in fretta,
e a tutto suo poter farne vendetta.

96
Ma il re Sobrino, il quale era presente,
da questa impresa molto il dissuade,
dicendogli che mal conveniente
era all'altezza di sua maestade,
se ben avesse d'esserne vincente
ferma speranza e certa sicurtade:
piu ch'onor, gli fia biasmo, che si dica
ch'abbia vinta una femina a fatica.

97
Poco l'onore, e molto era il periglio
d'ogni battaglia che con lei pigliasse;
e che gli dava per miglior consiglio,
che Brunello alle forche aver lasciasse;
e se credesse ch'uno alzar di ciglio
a torlo dal capestro gli bastasse,
non dovea alzarlo, per non contradire
che s'abbia la giustizia ad esequire.

98
- Potrai mandare un che Marfisa prieghi
(dicea) ch'in questo giudice ti faccia,
con promission ch'al ladroncel si leghi
il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia;
e quando anco ostinata te lo nieghi,
se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia:
pur che da tua amicizia non si spicchi,
Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. -

99
Il re Agramante volentier s'attenne
al parer di Sobrin discreto e saggio;
e Marfisa lascio, che non le venne,
ne pati ch'altri andasse a farle oltraggio,
ne di farla pregare anco sostenne:
e tolero, Dio sa con che coraggio,
per poter acchetar liti maggiori,
e del suo campo tor tanti romori.

100
Di cio si ride la Discordia pazza,
che pace o triegua ormai piu teme poco.
Scorre di qua e di la tutta la piazza,
ne puo trovar per allegrezza loco.
La Superbia con lei salta e gavazza,
e legne ed esca va aggiungendo al fuoco:
e grida si, che fin ne l'alto regno
manda a Michel de la vittoria segno.

101
Tremo Parigi e turbidossi Senna
all'alta voce, a quello orribil grido;
rimbombo il suon fin alla selva Ardenna
si che lasciar tutte le fiere il nido.
Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna,
di Blaia e d'Arli e di Roano il lido;
Rodano e Sonna udi, Garonna e il Reno:
si strinsero le madri i figli al seno.

102
Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo
d'essere i primi a terminar sua lite,
l'una ne l'altra aviluppata in modo,
che non l'avrebbe Apolline espedite.
Commincia il re Agramante a sciorre il nodo
de le prime tenzon ch'aveva udite,
che per la figlia del re Stordilano
eran tra il re di Scizia e il suo Africano.

103
Il re Agramante ando per porre accordo
di qua e di la piu volte a questo e a quello,
e a questo e a quel piu volte die ricordo
da signor giusto e da fedel fratello:
e quando parimente trova sordo
l'un come l'altro, indomito e rubello
di volere esser quel che resti senza
la donna da cui vien lor differenza;

104
s'appiglia al fin, come a miglior partito,
di che amendui si contentar gli amanti,
che de la bella donna sia marito
l'uno de' duo, quel che vuole essa inanti;
e da quanto per lei sia stabilito,
piu non si possa andar dietro ne avanti.
All'uno e all'altro piace il compromesso,
sperando ch'esser debbia a favor d'esso.

105
Il re di Sarza, che gran tempo prima
di Mandricardo amava Doralice,
ed ella l'avea posto in su la cima
d'ogni favor ch'a donna casta lice;
che debba in util suo venire estima
la gran sentenza che 'l puo far felice:
ne egli avea questa credenza solo,
ma con lui tutto il barbaresco stuolo.

106
Ognun sapea cio ch'egli avea gia fatto
per essa in giostre, in torniamenti, in guerra;
e che stia Mandricardo a questo patto,
dicono tutti che vaneggia ed erra.
Ma quel che piu fiate e piu di piatto
con lei fu mentre il sol stava sotterra,
e sapea quanto avea di certo in mano,
ridea del popular giudicio vano.

107
Poi lor convenzion ratificaro
in man del re quei duo prochi famosi,
ed indi alla donzella se n'andaro.
Ed ella abbasso gli occhi vergognosi,
e disse che piu il Tartaro avea caro:
di che tutti restar maravigliosi;
Rodomonte si attonito e smarrito,
che di levar non era il viso ardito.

108
Ma poi che l'usata ira caccio quella
vergogna che gli avea la faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenza appella;
e la spada impugnando, ch'egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella
gli dia perduta questa causa o vinta,
e non l'arbitrio di femina lieve
che sempre inchina a quel che men far deve.

109
Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo: - Vada pur come ti pare: -
si che prima che 'l legno entrasse in porto,
v'era a solcare un gran spazio di mare:
se non che 'l re Agramante diede torto
a Rodomonte, che non puo chiamare
piu Mandricardo per quella querela;
e fe' cadere a quel furor la vela.

110
Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio scorno,
dal suo re, a cui per riverenza cede,
e da la donna sua, tutto in un giorno,
quivi non volse piu fermare il piede;
e de la molta turba ch'avea intorno
seco non tolse piu che duo sergenti,
ed usci dei moreschi alloggiamenti.

111
Come, partendo, afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
cercar le selve e le rive piu sole
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all'ombra e al sole,
ne pero scema l'amorosa rabbia:
cosi sen va di gran dolor confuso
il re d'Algier da la sua donna escluso.

112
Per riavere il buon destrier si mosse
Ruggier, che gia per questo s'era armato;
ma poi di Mandricardo ricordasse,
a cui de la battaglia era ubligato:
non segui Rodomonte, e ritornosse
per entrar col re tartaro in steccato
prima che 'ntrasse il re di Sericana,
che l'altra lite avea di Durindana.

113
Veder torsi Frontin troppo gli pesa
dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;
ma dato ch'abbia fine a questa impresa,
ha ferma intenzion di ricovrarlo.
Ma Sacripante, che non ha contesa,
come Ruggier, che possa distornarlo,
e che non ha da far altro che questo,
per l'orme vien di Rodomonte presto.

114
E tosto l'avria giunto, se non era
un caso strano che trovo tra via,
che lo fe' dimorar fin alla sera,
e perder le vestigie che seguia.
Trovo una donna che ne la riviera
di Senna era caduta, e vi peria,
s'a darle tosto aiuto non veniva:
salto ne l'acqua e la ritrasse a riva.

115
Poi quando in sella volse risalire,
aspettato non fu dal suo destriero,
che fin a sera si fece seguire,
e non si lascio prender di leggiero:
preselo al fin, ma non seppe venire
piu, donde s'era tolto dal sentiero:
ducento miglia erro tra piano e monte,
prima che ritrovasse Rodomonte.

116
Dove trovollo, e come fu conteso
con disvantaggio assai di Sacripante,
come perde il cavallo e resto preso,
or non diro; c'ho da narrarvi inante
di quanto sdegno e di quanta ira acceso
contra la donna e contra il re Agramante
del campo Rodomonte si partisse,
e cio che contra all'uno e all'altro disse.

117
Di cocenti sospir l'aria accendea
dovunque andava il Saracin dolente:
Ecco per la pieta che gli n'avea,
da' cavi sassi rispondea sovente.
- Oh feminile ingegno (egli dicea),
come ti volgi e muti facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser chi ti crede!

118
Ne lunga servitu, ne grand'amore
che ti fu a mille prove manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,
che non fossi a cangiarsi almen si presto.
Non perch'a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te privo resto;
ne so trovar cagione ai casi miei,
se non quest'una, che femina sei.

119
Credo che t'abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al mondo
per una soma, per un grave fio
de l'uom, che senza te saria giocondo:
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e l'orso, e fa l'aer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa nascer tra i grani.

120
Perche fatto non ha l'alma Natura,
che senza te potesse nascer l'uomo,
come s'inesta per umana cura
l'un sopra l'altro il pero, il corbo e 'l pomo?
Ma quella non puo far sempre a misura:
anzi, s'io vo' guardar come io la nomo,
veggo che non puo far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.

121
Non siate pero tumide e fastose,
donne, per dir che l'uom sia vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d'una fetida erba nasce il giglio:
importune, superbe, dispettose,
prive d'amor, di fede e di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenza eterna al mondo nate. -

122
Con queste ed altre er infinite appresso
querele il re di Sarza se ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di lontan s'udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien creder si dee.

123
Se ben di quante io n'abbia fin qui amate,
non n'abbia mai trovata una fedele,
perfide tutte io non vo' dir ne ingrate,
ma darne colpa al mio destin crudele.
Molte or ne sono, e piu gia ne son state,
che non dan causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s'una ria
ne sia tra cento, io di lei preda sia.

124
Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora,
anzi prima che 'l crin piu mi s'imbianchi,
che forse diro un di, che per me ancora
alcuna sia che di sua fe non manchi.
Se questo avvien (che di speranza fuora
io non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

125
Il Saracin non avea manco sdegno
contra il suo re, che contra la donzella;
e cosi di ragion passava il segno,
biasmando lui, come biasmando quella.
Ha disio di veder che sopra il regno
gli cada tanto mal, tanta procella,
ch'in Africa ogni casa si funesti,
ne pietra salda sopra pietra resti;

126
e che spinto del regno, in duolo e in lutto
viva Agramante misero e mendico:
e ch'esso sia che poi gli renda il tutto,
e lo riponga nel suo seggio antico,
e de la fede sua produca il frutto;
e gli faccia veder ch'un vero amico
a dritto e a torto esser dovea preposto,
se tutto 'l mondo se gli fosse opposto.

127
E cosi quando al re, quando alla donna
volgendo il cor turbato, il Saracino
cavalca a gran giornate, e non assonna,
e poco riposar lascia Frontino.
Il di seguente o l'altro in su la Sonna
si ritrovo, ch'avea dritto il camino
verso il mar di Provenza, con disegno
di navigare in Africa al suo regno.

128
Di barche e di sottil legni era tutto
fra l'una ripa e l'altra il fiume pieno,
ch'ad uso de l'esercito condutto
da molti lochi vettovaglie avieno;
perche in poter de' Mori era ridutto,
venendo da Parigi al lito ameno
d'Acquamorta, e voltando inver la Spagna,
cio che v'e da man destra di campagna.

129
Le vettovaglie in carra ed in iumenti,
tolte fuor de le navi, erano carche,
e tratte con la scorta de le genti,
ove venir non si potea con barche.
Avean piene le ripe i grassi armenti
quivi condotti da diverse marche;
e i conduttori intorno alla riviera
per vari tetti albergo avean la sera.

130
Il re d'Algier, perche gli sopravenne
quivi la notte e l'aer nero e cieco,
d'un ostier paesan lo 'nvito tenne,
che lo prego che rimanesse seco.
Adagiato il destrier, la mensa venne
di vari cibi e di vin corso e greco;
che 'l Saracin nel resto alla moresca
ma volse far nel bere alla francesca.

131
L'oste con buona mensa e miglior viso
studio di fare a Rodomonte onore;
che la presenza gli die certo aviso
ch'era uomo illustre e pien d'alto valore:
ma quel che da se stesso era diviso,
ne quella sera avea ben seco il core
(che mal suo grado s'era ricondotto
alla donna gia sua), non facea motto.

132
Il buon ostier, che fu dei diligenti
che mai si sien per Francia ricordati,
quando tra le nimiche e strane genti
l'albergo e' beni suoi s'avea salvati,
per servir, quivi, alcuni suoi parenti,
a tal servigio pronti, avea chiamati;
de' quai non era alcun di parlar oso,
vedendo il Saracin muto e pensoso.

133
Di pensiero in pensiero ando vagando
da se stesso lontano il pagan molto,
col viso a terra chino, ne levando
si gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto.
Dopo un lungo star cheto, suspirando,
si come d'un gran sonno allora sciolto,
tutto si scosse, e insieme alzo le ciglia,
e volto gli occhi all'oste e alla famiglia.

134
Indi roppe il silenzio, e con sembianti
piu dolci un poco e viso men turbato,
domando all'oste e agli altri circostanti
se d'essi alcuno avea mogliere a lato.
Che l'oste e che quegli altri tutti quanti
l'aveano, per risposta gli fu dato.
Domanda lor quel che ciascun si crede
de la sua donna nel servargli fede.

135
Eccetto l'oste, fer tutti risposta,
che si credeano averle e caste e buone.
Disse l'oste: - Ognun pur creda a sua posta;
ch'io so ch'avete falsa opinione.
Il vostro sciocco credere vi costa
ch'io stimi ognun di voi senza ragione;
e cosi far questo signor deve anco,
se non vi vuol mostrar nero per bianco.

136
Perche, si come e sola la fenice,
ne mai piu d'una in tutto il mondo vive,
cosi ne mai piu d'uno esser si dice,
che de la moglie i tradimenti schive.
Ognun si crede d'esser quel felice,
d'esser quel sol ch'a questa palma arrive.
Come e possibil che v'arrivi ognuno,
se non ne puo nel mondo esser piu d'uno?

137
Io fui gia ne l'error che siete voi,
che donna casta anco piu d'una fusse.
Un gentilomo di Vinegia poi,
che qui mia buona sorte gia condusse,
seppe far si con veri esempi suoi,
che fuor de l'ignoranza mi ridusse.
Gian Francesco Valerio era nomato;
che 'l nome suo non mi s'e mai scordato.

138
Le fraudi che le mogli e che l'amiche
sogliano usar, sapea tutte per conto:
e sopra cio moderne istorie e antiche,
e proprie esperienze avea si in pronto,
che mi mostro che mai donne pudiche
non si trovaro, o povere o di conto;
e s'una casta piu de l'altra parse,
venia, perche piu accorta era a celarse.

139
E fra l'altre (che tante me ne disse,
che non ne posso il terzo ricordarmi),
si nel capo una istoria mi si scrisse,
che non si scrisse mai piu saldo in marmi:
e ben parria a ciascuno che l'udisse,
di queste rie quel ch'a me parve e parmi.
E se, signor, a voi non spiace udire,
a lor confusion ve la vo' dire. -

140
Rispose il Saracin: - Che puoi tu farmi,
che piu al presente mi diletti e piaccia,
che dirmi istoria e qualche esempio darmi
che con l'opinion mia si confaccia?
Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi,
siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia. -
Ma nel canto che segue io v'ho da dire
quel che fe' l'oste a Rodomonte udire.


CANTO VENTOTTESIMO


1
Donne, e voi che le donne avete in pregio,
per Dio, non date a questa istoria orecchia,
a questa che l'ostier dire in dispregio
e in vostra infamia e biasmo s'apparecchia;
ben che ne macchia vi puo dar ne fregio
lingua si vile, e sia l'usanza vecchia
che 'l volgare ignorante ognun riprenda,
e parli piu di quel che meno intenda.

2
Lasciate questo canto, che senza esso
puo star l'istoria, e non sara men chiara.
Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo,
non per malivolenza ne per gara.
Ch'io v'ami, oltre mia lingua che l'ha espresso,
che mai non fu di celebrarvi avara,
n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro
ch'io son, ne potrei esser se non vostro.

3
Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza
leggerne verso, e chi pur legger vuole,
gli dia quella medesima credenza
che si suol dare a finzioni e a fole.
Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza
apparecchiata vide a sue parole,
e darsi luogo incontra al cavalliero,
cosi l'istoria incomincio l'ostiero.

4
- Astolfo, re de' Longobardi, quello
a cui lascio il fratel monaco il regno,
fu ne la giovinezza sua si bello,
che mai poch'altri giunsero a quel segno.
N'avria a fatica un tal fatto a penello
Apelle, o Zeusi, o se v'e alcun piu degno.
Bello era, ed a ciascun cosi parea:
ma di molto egli ancor piu si tenea.

5
Non stimava egli tanto per l'altezza
del grado suo, d'avere ognun minore;
ne tanto, che di genti e di ricchezza,
di tutti i re vicini era il maggiore;
quanto che di presenza e di bellezza
avea per tutto 'l mondo il primo onore.
Godea di questo, udendosi dar loda,
quanto di cosa volentier piu s'oda.

6
Tra gli altri di sua corte avea assai grato
Fausto Latini, un cavallier romano:
con cui sovente essendosi lodato
or del bel viso or de la bella mano,
ed avendolo un giorno domandato
se mai veduto avea, presso o lontano,
altro uom di forma cosi ben composto;
contra quel che credea, gli fu risposto.

7
- Dico (rispose Fausto) che secondo
ch'io veggo e che parlarne odo a ciascuno,
ne la bellezza hai pochi pari al mondo;
e questi pochi io li restringo in uno.
Quest'uno e un fratel mio, detto Iocondo.
Eccetto lui, ben credero ch'ognuno
di belta molto a dietro tu ti lassi;
ma questo sol credo t'adegui e passi. -

8
Al re parve impossibil cosa udire,
che sua la palma infin allora tenne;
e d'aver conoscenza alto desire
di si lodato giovene gli venne.
Fe' si con Fausto, che di far venire
quivi il fratel prometter gli convenne;
ben ch'a poterlo indur che ci venisse,
saria fatica, e la cagion gli disse:

9
che 'l suo fratello era uom che mosso il piede
mai non avea di Roma alla sua vita,
che del ben che Fortuna gli concede,
tranquilla e senza affanni avea notrita:
la roba di che 'l padre il lascio erede,
ne mai cresciuta avea ne minuita;
e che parrebbe a lui Pavia lontana
piu che non parria a un altro ire alla Tana.

10
E la difficulta saria maggiore
a poterlo spiccar da la mogliere,
con cui legato era di tanto amore,
che non volendo lei, non puo volere.
Pur per ubbidir lui che gli e signore,
disse d'andare e fare oltre il potere.
Giunse il re a' prieghi tali offerte e doni,
che di negar non gli lascio ragioni.

11
Partisse, e in pochi giorni ritrovosse
dentro di Roma alle paterne case.
Quivi tanto prego, che 'l fratel mosse
si ch'a venire al re gli persuase;
e fece ancor (ben che difficil fosse)
che la cognata tacita rimase,
proponendole il ben che n'usciria,
oltre ch'obligo sempre egli l'avria.

12
Fisse Iocondo alla partita il giorno:
trovo cavalli e servitori intanto;
vesti fe' far per comparire adorno,
che talor cresce una belta un bel manto.
La notte a lato, e 'l di la moglie intorno,
con gli occhi ad or ad or pregni di pianto,
gli dice che non sa come patire
potra tal lontananza e non morire;

13
che pensandovi sol, da la radice
sveller si sente il cor nel lato manco.
- Deh, vita mia, non piagnere (le dice
Iocondo, e seco piagne egli non manco);
cosi mi sia questo camin felice,
come tornar vo' fra duo mesi almanco:
ne mi faria passar d'un giorno il segno,
se mi donasse il re mezzo il suo regno.-

14
Ne la donna percio si riconforta:
dice che troppo termine si piglia;
e s'al ritorno non la trova morta,
esser non puo se non gran maraviglia.
Non lascia il duol che giorni e notte porta,
che gustar cibo, e chiuder possa ciglia;
tal che per la pieta Iocondo spesso
si pente ch'al fratello abbia promesso.

15
Dal collo un suo monile ella si sciolse,
ch'una crocetta avea ricca di gemme,
e di sante reliquie che raccolse
in molti luoghi un peregrin boemme;
ed il padre di lei, ch'in casa il tolse
tornando infermo, di Ierusalemme,
venendo a morte poi ne lascio erede:
questa levossi ed al marito diede.

16
E che la porti per suo amore al collo
lo prega, si che ognor gli ne sovenga.
Piacque il dono al marito, ed accettollo;
non perche dar ricordo gli convenga:
che ne tempo ne assenza mai dar crollo,
ne buona o ria fortuna che gli avenga,
potra a quella memoria salda e forte
c'ha di lei sempre, e avra dopo la morte.

17
La notte ch'ando inanzi a quella aurora
che fu il termine estremo alla partenza,
al suo Iocondo par ch'in braccio muora
la moglie, che n'ha tosto da star senza.
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora
viene il marito all'ultima licenza.
Monto a cavallo e si parti in effetto;
e la moglier si ricorco nel letto.

18
Iocondo ancor duo miglia ito non era,
che gli venne la croce raccordata,
ch'avea sotto il guancial messo la sera,
poi per oblivion l'avea lasciata.
- Lasso! (dicea tra se) di che maniera
trovero scusa che mi sia accettata,
che mia moglie non creda che gradito
poco da me sia l'amor suo infinito? -

19
Pensa la scusa, e poi gli cade in mente
che non sara accettabile ne buona,
mandi famigli, mandivi altra gente,
s'egli medesmo non vi va in persona.
Si ferma, e al fratel dice: - Or pianamente
fin a Baccano al primo albergo sprona;
che dentro a Roma e forza ch'io rivada:
e credo anco di giugnerti per strada.

20
Non potria fare altri il bisogno mio:
ne dubitar, ch'io saro tosto teco. -
volto il ronzin di trotto, e disse a Dio;
ne de' famigli suoi volse alcun seco.
Gia cominciava, quando passo il rio,
dinanzi al sole a fuggir l'aer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi ritrova addormentata forte.

21
La cortina levo senza far motto,
e vide quel che men veder credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a un giovene giacea.
Riconobbe l'adultero di botto,
per la pratica lunga che n'avea;
ch'era de la famiglia sua un garzone,
allevato da lui, d'umil nazione.

22
S'attonito restasse e malcontento,
meglio e pensarlo e farne fede altrui,
ch'esserne mai per far l'esperimento
che con suo gran dolor ne fe' costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli ambedui:
ma da l'amor che porta, al suo dispetto,
all'ingrata moglier, gli fu interdetto.

23
Ne lo lascio questo ribaldo Amore
(vedi se si l'avea fatto vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in si gran fallo.
Quanto pote piu tacito usci fuore,
scese le scale, e rimonto a cavallo;
e punto egli d'amor, cosi lo punse,
ch'all'albergo non fu, che 'l fratel giunse.

24
Cambiato a tutti parve esser nel volto;
vider tutti che 'l cor non avea lieto.
ma non v'e chi s'apponga gia di molto,
e possa penetrar nel suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto
per gire a Roma, e gito era a Corneto.
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa;
ma non e gia chi dir sappia in che guisa.

25
Estimasi il fratel, che dolor abbia
d'aver la moglie sua sola lasciata;
e pel contrario duolsi egli ed arrabbia
che rimasa era troppo accompagnata.
Con fronte crespa e con gonfiate labbia
sta l'infelice, e sol la terra guata.
Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova,
perche non sa la causa, poca giova.

26
Di contrario liquor la piaga gli unge,
e dove tor dovria, gli accresce doglie;
dove dovria saldar, piu l'apre e punge:
questo gli fa col ricordar la moglie.
Ne posa di ne notte: il sonno lunge
fugge col gusto, e mai non si raccoglie:
e la faccia, che dianzi era si bella,
si cangia si, che piu non sembra quella.

27
Par che gli occhi se ascondin ne la testa;
cresciuto il naso par nel viso scarno:
de la belta si poca gli ne resta,
che ne potra far paragone indarno.
Col duol venne una febbre si molesta,
che lo fe' soggiornar all'Arbia e all'Arno:
e se di bello avea serbata cosa,
tosto resto come al sol colta rosa.

28
Oltre ch'a Fausto incresca del fratello
che veggia a simil termine condutto,
via piu gl'incresce che bugiardo a quello
principe, a chi lodollo, parra in tutto:
mostrar di tutti gli uomini il piu bello
gli avea promesso, e mostrera il piu brutto.
Ma pur continuando la sua via,
seco lo trasse al fin dentro a Pavia.

29
Gia non vuol che lo vegga il re improviso,
per non mostrarsi di giudicio privo:
ma per lettere inanzi gli da aviso
che 'l suo fratel ne viene a pena vivo;
e ch'era stato all'aria del bel viso
un affanno di cor tanto nocivo,
accompagnato da una febbre ria,
che piu non parea quel ch'esser solia.

30
Grata ebbe la venuta di Iocondo
quanto potesse il re d'amico avere;
che non avea desiderato al mondo
cosa altretanto, che di lui vedere.
Ne gli spiace vederselo secondo,
e di bellezza dietro rimanere;
ben che conosca, se non fosse il male,
che gli saria superiore o uguale.

31
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,
lo visita ogni giorno, ogni ora n'ode;
fa gran provision che stia con agio,
e d'onorarlo assai si studia e gode.
Langue Iocondo, che 'l pensier malvagio
c'ha de la ria moglier, sempre lo rode:
ne 'l veder giochi, ne musici udire,
dramma del suo dolor puo minuire.

32
Le stanze sue, che sono appresso al tetto
l'ultime, inanzi hanno una sala antica.
Quivi solingo (perche ogni diletto,
perch'ogni compagnia prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di piu gravi pensier nuova fatica:
e trovo quivi (or chi lo crederia?)
chi lo sano de la sua piaga ria.

33
In capo de la sala, ove e piu scuro
(che non vi s'usa le finestre aprire,)
vede che 'l palco mal si giunge al muro,
e fa d'aria piu chiara un raggio uscire.
Pon l'occhio quindi, e vede quel che duro
a creder fora a chi l'udisse dire:
non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede;
ed anco agli occhi suoi propri non crede.

34
Quindi scopria de la regina tutta
la piu secreta stanza e la piu bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non l'avesse ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch'un nano aviticchiato era con quella:
ed era quel piccin stato si dotto,
che la regina avea messa di sotto.

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A Stephen King fan has published an 80-page version of the book which novelist Jack Torrance obsessively writes during King's The Shining, where his descent into madness is revealed when his wife discovers that his work consists of just one phrase, endlessly repeated.

Torrance, played by Jack Nicholson in terrifying form in Stanley Kubrick's 1980 film, is a frustrated writer who goes with his wife and son to spend the winter in the isolated Overlook Hotel in an attempt to get the novel he has always wanted to write started. But the hotel's grisly past and unquiet ghosts have their way with him, and his wife Wendy eventually finds that the manuscript he has been working on actually only contains the phrase "All work and no play makes Jack a dull boy", typed over and over again.

Now New York artist Phil Buehler, who describes himself as "a big fan of Stanley Kubrick and Stephen King", has self-published a book credited to Torrance, repeating the phrase throughout but formatting each page differently, using the words to create different shapes from zigzags to spirals.

"The idea has probably been marinating for years, because I loved the movie and the Stephen King book," said Buehler. "I'd just finished my own obsessive art project [and] it was an idea I had over the Christmas holidays."

He said he decided to stick to type and formatting that could have been created on a typewriter, with the first ten pages duplicating shots of Torrance's work from the film. "I thought 'if he continues to get crazier, what would those pages look like?'" he said. "I hit writer's block about 60 pages in, and I had to get to 80 - that went on for about a week." His fiancée, who had neither read the book nor seen the film, became a little concerned about his actions. "I finally showed her the movie, and she realised I wasn't really losing it," said Buehler.

He's included a spoof review from the blog OverThinkingIt.com on the book's back jacket, which compares it to "the best of Beckett" in its "lack of forward momentum", and considers the struggles of the author, "heroically pitting himself against the Sisyphusean sentence". "It's that metatextual struggle of Man vs. Typewriter that gives this book its spellbinding power," the review says. "Some will dismiss it as simplistic; that's like dismissing a Pollack canvas as mere splatters of paint."

So far, Buehler says that around 1,000 people have viewed the book, for sale on Blurb.com for $8.95 in paperback, or $22.95 in hardback, and he's sold "a few" copies, with sales now starting to pick up steam. "A few people have asked me to sign it - they're looking it as a piece of art rather than a funny thing to give to a Kubrick fan," he said. "If you're not a Kubrick or King fan, you might not even get it."

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