Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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Gia s'inchinava il sol molto alla sera,
e gia apparia nel ciel la prima stella,
quando Rinaldo in ripa alla riviera
stando in pensier s'avea da mutar sella,
o tanto soggiornar, che l'aria nera
fuggisse inanzi all'altra aurora bella,
venir si vede un cavalliero inanti
cortese ne l'aspetto e nei sembianti.
71
Costui, dopo il saluto, con bel modo
gli domando s'aggiunto a moglie fosse.
Disse Rinaldo: - Io son nel giugal nodo: -
ma di tal domandar maravigliosse.
Soggiunse quel: - Che sia cosi, ne godo. -
Poi, per chiarir perche tal detto mosse,
disse: - Io ti priego che tu sia contento
ch'io ti dia questa sera alloggiamento;
72
che ti faro veder cosa che debbe
ben volentieri veder chi ha moglie a lato. -
Rinaldo, si perche posar vorrebbe,
ormai di correr tanto affaticato;
si perche di vedere e d'udire ebbe
sempre aventure un desiderio innato;
accetto l'offerir del cavalliero,
e dietro gli piglio nuovo sentiero.
73
Un tratto d'arco fuor di strada usciro,
e inanzi un gran palazzo si trovaro,
onde scudieri in gran frotta veniro
con torchi accesi, e fero intorno chiaro.
Entro Rinaldo, e volto gli occhi in giro,
e vide loco il qual si vede raro,
di gran fabrica e bella e bene intesa;
ne a privato uom convenia tanta spesa.
74
Di serpentin, di porfido le dure
pietre fan de la porta il ricco volto.
Quel che chiude e di bronzo, con figure
che sembrano spirar, muovere il volto.
Sotto un arco poi s'entra, ove misture
di bel musaico ingannan l'occhio molto.
Quindi si va in un quadro ch'ogni faccia
de le sue logge ha lunga cento braccia.
75
La sua porta ha per se ciascuna loggia,
e tra la porta e se ciascuna ha un arco:
d'ampiezza pari son, ma varia foggia
fe' d'ornamenti il mastro lor non parco.
Da ciascuno arco s'entra, ove si poggia
si facil, ch'un somier vi puo gir carco.
Un altro arco di su trova ogni scala;
e s'entra per ogni arco in una sala.
76
Gli archi di sopra escono fuor del segno
tanto, che fan coperchio alle gran porte;
e ciascun due colonne ha per sostegno,
altre di bronzo, altre di pietra forte.
Lungo sara, se tutti vi disegno
gli ornati alloggiamenti de la corte;
e oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto
la cava terra il mastro avea ridotto.
77
L'alte colonne e i capitelli d'oro,
da che i gemmati palchi eran suffulti,
i peregrini marmi che vi foro
da dotta mano in varie forme sculti,
pitture e getti, e tant'altro lavoro
(ben che la notte agli occhi il piu ne occulti),
mostran che non bastaro a tanta mole
di duo re insieme le ricchezze sole.
78
Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli,
ch'erano assai ne la gioconda stanza,
v'era una fonte che per piu ruscelli
spargea freschissime acque in abondanza.
Poste le mense avean quivi i donzelli;
ch'era nel mezzo per ugual distanza:
vedeva, e parimente veduta era
da quattro porte de la casa altiera.
79
Fatta da mastro diligente e dotto
la fonte era con molta e suttil opra,
di loggia a guisa, o padiglion ch'in otto
facce distinto, intorno adombri e cuopra.
Un ciel d'oro, che tutto era di sotto
colorito di smalto, le sta sopra;
ed otto statue son di marmo bianco,
che sostengon quel ciel col braccio manco.
80
Ne la man destra il corno d'Amaltea
sculto aveva lor l'ingenioso mastro,
onde con grato murmure cadea
l'acqua di fuore in vaso d'alabastro;
ed a sembianza di gran donna avea
ridutto con grande arte ogni pilastro.
Son d'abito e di faccia differente,
ma grazia hanno e belta tutte ugualmente.
81
Fermava il pie ciascuno di questi segni
sopra due belle imagini piu basse,
che con la bocca aperta facean segni
che 'l canto e l'armonia lor dilettasse;
e quell'atto in che son, par che disegni
che l'opra e studio lor tutto lodasse
le belle donne che sugli omeri hanno,
se fosser quei di cu' in sembianza stanno.
82
I simulacri inferiori in mano
avean lunghe ed amplissime scritture,
ove facean con molta laude piano
i nomi de le piu degne figure;
e mostravano ancor poco lontano
i propri loro in note non oscure.
Miro Rinaldo a lume di doppieri
le donne ad una ad una e i cavallieri.
83
La prima iscrizion ch'agli occhi occorre,
con lungo onor Lucrezia Borgia noma,
la cui bellezza ed onesta preporre
debbe all'antiqua la sua patria Roma.
I duo che voluto han sopra se torre
tanto eccellente ed onorata soma,
noma lo scritto, Antonio Tebaldeo,
Ercole Strozza: un Lino ed uno Orfeo.
84
Non men gioconda statua ne men bella
si vede appresso, e la scrittura dice:
- Ecco la figlia d'Ercole, Issabella,
per cui Ferrara si terra felice
via piu, perche in lei nata sara quella,
che d'altro ben che prospera e fautrice
e benigna Fortuna dar le deve,
volgendo gli anni nel suo corso lieve. -
85
I duo che mostran disiosi affetti
che la gloria di lei sempre risuone,
Gian Iacobi ugualmente erano detti,
l'uno Calandra, e l'altro Bardelone.
Nel terzo e quarto loco ove per stretti
rivi l'acqua esce fuor del padiglione,
due donne son, che patria, stirpe, onore
hanno di par, di par belta e valore.
86
Elissabetta l'una e Leonora
nominata era l'altra: e fia, per quanto
narrava il marmo sculto, d'esse ancora
si gloriosa la terra di Manto,
che di Vergilio, che tanto l'onora,
piu che di queste, non si dara vanto.
Avea la prima a pie del sacro lembo
Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo.
87
Uno elegante Castiglione, e un culto
Muzio Arelio de l'altra eran sostegni.
Di questi nomi era il bel marmo sculto,
ignoti allora, or si famosi e degni.
Veggon poi quella a cui dal cielo indulto
tanta virtu sara, quanta ne regni,
o mai regnata in alcun tempo sia,
versata da Fortuna or buona or ria.
88
Lo scritto d'oro esser costei dichiara
Lucrezia Bentivoglia; e fra le lode
pone di lei, che 'l duca di Ferrara
d'esserle padre si rallegra e gode.
Di costei canta con soave e chiara
voce un Camil che 'l Reno e Felsina ode
con tanta attenzion, tanto stupore,
con quanta Anfriso udi gia il suo pastore;
89
ed un per cui la terra, ove l'Isauro
le sue dolci acque insala in maggior vase,
nominata sara da l'Indo al Mauro,
e da l'austrine all'iperboree case,
via piu che per pesare il romano auro,
di che perpetuo nome le rimase;
Guido Postumo, a cui doppia corona
Pallade quinci, e quindi Febo dona.
90
L'altra che segue in ordine, e Diana.
- Non guardar (dice il marmo scritto) ch'ella
sia altiera in vista; che nel core umana
non sara pero men ch'in viso bella. -
Il dotto Celio Calcagnin lontana
fara la gloria e 'l bel nome di quella
nel regno di Monese, in quel di Iuba,
in India e Spagna udir con chiara tuba:
91
ed un Marco Cavallo, che tal fonte
fara di poesia nascer d'Ancona,
qual fe' il cavallo alato uscir del monte,
non so se di Parnasso o d'Elicona.
Beatrice appresso a questo alza la fronte,
di cui lo scritto suo cosi ragiona:
- Beatrice bea, vivendo, il suo consorte,
e lo lascia infelice alla sua morte;
92
anzi tutta l'Italia, che con lei
fia triunfante, e senza lei, captiva. -
Un signor di Coreggio di costei
con alto stil par che cantando scriva,
e Timoteo, l'onor de' Bendedei:
ambi faran tra l'una e l'altra riva
fermare al suon de' lor soavi plettri
il fiume ove sudar gli antiqui elettri.
93
Tra questo loco e quel de la colonna
che fu sculpita in Borgia, com'e detto,
formata in alabastro una gran donna
era di tanto e si sublime aspetto,
che sotto puro velo, in nera gonna,
senza oro e gemme, in un vestire schietto,
tra le piu adorne non parea men bella,
che sia tra l'altre la ciprigna stella.
94
Non si potea, ben contemplando fiso,
conoscer se piu grazia o piu beltade,
o maggior maesta fosse nel viso,
o piu indizio d'ingegno o d'onestade.
- Chi vorra di costei (dicea l'inciso
marmo) parlar, quanto parlar n'accade,
ben torra impresa piu d'ogn'altra degna;
ma non pero ch'a fin mai se ne vegna. -
95
Dolce quantunque e pien di grazia tanto
fosse il suo bello e ben formato segno,
parea sdegnarsi che con umil canto
ardisse lei lodar si rozzo ingegno,
com'era quel che sol, senz'altri a canto
(non so perche), le fu fatto sostegno.
Di tutto 'l resto erano i nomi sculti;
sol questi due l'artefice avea occulti.
96
Fanno le statue in mezzo un luogo tondo,
che 'l pavimento asciutto ha di corallo,
di freddo soavissimo giocondo,
che rendea il puro e liquido cristallo,
che di fuor cade in un canal fecondo,
che 'l prato verde, azzurro, bianco e giallo
rigando, scorre per vari ruscelli,
grato alle morbide erbe e agli arbuscelli.
97
Col cortese oste ragionando stava
il paladino a mensa; e spesso spesso,
senza piu differir, gli ricordava
che gli attenesse quanto avea promesso:
e ad or ad or mirandolo, osservava
ch'avea di grande affanno il core oppresso;
che non puo star momento che non abbia
un cocente sospiro in su le labbia.
98
Spesso la voce dal disio cacciata
viene a Rinaldo sin presso alla bocca
per domandarlo; e quivi, raffrenata
di cortese modestia, fuor non scocca.
Ora essendo la cena terminata,
ecco un donzello a chi l'ufficio tocca,
pon su la mensa un bel nappo d'or fino,
di fuor di gemme, e dentro pien di vino.
99
Il signor de la casa allora alquanto
sorridendo, a Rinaldo levo il viso;
ma chi ben lo notava, piu di pianto
parea ch'avesse voglia che di riso.
Disse: - Ora a quel che mi ricordi tanto,
che tempo sia di sodisfar m'e aviso;
mostrarti un paragon ch'esser de' grato
di vedere a ciascun c'ha moglie allato.
100
Ciascun marito, a mio giudizio, deve
sempre spiar se la sua donna l'ama;
saper s'onore o biasmo ne riceve,
se per lei bestia, o se pur uom si chiama.
L'incarco de le corna e lo piu lieve
ch'al mondo sia, se ben l'uom tanto infama:
lo vede quasi tutta l'altra gente;
e chi l'ha in capo, mai non se lo sente.
101
Se tu sai che fedel la moglie sia,
hai di piu amarla e d'onorar ragione,
che non ha quel che la conosce ria,
o quel che ne sta in dubbio e in passione.
Di molte n'hanno a torto gelosia
i lor mariti, che son caste e buone:
molti di molte anco sicuri stanno,
che con le corna in capo se ne vanno.
102
Se vuoi saper se la tua sia pudica
(come io credo che credi, e creder dei;
ch'altrimente far credere e fatica,
se chiaro gia per prova non ne sei),
tu per te stesso, senza ch'altri il dica,
te n'avvedrai, s'in questo vaso bei;
che per altra cagion non e qui messo,
che per mostrarti quanto io t'ho promesso.
103
Se bei con questo, vedrai grande effetto;
che se porti il cimier di Cornovaglia,
il vin ti spargerai tutto sul petto,
ne gocciola sara ch'in bocca saglia:
ma s'hai moglie fedel, tu berai netto.
Or di veder tua sorte ti travaglia. -
Cosi dicendo, per mirar tien gli occhi,
ch'in seno il vin Rinaldo si trabbocchi.
104
Quasi Rinaldo di cercar suaso
quel che poi ritrovar non vorria forse,
messa la mano inanzi, e preso il vaso,
fu presso di volere in prova porse:
poi, quanto fosse periglioso il caso
a porvi i labri, col pensier discorse.
Ma lasciate, Signor, ch'io mi ripose;
poi diro quel che 'l paladin rispose.
CANTO QUARANTATREESIMO
1
O esecrabile Avarizia, o ingorda
fame d'avere, io non mi maraviglio
ch'ad alma vile e d'altre macchie lorda,
si facilmente dar possi di piglio;
ma che meni legato in una corda,
e che tu impiaghi del medesmo artiglio
alcun, che per altezza era d'ingegno,
se te schivar potea, d'ogni onor degno.
2
Alcun la terra e 'l mare e 'l ciel misura,
e render sa tutte le cause a pieno
d'ogni opra, d'ogni effetto di Natura,
e poggia si ch'a Dio riguarda in seno;
e non puo aver piu ferma e maggior cura,
morso dal tuo mortifero veleno,
ch'unir tesoro: e questo sol gli preme,
e ponvi ogni salute, ogni sua speme.
3
Rompe eserciti alcuno, e ne le porte
si vede entrar di bellicose terre,
ed esser primo a porre il petto forte,
ultimo a trarre, in perigliose guerre;
e non puo riparar che sino a morte
tu nel tuo cieco carcere nol serre.
Altri d'altre arti e d'altri studi industri,
oscuri fai, che sarian chiari e illustri.
4
Che d'alcune diro belle e gran donne
ch'a bellezza, a virtu de fidi amanti,
a lunga servitu, piu che colonne
io veggo dure, immobili e costanti?
Veggo venir poi l'Avarizia, e ponne
far si, che par che subito le incanti:
in un di, senza amor (chi fia che 'l creda?)
a un vecchio, a un brutto, a un mostro le da in preda.
5
Non e senza cagion s'io me ne doglio:
intendami chi puo, che m'intend'io.
Ne pero di proposito mi toglio,
ne la materia del mio canto oblio;
ma non piu a quel c'ho detto, adattar voglio,
ch'a quel ch'io v'ho da dire, il parlar mio.
Or torniamo a contar del paladino
ch'ad assaggiare il vaso fu vicino.
6
Io vi dicea ch'alquanto pensar volle,
prima ch'ai labri il vaso s'appressasse.
Penso, e poi disse: - Ben sarebbe folle
chi quel che non vorria trovar, cercasse.
Mia donna e donna, ed ogni donna e molle:
lascian star mia credenza come stasse.
Sin qui m'ha il creder mio giovato, e giova:
che poss'io megliorar per farne prova?
7
Potria poco giovare e nuocer molto;
che 'l tentar qualche volta Idio disdegna.
Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto;
ma non vo' piu saper, che mi convegna.
Or questo vin dinanzi mi sia tolto:
sete non n'ho, ne vo' che me ne vegna;
che tal certezza ha Dio piu proibita,
ch'al primo padre l'arbor de la vita.
8
Che come Adam, poi che gusto del pomo
che Dio con propria bocca gl'interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
onde in miseria poi sempre s'afflisse;
cosi, se de la moglie sua vuol l'uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l'allegrezze in pianti e in guai,
onde non puo piu rilevarsi mai. -
9
Cosi dicendo il buon Rinaldo, e intanto
respingendo da se l'odiato vase,
vide abondare un gran rivo di pianto
dagli occhi del signor di quelle case,
che disse, poi che racchetossi alquanto:
- Sia maledetto chi mi persuase
ch'io facesse la prova, ohime! di sorte,
che mi levo la dolce mia consorte.
10
Perche non ti conobbi gia dieci anni,
si che io mi fossi consigliato teco,
prima che cominciassero gli affanni,
e 'l lungo pianto onde io son quasi cieco?
Ma vo' levarti da la scena i panni;
che 'l mio mal vegghi, e te ne dogli meco:
e ti diro il principio e l'argumento
del mio non comparabile tormento.
11
Qua su lasciasti una citta vicina,
a cui fa intorno un chiaro fiume laco,
che poi si stende e in questo Po declina,
e l'origine sua vien di Benaco.
Fu fatta la citta, quando a ruina
le mura andar de l'agenoreo draco.
Quivi nacque io di stirpe assai gentile,
ma in pover tetto e in facultade umile.
12
Se Fortuna di me non ebbe cura
si che mi desse al nascer mio ricchezza,
al diffetto di lei suppli Natura,
che sopra ogni mio ugual mi die bellezza.
Donne e donzelle gia di mia figura
arder piu d'una vidi in giovanezza;
ch'io ci seppi accoppiar cortesi modi;
ben che stia mal che l'uom se stesso lodi.
13
Ne la nostra cittade era un uom saggio,
di tutte l'arti oltre ogni creder dotto,
che quando chiuse gli occhi al febeo raggio,
contava gli anni suoi cento e ventotto.
Visse tutta sua eta solo e selvaggio,
se non l'estrema; che d'Amor condotto,
con premio ottenne una matrona bella,
e n'ebbe di nascosto una cittella.
14
E per vietar che simil la figliuola
alla matre non sia, che per mercede
vende sua castita che valea sola
piu che quanto oro al mondo si possiede,
fuor del commercio popular la invola;
ed ove piu solingo il luogo vede,
questo amplo e bel palagio e ricco tanto
fece fare a' demoni per incanto.
15
A vecchie donne e caste fe' nutrire
la figlia qui, ch'in gran belta poi venne;
ne che potesse altr'uom veder, ne udire
pur ragionarne in quella eta, sostenne.
E perch'avesse esempio da seguire,
ogni pudica donna che mai tenne
contra illicito amor chiuse le sbarre,
ci fe' d'intaglio o di color ritrarre:
16
non quelle sol che di virtude amiche
hanno si il mondo all'eta prisca adorno;
di quai la fama per l'istorie antiche
non e per veder mai l'ultimo giorno:
ma nel futuro ancora altre pudiche
che faran bella Italia d'ogn'intorno,
ci fe' ritrarre in lor fattezze conte,
come otto che ne vedi a questa fonte.
17
Poi che la figlia al vecchio par matura
si, che ne possa l'uom cogliere i frutti;
o fosse mia disgrazia o mia aventura,
eletto fui degno di lei fra tutti.
I lati campi oltre alle belle mura,
non meno i pescarecci, che gli asciutti,
che ci son d'ogn'intorno a venti miglia,
mi consegno per dote de la figlia.
18
Ella era bella e costumata tanto,
che piu desiderar non si potea.
Di bei trapunti e di riccami, quanto
mai ne sapesse Pallade, sapea.
Vedila andare, odine il suono e 'l canto:
celeste e non mortal cosa parea.
E in modo all'arti liberali attese,
che, quanto il padre, o poco men n'intese.
19
Con grande ingegno, e non minor bellezza
che fatta l'avria amabil fin ai sassi,
era giunto un amore, una dolcezza,
che par ch'a rimembrarne il cor mi passi.
Non aveva piu piacer ne piu vaghezza,
che d'esser meco ov'io mi stessi o andassi.
Senza aver lite mai stemmo gran pezzo:
l'avemmo poi, per colpa mia, da sezzo.
20
Morto il suocero mio dopo cinque anni
ch'io sottoposi il collo al giugal nodo,
non stero molto a cominciar gli affanni
ch'io sento ancora, e ti diro in che modo.
Mentre mi rinchiudea tutto coi vanni
l'amor di questa mia che si ti lodo,
una femina nobil del paese,
quanto accender si puo, di me s'accese.
21
Ella sapea d'incanti e di malie
quel che saper ne possa alcuna maga:
rendea la notte chiara, oscuro il die
fermava il sol, facea la terra vaga.
Non potea trar pero le voglie mie,
che le sanassin l'amorosa piaga
col rimedio che dar non le potria
senza alta ingiuria de la donna mia.
22
Non perche fosse assai gentile e bella,
ne perche sapess'io che si me amassi,
ne per gran don, ne per promesse ch'ella
mi fesse molte, e di continuo instassi,
ottener pote mai ch'una fiammella,
per darla a lei, del primo amor levassi;
ch'a dietro ne traea tutte mie voglie
il conoscermi fida la mia moglie.
23
La speme, la credenza, la certezza
che de la fede di mia moglie avea,
m'avria fatto sprezzar quanta bellezza
avesse mai la giovane ledea,
o quanto offerto mai senno e ricchezza
fu al gran pastor de la montagna Idea.
Ma le repulse mie non valean tanto,
che potesson levarmela da canto.
24
Un di che mi trovo fuor del palagio
la maga, che nomata era Melissa,
e mi pote parlare a suo grande agio,
modo trovo da por mia pace in rissa,
e con lo spron di gelosia malvagio
cacciar del cor la fe che v'era fissa.
Comincia a comendar la intenzion mia,
ch'io sia fedele a chi fedel mi sia.
25
- Ma che ti sia fedel, tu non puoi dire,
prima che di sua fe prova non vedi.
S'ella non falle, e che potria fallire,
che sia fedel, che sia pudica credi.
Ma se mai senza te non la lasci ire,
se mai vedere altr'uom non le concedi,
onde hai questa baldanza, che tu dica
e mi vogli affermar che sia pudica?
26
Scostati un poco, scostati da casa;
fa che le cittadi odano e i villaggi,
che tu sia andato, e ch'ella sia rimasa;
agli amanti da commodo e ai messaggi.
S'a prieghi, a doni non fia persuasa
di fare al letto maritale oltraggi,
e che, facendol, creda che si cele,
allora dir potrai che sia fedele. -
27
Con tal parole e simili non cessa
l'incantatrice, fin che mi dispone
che de la donna mia la fede espressa
veder voglia, e provare a paragone.
- Ora pogniamo (le soggiungo) ch'essa
sia qual non posso averne opinione:
come potro di lei poi farmi certo
che sia di punizion degna o di merto? -
28
Disse Melissa: - Io ti daro un vasello
fatto da ber, di virtu rara e strana;
qual gia per fare accorto il suo fratello
del fallo di Genevra, fe' Morgana.
Chi la moglie ha pudica, bee con quello:
ma non vi puo gia ber chi l'ha puttana;
che 'l vin, quando lo crede in bocca porre,
tutto si sparge, e fuor nel petto scorre.
29
Prima che parti, ne farai la prova,
e per lo creder mio tu berai netto;
che credo ch'ancor netta si ritrova
la moglie tua: pur ne vedrai l'effetto.
Ma s'al ritorno esperienza nuova
poi ne farai, non t'assicuro il petto:
che se tu non lo immolli, e netto bei,
d'ogni marito il piu felice sei. -
30
L'offerta accetto; il vaso ella mi dona:
ne fo la prova, e mi succede a punto;
che, com'era il disio, pudica e buona
la cara moglie mia trovo a quel punto.
Dice Melissa: - Un poco l'abbandona;
per un mese o per duo stanne disgiunto:
poi torna; poi di nuovo il vaso tolli;
prova se bevi, o pur se 'l petto immolli. -
31
A me duro parea pur di partire;
non perche di sua fe' si dubitassi,
come ch'io non potea duo di patire,
ne un'ora pur, che senza me restassi.
Disse Melissa: - Io ti faro venire
a conoscere il ver con altri passi.
Vo' che muti il parlare e i vestimenti,
e sotto viso altrui te l'appresenti. -
32
Signor, qui presso una citta difende
il Po fra minacciose e fiere corna;
la cui iuridizion di qui si stende
fin dove il mar fugge dal lito e torna.
Cede d'antiquita, ma ben contende
con le vicine in esser ricca e adorna.
Le reliquie troiane la fondaro,
che dal flagello d'Attila camparo.
33
Astringe e lenta a questa terra il morso
un cavallier giovene, ricco e bello,
che dietro un giorno a un suo falcone iscorso,
essendo capitato entro il mio ostello,
vide la donna, e si nel primo occorso
gli piacque, che nel cor porto il suggello;
ne cesso molte pratiche far poi,
per inchinarla ai desideri suoi.
34
Ella gli fece dar tante repulse,
che piu tentarla al fine egli non volse;
ma la belta di lei, ch'Amor vi sculse,
di memoria pero non se gli tolse.
Tanto Melissa allosingommi e mulse,
ch'a tor la forma di colui mi volse;
e mi muto (ne so ben dirti come)
di faccia, di parlar, d'occhi e di chiome.
35
Gia con mia moglie avendo simulato
d'esser partito e gitone in Levante,
nel giovene amator cosi mutato
l'andar, la voce, l'abito e 'l sembiante,
me ne ritorno, ed ho Melissa a lato,
che s'era trasformata, e parea un fante;
e le piu ricche gemme avea con lei,
che mai mandassin gl'Indi o gli Eritrei.
36
Io che l'uso sapea del mio palagio,
entro sicuro e vien Melissa meco;
e madonna ritrovo a si grande agio,
che non ha ne scudier ne donna seco.
I miei prieghi le espongo, indi il malvagio
stimulo inanzi del mal far le arreco:
i rubini, i diamanti e gli smeraldi,
che mosso arebbon tutti i cor piu saldi.
37
E le dico che poco e questo dono
verso quel che sperar da me dovea:
de la commodita poi le ragiono,
che, non v'essendo il suo marito, avea:
e le ricordo che gran tempo sono
stato suo amante, com'ella sapea;
e che l'amar mio lei con tanta fede
degno era avere al fin qualche mercede.
38
Turbossi nel principio ella non poco,
divenne rossa, ed ascoltar non volle;
ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco,
le belle gemme, il duro cor fe' molle:
e con parlar rispose breve e fioco,
quel che la vita a rimembrar mi tolle;
che mi compiaceria, quando credesse
ch'altra persona mai nol risapesse.
39
Fu tal risposta un venenato telo
di che me ne senti' l'alma traffissa:
per l'ossa andommi e per le vene un gelo;
ne le fauci resto la voce fissa.
Levando allora del suo incanto il velo,
ne la mia forma mi torno Melissa.
Pensa di che color dovesse farsi,
ch'in tanto error da me vide trovarsi.
40
Divenimmo ambi di color di morte,
muti ambi, ambi restian con gli occhi bassi.
Potei la lingua a pena aver si forte,
e tanta voce a pena, ch'io gridassi:
- Me tradiresti dunque tu, consorte,
quando tu avessi chi 'l mio onor comprassi ? -
Altra risposta darmi ella non puote,
che di rigar di lacrime le gote.
41
Ben la vergogna e assai, ma piu lo sdegno
ch'ella ha, da me veder farsi quella onta;
e multiplica si senza ritegno,
ch'in ira al fine e in crudele odio monta.
Da me fuggirsi tosto fa disegno;
e ne l'ora che 'l Sol del carro smonta,
al fiume corre, e in una sua barchetta
si fa calar tutta la notte in fretta:
42
e la matina s'appresenta avante
al cavallier che l'avea un tempo amata,
sotto il cui viso, sotto il cui sembiante
fu contra l'onor mio da me tentata.
A lui che n'era stato ed era amante,
creder si puo che fu la giunta grata.
Quindi ella mi fe' dir ch'io non sperassi
che mai piu fosse mia, ne piu m'amassi.
43
Ah lasso! da quel di con lui dimora
in gran piacere, e di me prende giuoco;
ed io del mal che procacciammi allora,
ancor languisco, e non ritrovo loco.
Cresce il mal sempre, e giusto e ch'io ne muora;
e resta omai da consumarci poco.
Ben credo che 'l primo anno sarei morto,
se non mi dava aiuto un sol conforto.
44
Il conforto ch'io prendo, e che di quanti
per dieci anni mai fur sotto al mio tetto
(ch'a tutti questo vaso ho messo inanti),
non ne trovo un che non s'immolli il petto.
Aver nel caso mio compagni tanti
mi da fra tanto mal qualche diletto.
Tu tra infiniti sol sei stato saggio,
che far negasti il periglioso saggio.
45
Il mio voler cercare oltre alla meta
che de la donna sua cercar si deve,
fa che mai piu trovare ora quieta
non puo la vita mia, sia lunga o breve.
Di cio Melissa fu a principio lieta:
ma cesso tosto la sua gioia lieve;
ch'essendo causa del mio mal stata ella,
io l'odiai si, che non potea vedella.
46
Ella d'esser odiata impaziente
da me che dicea amar piu che sua vita,
ove donna restarne immantinente
creduto avea, che l'altra ne fosse ita;
per non aver sua doglia si presente,
non tardo molto a far di qui partita;
e in modo abbandono questo paese,
che dopo mai per me non se n'intese. -
47
Cosi narrava il mesto cavalliero:
e quando fine alla sua istoria pose,
Rinaldo alquanto ste' sopra pensiero,
da pieta vinto, e poi cosi rispose:
- Mal consiglio di die Melissa in vero,
che d'attizzar le vespe ti propose;
e tu fusti a cercar poco avveduto
quel che tu avresti non trovar voluto.
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