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Orlando Furioso by Ludovico Ariosto

L >> Ludovico Ariosto >> Orlando Furioso

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117
Rispose Astolfo: - Ne l'angel di Dio,
ne son Messia novel, ne dal cielo vegno;
ma son mortale e peccatore anch'io,
di tanta grazia a me concessa indegno.
Io faro ogn'opra accio che 'l mostro rio,
per morte o fuga, io ti levi del regno.
S'io il fo, me non, ma Dio ne loda solo,
che per tuo aiuto qui mi drizzo il volo.

118
Fa questi voti a Dio, debiti a lui;
a lui le chiese edifica e gli altari. -
Cosi parlando, andavano ambidui
verso il castello fra i baron preclari.
Il re commanda ai servitori sui
che subito il convito si prepari,
sperando che non debba essergli tolta
la vivanda di mano a questa volta.

119
Dentro una ricca sala immantinente
apparecchiossi il convito solenne.
Col Senapo s'assise solamente
il duca Astolfo, e la vivanda venne.
Ecco per l'aria lo stridor si sente,
percossa intorno da l'orribil penne;
ecco venir l'arpie brutte e nefande,
tratte dal cielo a odor de le vivande.

120
Erano sette in una schiera, e tutte
volto di donne avean, pallide e smorte,
per lunga fame attenuate e asciutte,
orribili a veder piu che la morte.
L'alaccie grandi avean, deformi e brutte;
le man rapaci, e l'ugne incurve e torte;
grande e fetido il ventre, e lunga coda,
come di serpe che s'aggira e snoda.

121
Si sentono venir per l'aria, e quasi
si veggon tutte a un tempo in su la mensa
rapire i cibi e riversare i vasi:
e molta feccia il ventre lor dispensa,
tal che gli e forza d'atturare i nasi;
che non si puo patir la puzza immensa.
Astolfo, come l'ira lo sospinge,
contra gli ingordi augelli il ferro stringe.

122
Uno sul collo, un altro su la groppa
percuote, e chi nel petto, e chi ne l'ala;
ma come fera in su 'n sacco di stoppa,
poi langue il colpo, e senza effetto cala:
e quei non vi lasciar piatto ne coppa
che fosse intatta, ne sgombrar la sala,
prima che le rapine e il fiero pasto
contaminato il tutto avesse e guasto.

123
Avuto avea quel re ferma speranza
nel duca, che l'arpie gli discacciassi;
ed or che nulla ove sperar gli avanza,
sospira e geme, e disperato stassi.
Viene al duca del corno rimembranza,
che suole aitarlo ai perigliosi passi;
e conchiude tra se, che questa via
per discacciare i mostri ottima sia.

124
E prima fa che 'l re con suoi baroni
di calda cera l'orecchia si serra,
accio che tutti, come il corno suoni,
non abbiano a fuggir fuor de la terra.
Prende la briglia, e salta sugli arcioni
de l'ippogrifo, ed il bel corno afferra;
e con cenni allo scalco poi commanda
che riponga la mensa e la vivanda.

125
E cosi in una loggia s'apparecchia
con altra mensa altra vivanda nuova.
Ecco l'arpie che fan l'usanza vecchia:
Astolfo il corno subito ritrova.
Cli augelli, che non han chiusa l'orecchia,
udito il suon, non puon stare alla prova;
ma vanno in fuga pieni di paura,
ne di cibo ne d'altro hanno piu cura.

126
Subito il paladin dietro lor sprona:
volando esce il destrier fuor de la loggia,
e col castel la gran citta abandona,
e per l'aria, cacciando i mostri, poggia.
Astolfo il corno tuttavolta suona:
fuggon l'arpie verso la zona roggia,
tanto che sono all'altissimo monte
ove il Nilo ha, se in alcun luogo ha, fonte.

127
Quasi de la montagna alla radice
entra sotterra una profonda grotta,
che certissima porta esser si dice
di ch'allo 'nferno vuol scender talotta.
Quivi s'e quella turba predatrice,
come in sicuro albergo, ricondotta,
e giu sin di Cocito in su la proda
scesa, e piu la, dove quel suon non oda.

128
All'infernal caliginosa buca
ch'apre la strada a chi abandona il lume,
fini l'orribil suon l'inclito duca,
e fe' raccorre al suo destrier le piume.
Ma prima che piu inanzi io lo conduca,
per non mi dipartir dal mio costume,
poi che da tutti i lati ho pieno il foglio,
finire il canto, e riposar mi voglio.


CANTO TRENTAQUATTRESIMO


1
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch'all'accecata Italia e d'error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch'una cena
di questi mostri rei tutto divora
cio che del viver lor sostegno fora.

2
Troppo fallo chi le spelonche aperse,
che gia molt'anni erano state chiuse;
onde il fetore e l'ingordigia emerse,
ch'ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quiete in tal modo s'escluse,
ch'in guerre, in poverta sempre e in affanni
e dopo stata, ed e per star molt'anni:

3
fin ch'ella un giorno ai neghitosi figli
scuota la chioma, e cacci fuor di Lete,
gridando lor: - Non fia chi rassimigli
alla virtu di Calai e di Zete?
che le mense dal puzzo e dagli artigli
liberi, e torni a lor mondizia liete,
come essi gia quelle di Fineo, e dopo
fe' il paladin quelle del re etiopo. -

4
Il paladin col suono orribil venne
le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,
tanto ch'a pie d'un monte si ritenne,
ove esse erano entrate in una grotta.
L'orecchie attente allo spiraglio tenne,
e l'aria ne senti percossa e rotta
da pianti e d'urli e da lamento eterno:
segno evidente quivi esser lo 'nferno.

5
Astolfo si penso d'entrarvi dentro,
e veder quei c'hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolge infernal cercare intorno.
- Di che debbo temer (dicea) s'io v'entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Faro fuggir Plutone e Satanasso,
e 'l can trifauce levero dal passo. -

6
De l'alato destrier presto discese,
e lo lascio legato a un arbuscello:
poi si calo ne l'antro, e prima prese
il corno, avendo ogni sua speme in quello.
Non ando molto inanzi, che gli offese
il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello,
piu che di pece grave e che di zolfo:
non sta d'andar per questo inanzi Astolfo.

7
Ma quando va piu inanzi, piu s'ingrossa
il fumo e la caligine, e gli pare
ch'andare inanzi piu troppo non possa;
che sara forza a dietro ritornare.
Ecco, non sa che sia, vede far mossa
da la volta di sopra, come fare
il cadavero appeso al vento suole,
che molti di sia stato all'acqua e al sole.

8
Si poco, e quasi nulla era di luce
in quella affumicata e nera strada,
che non comprende e non discerne il duce
chi questo sia che si per l'aria vada;
e per notizia averne si conduce
a dargli uno o due colpi de la spada.
Stima poi ch'un spirto esser quel debbia;
che gli par di ferir sopra la nebbia.

9
Allor senti parlar con voce mesta:
- Deh, senza fare altrui danno, giu cala!
Pur troppo il negro fumo mi molesta,
che dal fuoco infernal qui tutto esala. -
Il duca stupefatto allor s'arresta,
e dice all'ombra: - Se Dio tronchi ogni ala
al fumo, si ch'a te piu non ascenda,
non ti dispiaccia che 'l tuo stato intenda.

10
E se vuoi che di te porti novella
nel mondo su, per satisfarti sono. -
L'ombra rispose: - Alla luce alma e bella
tornar per fama ancor si mi par buono,
che le parole e forza che mi svella
il gran desir c'ho d'aver poi tal dono,
e che 'l mio nome e l'esser mio ti dica,
ben che 'l parlar mi sia noia e fatica. -

11
E comincio: - Signor, Lidia sono io,
del re di Lidia in grande altezza nata,
qui dal giudicio altissimo di Dio
al fumo eternamente condannata,
per esser stata al fido amante mio,
mentre io vissi, spiacevole ed ingrata.
D'altre infinite e questa grotta piena,
poste per simil fallo in simil pena.

12
Sta la cruda Anassarete piu al basso,
ove e maggiore il fumo e piu martire.
Resto converso al mondo il corpo in sasso
e l'anima qua giu venne a patire,
poi che veder per lei l'afflitto e lasso
suo amante appeso pote sofferire.
Qui presso e Dafne, ch'or s'avvede quanto
errasse a fare Apollo correr tanto.

13
Lungo saria se gl'infelici spirti
de le femine ingrate, che qui stanno,
volesse ad uno ad uno riferirti;
che tanti son, ch'in infinito vanno.
Piu lungo ancor saria gli uomini dirti,
a' quai l'essere ingrato ha fatto danno,
e che puniti sono in peggior loco,
ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco.

14
Perche le donne piu facili e prone
a creder son, di piu supplicio e degno
chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone
e chi turbo a Latin l'antiquo regno;
sallo ch'incontra se il frate Absalone
per Tamar trasse a sanguinoso sdegno;
ed altri ed altre: che sono infiniti,
che lasciato han chi moglie e chi mariti.

15
Ma per narrar di me piu che d'altrui,
e palesar l'error che qui mi trasse,
bella, ma altiera piu, si in vita fui,
che non so s'altra mai mi s'aguagliasse:
ne ti saprei ben dir, di questi dui,
s'in me l'orgoglio o la belta avanzasse;
quantunque il fasto o l'alterezza nacque
da la belta ch'a tutti gli occhi piacque.

16
Era in quel tempo in Tracia un cavalliero
estimato il miglior del mondo in arme,
il qual da piu d'un testimonio vero
di singular belta senti lodarme;
tal che spontaneamente fe' pensiero
di volere il suo amor tutto donarme,
stimando meritar per suo valore,
che caro aver di lui dovessi il core.

17
In Lidia venne; e d'un laccio piu forte
vinto resto, poi che veduta m'ebbe.
Con gli altri cavallier si messe in corte
del padre mio, dove in gran fama crebbe.
L'alto valore e le piu d'una sorte
prodezze che mostro, lungo sarebbe
a raccontarti, e il suo merto infinito,
quando egli avesse a piu grato uom servito.

18
Panfilia e Caria e il regno de' Cilici
per opra di costui mio padre vinse;
che l'esercito mai contra i nimici,
se non quanto volea costui, non spinse.
Costui, poi che gli parve i benefici
suoi meritarlo, un di col re si strinse
a domandargli in premio de le spoglie
tante arrecate, ch'io fossi sua moglie.

19
Fu repulso dal re, ch'in grande stato
maritar disegnava la figliuola,
non a costui che cavallier privato
altro non tien che la virtude sola:
e 'l padre mio troppo al guadagno dato,
e all'avarizia, d'ogni vizio scuola,
tanto apprezza costumi, o virtu ammira,
quanto l'asino fa il suon de la lira.

20
Alceste, il cavallier di ch'io ti parlo
(che cosi nome avea), poi che si vede
repulso da chi piu gratificarlo
era piu debitor, commiato chiede;
e lo minaccia, nel partir, di farlo
pentir che la figliuola non gli diede.
Se n'ando al re d'Armenia, emulo antico
del re di Lidia e capital nimico;

21
e tanto stimulo, che lo dispose
a pigliar l'arme e far guerra a mio padre.
Esso per l'opre sue chiare e famose
fu fatto capitan di quelle squadre.
Pel re d'Armenia tutte l'altre cose
disse ch'acquisteria: sol le leggiadre
e belle membra mie volea per frutto
de l'opra sua, vinto ch'avesse il tutto.

22
Io non ti potre' esprimere il gran danno
ch'Alceste al padre mio fa in quella guerra.
Quattro eserciti rompe, e in men d'un anno
lo mena a tal, che non gli lascia terra,
fuor ch'un castel ch'alte pendici fanno
fortissimo; e la dentro il re si serra
con la famiglia che piu gli era accetta,
e col tesor che trar vi puote in fretta.

23
Quivi assedionne Alceste; ed in non molto
termine a tal disperazion ne trasse,
che per buon patto avria mio padre tolto
che moglie e serva ancor me gli lasciasse
con la meta del regno, s'indi assolto
restar d'ogni altro danno si sperasse.
Vedersi in breve de l'avanzo privo
era ben certo, e poi morir captivo.

24
Tentar, prima ch'accada, si dispone
ogni rimedio che possibil sia;
e me, che d'ogni male era cagione,
fuor de la rocca, ov'era Alceste invia.
Io vo ad Alceste con intenzione
di dargli in preda la persona mia,
e pregar che la parte che vuol tolga
del regno nostro, e l'ira in pace volga.

25
Come ode Alceste ch'io vo a ritrovarlo,
mi viene incontra pallido e tremante:
di vinto e di prigione, a riguardarlo,
piu che di vincitore, have sembiante.
Io che conosco ch'arde, non gli parlo
si come avea gia disegnato inante:
vista l'occasion, fo pensier nuovo
conveniente al grado in ch'io lo trovo.

26
A maledir comincio l'amor d'esso,
e di sua crudelta troppo a dolermi,
ch'iniquamente abbia mio padre oppresso,
e che per forza abbia cercato avermi;
che con piu grazia gli saria successo
indi a non molti di, se tener fermi
saputo avesse i modi cominciati,
ch'al re ed a tutti noi si furon grati.

27
E se ben da principio il padre mio
gli avea negata la domanda onesta
(pero che di natura e un poco rio,
ne mai si piega alla prima richiesta),
farsi per cio di ben servir restio
non doveva egli, e aver l'ira si presta;
anzi, ognor meglio oprando, tener certo
venire in breve al desiato merto.

28
E quando anco mio padre a lui ritroso
stato fosse, io l'avrei tanto pregato,
ch'avria l'amante mio fatto mio sposo.
Pur, se veduto io l'avessi ostinato,
avrei fatto tal opra di nascoso,
che di me Alceste si saria lodato.
Ma poi ch'a lui tentar parve altro modo,
io di mai non l'amar fisso avea il chiodo.

29
E se ben era a lui venuta, mossa
da la pieta ch'al mio padre portava,
sia certo che non molto fruir possa
il piacer ch'al dispetto mio gli dava;
ch'era per far di me la terra rossa,
tosto ch'io avessi alla sua voglia prava
con questa mia persona satisfatto
di quel che tutto a forza saria fatto.

30
Queste parole e simili altre usai,
poi che potere in lui mi vidi tanto;
e 'l piu pentito lo rendei, che mai
si trovasse ne l'eremo alcun santo.
Mi cadde a' piedi, e supplicommi assai,
che col coltel che si levo da canto
(e volea in ogni modo ch'io 'l pigliassi)
di tanto fallo suo mi vendicassi.

31
Poi ch'io lo trovo tale, io fo disegno
la gran vittoria insin al fin seguire:
gli do speranza di farlo anco degno
che la persona mia potra fruire,
s'emendando il suo error, l'antiquo regno
al padre mio fara restituire;
e nel tempo a venir vorra acquistarme
servendo, amando, e non mai piu per arme.

32
Cosi far mi promesse, e ne la rocca
intatta mi mando, come a lui venni,
ne di baciarmi pur s'ardi la bocca:
vedi s'al collo il giogo ben gli tenni;
vedi se bene Amor per me lo tocca,
se convien che per lui piu strali impenni.
Al re d'Armenia ando, di cui dovea
esser per patto cio che si prendea:

33
e con quel miglior modo ch'usar puote,
lo priega ch'al mio padre il regno lassi,
del qual le terre ha depredate e vote,
ed a goder l'antiqua Armenia passi.
Quel re, d'ira infiammando ambe le gote,
disse ad Alceste che non vi pensassi;
che non si volea tor da quella guerra,
fin che mio padre avea palmo di terra.

34
E s'Alceste e mutato alle parole
d'una vil feminella, abbiasi il danno.
Gia a' prieghi esso di lui perder non vuole
quel ch'a fatica ha preso in tutto un anno.
Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole
che seco effetto i prieghi suoi non fanno.
All'ultimo s'adira, e lo minaccia
che vuol, per forza o per amor, lo faccia.

35
L'ira multiplico si, che li spinse
da le male parole ai peggior fatti.
Alceste contra il re la spada strinse
fra mille ch'in suo aiuto s'eran tratti,
e mal grado lor tutti, ivi l'estinse;
e quel di ancor gli Armeni ebbe disfatti,
con l'aiuto de' Cilici e de' Traci
che pagava egli, e d'altri suoi seguaci.

36
Seguito la vittoria, ed a sue spese,
senza dispendio alcun del padre mio,
ne rende tutto il regno in men d'un mese.
Poi per ricompensarne il danno rio,
oltr'alle spoglie che ne diede, prese
in parte, e gravo in parte di gran fio
Armenia e Capadocia che confina,
e scorse Ircania fin su la marina.

37
In luogo di trionfo, al suo ritorno,
facemmo noi pensier dargli la morte.
Restammo poi, per non ricever scorno;
che lo veggian troppo d'amici forte.
Fingo d'amarlo, e piu di giorno in giorno
gli do speranza d'essergli consorte;
ma prima contra altri nimici nostri
dico voler che sua virtu dimostri.

38
E quando sol, quando con poca gente
lo mando a strane imprese e perigliose,
da farne morir mille agevolmente:
ma lui successer ben tutte le cose;
che torno con vittoria, e fu sovente
con orribil persone e mostruose,
con Griganti a battaglia e Lestrigoni,
ch'erano infesti a nostre regioni.

39
Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto
da la matrigna esercitato Alcide
in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto,
alle valli d'Etolia, alle Numide,
sul Tevre, su l'Ibero e altrove; quanto
con prieghi finti e con voglie omicide
esercitato fu da me il mio amante,
cercando io pur di torlomi davante.

40
Ne potendo venire al primo intento,
vengone ad un di non minore effetto:
gli fo quei tutti ingiuriar, ch'io sento
che per lui sono, e a tutti in odio il metto.
Egli che non sentia maggior contento
che d'ubbidirmi, senza alcun rispetto
le mani ai cenni miei sempre avea pronte,
senza guardare un piu d'un altro in fronte.

41
Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso
spento aver del mio padre ogni nimico,
e per lui stesso Alceste aver conquiso,
che non si avea, per noi, lasciato amico;
quel ch'io gli avea con simulato viso
celato fin allor, chiaro gli esplico:
che grave e capitale odio gli porto,
e pur tuttavia cerco che sia morto.

42
Considerando poi, s'io lo facessi,
ch'in publica ignominia ne verrei
(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,
e crudel detta sempre ne sarei),
mi parve fare assai ch'io gli togliessi
di mai venir piu inanzi agli occhi miei.
Ne veder ne parlar mai piu gli volsi,
ne messo udi', ne lettera ne tolsi.

43
Questa mia ingratitudine gli diede
tanto martir, ch'al fin dal dolor vinto,
e dopo un lungo domandar mercede,
infermo cadde, e ne rimase estinto.
Per pena ch'al fallir mio si richiede,
or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto
del negro fumo: e cosi avro in eterno;
che nulla redenzione e ne l'inferno. -

44
Poi che non parla piu Lidia infelice,
va il duca per saper s'altri vi stanzi:
ma la caligine alta ch'era ultrice
de l'opre ingrate, si gl'ingrossa inanzi,
ch'andare un palmo sol piu non gli lice;
anzi a forza tornar gli conviene, anzi,
perche la vita non gli sia intercetta
dal fumo, i passi accelerar con fretta.

45
Il mutar spesso de le piante ha vista
di corso, e non di chi passeggia o trotta.
Tanto, salendo inverso l'erta, acquista,
che vede dove aperta era la grotta;
e l'aria, gia caliginosa e trista,
dal lume cominciava ad esser rotta.
Al fin con molto affanno e grave ambascia
esce de l'antro, e dietro il fumo lascia.

46
E perche del tornar la via sia tronca
a quelle bestie c'han si ingorde l'epe,
raguna sassi, e molti arbori tronca,
che v'eran qual d'amomo e qual di pepe;
e come puo, dinanzi alla spelonca
fabrica di sua man quasi una siepe:
e gli succede cosi ben quell'opra,
che piu l'arpie non torneran di sopra.

47
Il negro fumo de la scura pece,
mentre egli fu ne la caverna tetra,
non macchio sol quel ch'apparia, ed infece,
ma sotto i panni ancora entra e penetra;
si che per trovare acqua andar lo fece
cercando un pezzo; e al fin fuor d'una pietra
vide una fonte uscir ne la foresta,
ne la qual si lavo dal pie alla testa.

48
Poi monta il volatore, e in aria s'alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto e il desir che di veder lo 'ncalza,
ch'al cielo aspira, e la terra non stima.
De l'aria piu e piu sempre guadagna,
tanto ch'al giogo va de la montagna.

49
Zafir, rubini, oro, topazi e perle,
e diamanti e crisoliti e iacinti
potriano i fiori assimigliar, che per le
liete piaggie v'avea l'aura dipinti:
si verdi l'erbe, che possendo averle
qua giu, ne foran gli smeraldi vinti;
ne men belle degli arbori le frondi,
e di frutti e di fior sempre fecondi.

50
Cantan fra i rami gli augelletti vaghi
azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli.
Murmuranti ruscelli e cheti laghi
di limpidezza vincono i cristalli.
Una dolce aura che ti par che vaghi
a un modo sempre e dal suo stil non falli,
facea si l'aria tremolar d'intorno,
che non potea noiar calor del giorno:

51
e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura
gli odor diversi depredando giva,
e di tutti faceva una mistura
che di soavita l'alma notriva.
Surgea un palazzo in mezzo alla pianura,
ch'acceso esser parea di fiamma viva:
tanto splendore intorno e tanto lume
raggiava, fuor d'ogni mortal costume.

52
Astolfo il suo destrier verso il palagio
che piu di trenta miglia intorno aggira,
a passo lento fa muovere ad agio,
e quinci e quindi il bel paese ammira;
e giudica, appo quel, brutto e malvagio,
e che sia al ciel ed a natura in ira
questo ch'abitian noi fetido mondo:
tanto e soave quel, chiaro e giocondo.

53
Come egli e presso al luminoso tetto,
attonito riman di maraviglia;
che tutto d'una gemma e 'l muro schietto,
piu che carbonchio lucida e vermiglia.
O stupenda opra, o dedalo architetto!
Qual fabrica tra noi le rassimiglia?
Taccia qualunque le mirabil sette
moli del mondo in tanta gloria mette.

54
Nel lucente vestibulo di quella
felice casa un vecchio al duca occorre,
che 'l manto ha rosso, e bianca la gonnella,
che l'un puo al latte, e l'altro al minio opporre.
I crini ha bianchi, e bianca la mascella
di folta barba ch'al petto discorre;
ed e si venerabile nel viso,
ch'un degli eletti par del paradiso.

55
Costui con lieta faccia al paladino,
che riverente era d'arcion disceso,
disse: - O baron, che per voler divino
sei nel terrestre paradiso asceso;
come che ne la causa del camino,
ne il fin del tuo desir da te sia inteso;
pur credi che non senza alto misterio
venuto sei da l'artico emisperio.

56
Per imparar come soccorrer dei
Carlo, e la santa fe tor di periglio
venuto meco a consigliar ti sei
per cosi lunga via, senza consiglio.
Ne a tuo saper, ne a tua virtu vorrei
ch'esser qui giunto attribuissi, o figlio;
che ne il tuo corno, ne il cavallo alato
ti valea, se da Dio non t'era dato.

57
Ragionerem piu ad agio insieme poi,
e ti diro come a procedere hai:
ma prima vienti a ricrear con noi;
che 'l digiun lungo de' noiarti ormai. -
Continuando il vecchio i detti suoi,
fece meravigliare il duca assai,
quando scoprendo il nome suo, gli disse
esser colui che l'evangelio scrisse:

58
quel tanto al Redentor caro Giovanni,
per cui il sermone tra i fratelli uscio,
che non dovea per morte finir gli anni;
si che fu causa che 'l figliuol di Dio
a Pietro disse: - Perche pur t'affanni,
s'io vo' che cosi aspetti il venir mio? -
Ben che non disse: egli non de' morire,
si vede pur che cosi volse dire.

59
Quivi fu assunto, e trovo compagnia,
che prima Enoch, il patriarca, v'era;
eravi insieme il gran profeta Elia,
che non han vista ancor l'ultima sera;
e fuor de l'aria pestilente e ria
si goderan l'eterna primavera,
fin che dian segno l'angeliche tube,
che torni Cristo in su la bianca nube.

60
Con accoglienza grata il cavalliero
fu dai santi alloggiato in una stanza;
fu provisto in un'altra al suo destriero
di buona biada, che gli fu a bastanza.
De' frutti a lui del paradiso diero,
di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza
scusa non sono i duo primi parenti,
se per quei fur si poco ubbidienti.

61
Poi ch'a natura il duca aventuroso
satisfece di quel che se le debbe,
come col cibo, cosi col riposo,
che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;
lasciando gia l'Aurora il vecchio sposo,
ch'ancor per lunga eta mai non l'increbbe,
si vide incontra ne l'uscir del letto
il discipul da Dio tanto diletto;

62
che lo prese per mano, e seco scorse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: - Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che 'l vostro Orlando, perche torse
dal camin dritto le commesse insegne,
e punito da Dio, che piu s'accende
contra chi egli ama piu, quando s'offende.

63
Il vostro Orlando, a cui nascendo diede
somma possanza Dio con sommo ardire,
e fuor de l'uman uso gli concede
che ferro alcun non lo puo mai ferire;
perche a difesa di sua santa fede
cosi voluto l'ha costituire,
come Sansone incontra a' Filistei
costitui a difesa degli Ebrei:

64
renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
di tanti benefici iniquo merto;
che quanto aver piu lo dovea in favore,
n'e stato il fedel popul piu deserto.
Si accecato l'avea l'incesto amore
d'una pagana, ch'avea gia sofferto
due volte e piu venire empio e crudele,
per dar la morte al suo cugin fedele.

65
E Dio per questo fa ch'egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l'intelletto si gli offusca e tolle,
che non puo altrui conoscere, e se manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mando il furor pieno,
si che, qual bue, pasceva l'erba e il fieno.

66
Ma perch'assai minor del paladino,
che di Nabucco, e stato pur l'eccesso,
sol di tre mesi dal voler divino
a purgar questo error termine e messo.
Ne ad altro effetto per tanto camino
salir qua su t'ha il Redentor concesso,
se non perche da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.

67
Gli e ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t'aggio,
che dei pianeti a noi piu prossima erra,
perche la medicina che puo saggio
rendere Orlando, la dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via. -

68
Di questo e d'altre cose fu diffuso
il parlar de l'apostolo quel giorno.
Ma poi che 'l sol s'ebbe nel mar rinchiuso,
e sopra lor levo la luna il corno,
un carro apparecchiosi, ch'era ad uso
d'andar scorrendo per quei cieli intorno:
quel gia ne le montagne di Giudea
da' mortali occhi Elia levato avea.

69
Quattro destrier via piu che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l'aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che 'l vecchio fe' miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.

70
Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la piu parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di cio ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

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A Stephen King fan has published an 80-page version of the book which novelist Jack Torrance obsessively writes during King's The Shining, where his descent into madness is revealed when his wife discovers that his work consists of just one phrase, endlessly repeated.

Torrance, played by Jack Nicholson in terrifying form in Stanley Kubrick's 1980 film, is a frustrated writer who goes with his wife and son to spend the winter in the isolated Overlook Hotel in an attempt to get the novel he has always wanted to write started. But the hotel's grisly past and unquiet ghosts have their way with him, and his wife Wendy eventually finds that the manuscript he has been working on actually only contains the phrase "All work and no play makes Jack a dull boy", typed over and over again.

Now New York artist Phil Buehler, who describes himself as "a big fan of Stanley Kubrick and Stephen King", has self-published a book credited to Torrance, repeating the phrase throughout but formatting each page differently, using the words to create different shapes from zigzags to spirals.

"The idea has probably been marinating for years, because I loved the movie and the Stephen King book," said Buehler. "I'd just finished my own obsessive art project [and] it was an idea I had over the Christmas holidays."

He said he decided to stick to type and formatting that could have been created on a typewriter, with the first ten pages duplicating shots of Torrance's work from the film. "I thought 'if he continues to get crazier, what would those pages look like?'" he said. "I hit writer's block about 60 pages in, and I had to get to 80 - that went on for about a week." His fiancée, who had neither read the book nor seen the film, became a little concerned about his actions. "I finally showed her the movie, and she realised I wasn't really losing it," said Buehler.

He's included a spoof review from the blog OverThinkingIt.com on the book's back jacket, which compares it to "the best of Beckett" in its "lack of forward momentum", and considers the struggles of the author, "heroically pitting himself against the Sisyphusean sentence". "It's that metatextual struggle of Man vs. Typewriter that gives this book its spellbinding power," the review says. "Some will dismiss it as simplistic; that's like dismissing a Pollack canvas as mere splatters of paint."

So far, Buehler says that around 1,000 people have viewed the book, for sale on Blurb.com for $8.95 in paperback, or $22.95 in hardback, and he's sold "a few" copies, with sales now starting to pick up steam. "A few people have asked me to sign it - they're looking it as a piece of art rather than a funny thing to give to a Kubrick fan," he said. "If you're not a Kubrick or King fan, you might not even get it."

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