Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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Attonito Iocondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo stette;
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso credette.
- A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque (disse) costei si sottomette,
che 'l maggior re del mondo ha per marito,
piu bello e piu cortese? oh che appetito! -
36
E de la moglie sua, che cosi spesso
piu d'ogn'altra biasmava, ricordosse,
perche 'l ragazzo s'avea tolto appresso:
ed or gli parve che escusabil fosse.
Non era colpa sua piu che del sesso,
che d'un solo uomo mai non contentosse:
e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro,
almen la sua non s'avea tolto un mostro.
37
Il di seguente, alla medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo scorno.
Trova l'altro di ancor che si lavora,
e l'altro; e al fin non si fa festa giorno:
e la regina (che gli par piu strano)
sempre si duol che poco l'ami il nano.
38
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella
era turbata e in gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea, n'ancor venia.
Mando la terza volta, ed udi quella,
che: - Madonna, egli giuoca (riferia);
e per non stare in perdita d'un soldo,
a voi niega venire il manigoldo. -
39
A si strano spettacolo Iocondo
raserena la fronte e gli occhi e il viso;
e quale in nome, divento giocondo
d'effetto ancora, e torno il pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin del paradiso;
che 'l re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion si maraviglia.
40
Se da Iocondo il re bramava udire
onde venisse il subito conforto,
non men Iocondo lo bramava dire,
e fare il re di tanta ingiuria accorto;
ma non vorria che, piu di se, punire
volesse il re la moglie di quel torto;
si che per dirlo e non far danno a lei,
il re fece giurar su l'agnusdei.
41
Giurar lo fe' che ne per cosa detta,
ne che gli sia mostrata che gli spiaccia,
ancor ch'egli conosca che diretta-
mente a sua Maesta danno si faccia,
tardi o per tempo mai fara vendetta;
e di piu vuole ancor che se ne taccia,
si che ne il malfattor giamai comprenda
in fatto o in detto, che 'l re il caso intenda.
42
Il re, ch'ogn'altra cosa, se non questa,
creder potria, gli giuro largamente.
Iocondo la cagion gli manifesta,
ond'era molti di stato dolente:
perche trovata avea la disonesta
sua moglie in braccio d'un suo vil sergente;
e che tal pena al fin l'avrebbe morto,
se tardato a venir fosse il conforto.
43
Ma in casa di sua Altezza avea veduto
cosa che molto gli scemava il duolo;
che se bene in obbrobrio era caduto,
era almen certo di non v'esser solo.
Cosi dicendo, e al bucolin venuto,
gli dimostro il bruttissimo omiciuolo
che la giumenta altrui sotto si tiene,
tocca di sproni e fa giuocar di schene.
44
Se parve al re vituperoso l'atto,
lo crederete ben, senza ch'io 'l giuri.
Ne fu per arrabbiar, per venir matto;
ne fu per dar del capo in tutti i muri;
fu per gridar, fu per non stare al patto:
ma forza e che la bocca al fin si turi,
e che l'ira trangugi amara ed acra,
poi che giurato avea su l'ostia sacra.
45
- Che debbo far, che mi consigli, frate,
(disse a Iocondo), poi che tu mi tolli
che con degna vendetta e crudeltate
questa giustissima ira io non satolli? -
- Lascian (disse Iocondo) queste ingrate,
e proviam se son l'altre cosi molli:
faccian de le lor femine ad altrui
quel ch'altri de le nostre han fatto a nui.
46
Ambi gioveni siamo, e di bellezza,
che facilmente non troviamo pari.
Qual femina sara che n'usi asprezza,
se contra i brutti ancor non han ripari?
Se belta non varra ne giovinezza,
varranne almen l'aver con noi danari.
Non vo' che torni, che non abbi prima
di mille moglie altrui la spoglia opima.
47
La lunga assenza, il veder vari luoghi,
praticare altre femine di fuore,
par che sovente disacerbi e sfoghi
de l'amorose passioni il core. -
Lauda il parer, ne vuol che si proroghi
il re l'andata; e fra pochissime ore,
con due scudieri, oltre alla compagnia
del cavallier roman, si mette in via.
48
Travestiti cercaro Italia, Francia,
le terre de' Fiaminghi e de l'Inglesi;
e quante ne vedean di bella guancia,
trovavan tutte ai prieghi lor cortesi.
Davano, e dato loro era la mancia;
e spesso rimetteano i danar spesi.
Da loro pregate foro molte, e foro
anch'altretante che pregaron loro.
49
In questa terra un mese, in quella dui
soggiornando, accertarsi a vera prova
che non men ne le lor, che ne l'altrui
femine, fede e castita si trova.
Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui
di sempre procacciar di cosa nuova;
che mal poteano entrar ne l'altrui porte,
senza mettersi a rischio de la morte.
50
Gli e meglio una trovarne che di faccia
e di costumi ad ambi grata sia;
che lor communemente sodisfaccia,
e non n'abbin d'aver mai gelosia.
- E perche (dicea il re) vo' che mi spiaccia
aver piu te ch'un altro in compagnia?
So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo
una non e che stia contenta a un solo.
51
Una, senza sforzar nostro potere,
ma quando il natural bisogno inviti,
in festa goderemoci e in piacere,
che mai contese non avren ne liti.
Ne credo che si debba ella dolere:
che s'anco ogn'altra avesse duo mariti,
piu ch'ad un solo, a duo saria fedele;
ne forse s'udirian tante querele. -
52
Di quel che disse il re, molto contento
rimaner parve il giovine romano.
Dunque fermati in tal proponimento,
cercar molte montagne e molto piano:
trovaro al fin, secondo il loro intento,
una figliuola d'uno ostiero ispano,
che tenea albergo al porto di Valenza,
bella di modi e bella di presenza.
53
Era ancor sul fiorir di primavera
sua tenerella e quasi acerba etade.
Di molti figli il padre aggravat'era,
e nimico mortal di povertade;
si ch'a disporlo fu cosa leggiera,
che desse lor la figlia in potestade;
ch'ove piacesse lor potesson trarla,
poi che promesso avean di ben trattarla.
54
Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno
or l'un or l'altro in caritade e in pace,
come a vicenda i mantici che danno,
or l'uno or l'altro, fiato alla fornace.
Per veder tutta Spagna indi ne vanno,
e passar poi nel regno di Siface;
e 'l di che da Valenza si partiro,
ad albergare a Zattiva veniro.
55
I patroni a veder strade e palazzi
ne vanno, e lochi publici e divini;
ch'usanza han di pigliar simil solazzi
in ogni terra ove entran peregrini;
e la fanciulla resta coi ragazzi.
Altri i letti, altri acconciano i ronzini,
altri hanno cura che sia alla tornata
dei signor lor la cena apparecchiata.
56
Ne l'albergo un garzon stava per fante,
ch'in casa de la giovene gia stette
a' servigi del padre, e d'essa amante
fu da' primi anni, e del suo amor godette.
Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante,
ch'esser notato ognun di lor temette:
ma tosto ch'i patroni e la famiglia
lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia.
57
Il fante domando dove ella gisse,
e qual dei duo signor l'avesse seco.
A punto la Fiammetta il fatto disse
(cosi avea nome, e quel garzone il Greco).
- Quando sperai che 'l tempo ohime! venisse
(il Greco le dicea) di viver teco,
Fiammetta, anima mia, tu te ne vai,
e non so piu di rivederti mai.
58
Fannosi i dolci miei disegni amari,
poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti.
Io disegnava, avendo alcun' danari
con gran fatica e gran sudor riposti,
ch'avanzato m'avea de' miei salari
e de le bene andate di molti osti,
di tornare a Valenza, e domandarti
al padre tuo per moglie, e di sposarti. -
59
La fanciulla negli omeri si stringe,
e risponde che fu tardo a venire.
Piange il Greco e sospira, e parte finge:
- Vuommi (dice) lasciar cosi morire?
Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge,
lasciami disfogar tanto desire:
ch'inanzi che tu parta, ogni momento
che teco io stia mi fa morir contento. -
60
La pietosa fanciulla rispondendo:
- Credi (dicea) che men di te nol bramo;
ma ne luogo ne tempo ci comprendo
qui, dove in mezzo di tanti occhi siamo. -
Il Greco soggiungea: - Certo mi rendo,
che s'un terzo ami me di quel ch'io t'amo,
in questa notte almen troverai loco
che ci potren godere insieme un poco. -
61
- Come potro (diceagli la fanciulla),
che sempre in mezzo a duo la notte giaccio?
e meco or l'uno or l'altro si trastulla,
e sempre a l'un di lor mi trovo in braccio? -
- Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla;
che ben ti saprai tor di questo impaccio,
e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia:
e dei voler, quando di me ti doglia. -
62
Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna
quando creder potra ch'ognuno dorma;
e pianamente come far convegna,
e de l'andare e del tornar l'informa.
Il Greco, si come ella gli disegna,
quando sente dormir tutta la torma,
viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede:
entra pian piano, e va a tenton col piede.
63
Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro
tutto si ferma, e l'altro par che muova
a guisa che di dar tema nel vetro,
non che 'l terreno abbia a calcar, ma l'uova;
e tien la mano inanzi simil metro,
va brancolando infin che 'l letto trova:
e di la dove gli altri avean le piante,
tacito si caccio col capo inante.
64
Fra l'una e l'altra gamba di Fiammetta,
che supina giacea, diritto venne;
e quando le fu a par, l'abbraccio stretta,
e sopra lei sin presso al di si tenne.
Cavalco forte, e non ando a staffetta;
che mai bestia mutar non gli convenne:
che questa pare a lui che si ben trotte,
che scender non ne vuol per tutta notte.
65
Avea Iocondo ed avea il re sentito
il calpestio che sempre il letto scosse;
e l'uno e l'altro, d'uno error schernito,
s'avea creduto che 'l compagno fosse.
Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito,
si come era venuto, anco tornosse.
Saetto il sol da l'orizzonte i raggi;
sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.
66
Il re disse al compagno motteggiando:
- Frate, molto camin fatto aver dei;
e tempo e ben che ti riposi, quando
stato a cavallo tutta notte sei. -
Iocondo a lui rispose di rimando,
e disse: - Tu di' quel ch'io a dire avrei.
A te tocca posare, e pro ti faccia,
che tutta notte hai cavalcato a caccia. -
67
- Anch'io (suggiunse il re) senza alcun fallo
lasciato avria il mio can correre un tratto,
se m'avessi prestato un po' il cavallo,
tanto che 'l mio bisogno avessi fatto. -
Iocondo replico: - Son tuo vasallo,
e puoi far meco e rompere ogni patto:
si che non convenia tal cenni usare;
ben mi potevi dir: lasciala stare. -
68
Tanto replica l'un, tanto soggiunge
l'altro, che sono a grave lite insieme.
Vengon da' motti ad un parlar che punge,
ch'ad amenduo l'esser beffato preme.
Chiaman Fiammetta (che non era lunge,
e de la fraude esser scoperta teme)
per fare in viso l'uno all'altro dire
quel che negando ambi parean mentire.
69
- Dimmi (le disse il re con fiero sguardo),
e non temer di me ne di costui;
chi tutta notte fu quel si gagliardo,
che ti gode senza far parte altrui? -
Credendo l'un provar l'altro bugiardo,
la risposta aspettavano ambedui.
Fiammetta a' piedi lor si gitto, incerta
di viver piu, vedendosi scoperta.
70
Domando lor perdono, che d'amore
ch'a un giovinetto avea portato, spinta,
e da pieta d'un tormentato core
che molto avea per lei patito, vinta,
caduta era la notte in quello errore;
e seguito, senza dir cosa finta,
come tra lor con speme si condusse,
ch'ambi credesson che 'l compagno fusse.
71
Il re e Iocondo si guardaro in viso,
di maraviglia e di stupor confusi;
ne d'aver anco udito lor fu aviso,
ch'altri duo fusson mai cosi delusi.
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,
che con la bocca aperta e gli occhi chiusi,
potendo a pena il fiato aver del petto,
a dietro si lasciar cader sul letto.
72
Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere
se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi,
disson tra lor: - Come potremo avere
guardia, che la moglier non ne l'accocchi,
se non giova tra duo questa tenere,
e stretta si, che l'uno e l'altro tocchi?
Se piu che crini avesse occhi il marito,
non potria far che non fosse tradito.
73
Provate mille abbiamo, e tutte belle;
ne di tante una e ancor che ne contraste.
Se provian l'altre, fian simili anch'elle;
ma per ultima prova costei baste.
Dunque possiamo creder che piu felle
non sien le nostre, o men de l'altre caste:
e se son come tutte l'altre sono,
che torniamo a godercile fia buono. -
74
Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero
per Fiammetta medesima il suo amante;
e in presenza di molti gli la diero
per moglie, e dote gli fu bastante.
Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero
ch'era a ponente, volsero a levante;
ed alle mogli lor se ne tornaro,
di ch'affanno mai piu non si pigliaro. -
75
L'ostier qui fine alla sua istoria pose,
che fu con molta attenzione udita.
Udilla il Saracin, ne gli rispose
parola mai, fin che non fu finita.
Poi disse: - Io credo ben che de l'ascose
feminil frode sia copia infinita;
ne si potria de la millesma parte
tener memoria con tutte le carte. -
76
Quivi era un uom d'eta, ch'avea piu retta
opinion degli altri, e ingegno e ardire;
e non potendo ormai, che si negletta
ogni femina fosse, piu patire,
si volse a quel ch'avea l'istoria detta,
e gli disse: - Assai cose udimo dire,
che veritade in se non hanno alcuna:
e ben di queste e la tua favola una.
77
A chi te la narro non do credenza,
s'evangelista ben fosse nel resto;
ch'opinione, piu ch'esperienza
ch'abbia di donne, lo facea dir questo.
L'avere ad una o due malivolenza,
fa ch'odia e biasma l'altre oltre all'onesto;
ma se gli passa l'ira, io vo' tu l'oda,
piu ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda.
78
E se vorra lodarne, avra maggiore
il campo assai, ch'a dirne mal non ebbe:
di cento potra dir degne d'onore
verso una trista che biasmar si debbe.
Non biasmar tutte, ma serbarne fuore
la bonta d'infinite si dovrebbe;
e se 'l Valerio tuo disse altrimente,
disse per ira, e non per quel che sente.
79
Ditemi un poco: e di voi forse alcuno
ch'abbia servato alla sua moglie fede?
che nieghi andar, quando gli sia oportuno,
all'altrui donna, e darle ancor mercede?
credete in tutto 'l mondo trovarne uno?
chi 'l dice, mente; e folle e ben chi 'l crede.
Trovatene vo' alcuna che vi chiami?
(non parlo de le publiche ed infami).
80
Conoscete alcun voi, che non lasciasse
la moglie sola, ancor che fosse bella,
per seguire altra donna, se sperasse
in breve e facilmente ottener quella?
Che farebbe egli, quando lo pregasse
o desse premio a lui donna o donzella?
Credo, per compiacere or queste or quelle,
che tutti lasciaremmovi la pelle.
81
Quelle che i lor mariti hanno lasciati,
le piu volte cagione avuta n'hanno.
Del suo di casa, li veggon svogliati,
e che fuor, de l'altrui bramosi, vanno.
Dovriano amar, volendo essere amati,
e tor con la misura ch'a lor danno.
Io farei (se a me stesse il darla e torre)
tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre.
82
Saria la legge, ch'ogni donna colta
in adulterio, fosse messa a morte,
se provar non potesse ch'una volta
avesse adulterato il suo consorte:
se provar lo potesse, andrebbe asciolta,
ne temeria il marito ne la corte.
Cristo ha lasciato nei precetti suoi:
non far altrui quel che patir non vuoi.
83
La incontinenza e quanto mal si puote
imputar lor, non gia a tutto lo stuolo.
Ma in questo chi ha di noi piu brutte note?
che continente non si trova un solo.
E molto piu n'ha ad arrossir le gote,
quando bestemmia, ladroneccio, dolo,
usura ed omicidio, e se v'e peggio,
raro, se non dagli uomini, far veggio. -
84
Appresso alle ragioni avea il sincero
e giusto vecchio in pronto alcuno esempio
di donne, che ne in fatto ne in pensiero
mai di lor castita patiron scempio.
Ma il Saracin, che fuggia udire il vero,
lo minaccio con viso crudo ed empio,
si che lo fece per timor tacere;
ma gia non lo muto di suo parere.
85
Posto ch'ebbe alle liti e alle contese
termine il re pagan, lascio la mensa;
indi nel letto per dormir si stese
fin al partir de l'aria scura e densa:
ma de la notte, a sospirar l'offese
piu de la donna ch'a dormir, dispensa.
Quindi parte all'uscir del nuovo raggio,
e far disegna in nave il suo viaggio.
86
Pero ch'avendo tutto quel rispetto
ch'a buon cavallo dee buon cavalliero,
a quel suo bello e buono, ch'a dispetto
tenea di Sacripante e di Ruggiero;
vedendo per duo giorni averlo stretto
piu che non si dovria si buon destriero,
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta
in una barca, e per andar piu in fretta.
87
Senza indugio al nocchier varar la barca,
e dar fa i remi all'acqua da la sponda.
Quella, non molto grande e poco carca,
se ne va per la Sonna giu a seconda.
Non fugge il suo pensier ne se ne scarca
Rodomonte per terra ne per onda:
lo trova in su la proda e in su la poppa;
e se cavalca, il porta dietro in groppa.
88
Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,
e di fuor caccia ogni conforto e serra.
Di ripararsi il misero non vede,
da poi che gli nimici ha ne la terra.
Non sa da chi sperar possa mercede,
se gli fanno i domestici suoi guerra:
la notte e 'l giorno e sempre e combattuto
da quel crudel che dovria dargli aiuto.
89
Naviga il giorno e la notte seguente
Rodomonte col cor d'affanni grave;
e non si puo l'ingiuria tor di mente,
che da la donna e dal suo re avuto have;
e la pena e il dolor medesmo sente,
che sentiva a cavallo, ancora in nave:
ne spegner puo, per star ne l'acqua, il fuoco,
ne puo stato mutar, per mutar loco.
90
Come l'infermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando lato;
o sia su l'uno o sia su l'altro fianco
spera aver, se si volge, miglior stato;
ne sul destro riposa ne sul manco,
e per tutto ugualmente e travagliato:
cosi il pagano al male ond'era infermo
mal trova in terra e male in acqua schermo.
91
Non puote in nave aver piu pazienza,
e si fa porre in terra Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza
e vede in Avignone il ricco ponte;
che queste terre ed altre ubidienza,
che son tra il fiume e 'l celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal di che fur signor de la campagna.
92
Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare in fretta;
e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere diletta,
che per le spesse ingiurie, che sostenne
dai soldati, a votarsi fu costretta.
Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche
valli vede ondeggiar le bionde spiche.
93
Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel murata,
che poi ch'intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti vota avean lasciata.
Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch'era sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque si, che muto Algieri in quella.
94
Muto d'andare in Africa pensiero,
si commodo gli parve il luogo e bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe' nel medesmo ostello.
Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco e buon castello
siede il villaggio allato alla riviera;
si che d'avervi ogn'agio il modo v'era.
95
Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il piu del tempo usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d'un piccol sentiero era segnato,
una donzella di viso amoroso
in compagnia d'un monaco barbato;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di nero.
96
Chi la donzella, chi 'l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che 'l corpo avea del suo Zerbino caro.
Lasciai che ver Provenza ne venia
sotto la scorta del vecchio preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere onesto.
97
Come ch'in viso pallida e smarrita
sia la donzella ed abbia i crini inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;
ed altri testimoni d'una vita
misera e grave in lei si veggan pronti;
tanto pero di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor vi puo aver stanza.
98
Tosto che 'l Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero al fondo,
ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella
schiera gentil che pur adorna il mondo.
E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da l'asse si trae chiodo con chiodo.
99
Incontra se le fece, e col piu molle
parlar che seppe, e col miglior sembiante,
di sua condizione domandolle;
ed ella ogni pensier gli spiego inante;
come era per lasciare il mondo folle,
e farsi amica a Dio con opre sante.
Ride il pagano altier ch'in Dio non crede,
d'ogni legge nimico e d'ogni fede.
100
E chiama intenzione erronea e lieve,
e dice che per certo ella troppo erra;
ne men biasmar che l'avaro si deve,
che 'l suo ricco tesor metta sotterra:
alcuno util per se non ne riceve,
e da l'uso degli altri uomini il serra.
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,
e non le cose belle ed innocenti.
101
Il monaco, ch'a questo avea l'orecchia,
e per soccorrer la giovane incauta,
che ritratta non sia per la via vecchia,
sedea al governo qual pratico nauta,
quivi di spiritual cibo apparecchia
tosto una mensa sontuosa e lauta.
Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,
non pur la saporo, che gli dispiacque:
102
e poi ch'invano il monaco interroppe,
e non pote mai far si che tacesse,
e che di pazienza il freno roppe,
le mani adosso con furor gli messe.
Ma le parole mie parervi troppe
potriano omai, se piu se ne dicesse:
si che finiro il canto; e mi fia specchio
quel che per troppo dire accade al vecchio.
CANTO VENTINOVESIMO
1
O degli uomini inferma e instabil mente!
come sian presti a variar disegno!
Tutti i pensier mutamo facilmente,
piu quei che nascon d'amoroso sdegno.
Io vidi dianzi il Saracin si ardente
contra le donne, e passar tanto il segno,
che non che spegner l'odio, ma pensai
che non dovesse intiepidirlo mai.
2
Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro
parlo contra il dover, si offeso sono,
che sin che col suo mal non gli dimostro
quanto abbia fatto error, non gli perdono.
Io faro si con penna e con inchiostro,
ch'ognun vedra che gli era utile e buono
aver taciuto, e mordersi anco poi
prima la lingua, che dir mal di voi.
3
Ma che parlo come ignorante e sciocco,
ve lo dimostra chiara esperienza.
Incontra tutte trasse fuor lo stocco
de l'ira, senza farvi differenza:
poi d'Issabella un sguardo si l'ha tocco,
che subito gli fa mutar sentenza.
Gia in cambio di quell'altra la disia,
l'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.
4
E come il nuovo amor lo punge e scalda,
muove alcune ragion di poco frutto,
per romper quella mente intera e salda
ch'ella avea fissa al Creator del tutto.
Ma l'eremita che l'e scudo e falda,
perche il casto pensier non sia distrutto,
con argumenti piu validi e fermi,
quanto piu puo, le fa ripari e schermi.
5
Poi che l'empio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
e che gli ha detto invan ch'al suo deserto
senza lei puo tornar quando gli piace;
e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua ne pace:
la mano al mento con furor gli stese,
e tanto ne pelo, quanto ne prese.
6
E si crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch'una e due volte raggirollo,
da se per l'aria e verso il mar lo scaglia.
Che n'avenisse, ne dico ne sollo:
varia fama e di lui, ne si raguaglia.
Dice alcun che si rotto a un sasso resta,
che 'l pie non si discerne da la testa;
7
ed altri, ch'a cadere ando nel mare,
ch'era piu di tre miglia indi lontano,
e che mori per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazioni invano;
altri, ch'un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla piu l'istoria mia.
8
Rodomonte crudel, poi che levato
s'ebbe da canto il garrulo eremita,
si ritorno con viso men turbato
verso la donna mesta e sbigottita;
e col parlar ch'e fra gli amanti usato,
dicea ch'era il suo core e la sua vita
e 'l suo conforto e la sua cara speme,
ed altri nomi tai che vanno insieme.
9
E si mostro si costumato allora,
che non le fece alcun segno di forza.
Il sembiante gentil che l'innamora,
l'usato orgoglio in lui spegne ed ammorza:
e ben che 'l frutto trar ne possa fuora,
passar non pero vuole oltre a la scorza;
che non gli par che potesse esser buono,
quando da lei non lo accettasse in dono.
10
E cosi di disporre a poco a poco
a' suoi piaceri Issabella credea.
Ella, che in si solingo e strano loco,
qual topo in piede al gatto si vedea,
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;
e seco tuttavolta rivolgea
s'alcun partito, alcuna via fosse atta
a trarla quindi immaculata e intatta.
11
Fa ne l'animo suo proponimento
di darsi con sua man prima la morte,
che 'l barbaro crudel n'abbia il suo intento,
e che le sia cagion d'errar si forte
contra quel cavallier ch'in braccio spento
l'avea crudele e dispietata sorte;
a cui fatto have col pensier devoto
de la sua castita perpetuo voto.
12
Crescer piu sempre l'appetito cieco
vede del re pagan, ne sa che farsi.
Ben sa che vuol venire all'atto bieco,
ove i contrasti suoi tutti fien scarsi.
Pur discorrendo molte cose seco,
il modo trovo al fin di ripararsi,
e di salvar la castita sua, come
io vi diro, con lungo e chiaro nome.
13
Al brutto Saracin, che le venia
gia contra con parole e con effetti
privi di tutta quella cortesia
che mostrata le avea ne' primi detti:
- Se fate che con voi sicura io sia
del mio onor (disse) e ch'io non ne sospetti,
cosa all'incontro vi daro, che molto
piu vi varra, ch'avermi l'onor tolto.
14
Per un piacer di si poco momento,
di che n'ha si abondanza tutto 'l mondo,
non disprezzate un perpetuo contento,
un vero gaudio a nullo altro secondo.
Potrete tuttavia ritrovar cento
e mille donne di viso giocondo;
ma chi vi possa dar questo mio dono,
nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.
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