Orlando Furioso by Ludovico Ariosto
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Si che, per rimediarvi, in fretta manda
intorno messi e lettere a cercarne:
ch'in quel loco, ch'in questo ne domanda
per Lombardia, senza citta lasciarne.
Poi va in persona, e non si lascia banda
ove o non vada o mandivi a spiarne:
ne mai puo ritrovar capo ne via
di venire a notizia, che ne sia.
131
Al fin chiama quel servo a chi fu imposta
l'opra crudel che poi non ebbe effetto,
e fa che lo conduce ove nascosta
se gli era Argia, si come gli avea detto;
che forse in qualche macchia il di reposta,
la notte si ripara ad alcun tetto.
Lo guida il servo ove trovar si crede
la folta selva, e un gran palagio vede.
132
Fatto avea farsi alla sua fata intanto
la bella Argia con subito lavoro
d'alabastri un palagio per incanto,
dentro e di fuor tutto fregiato d'oro.
Ne lingua dir, ne cor pensar puo quanto
avea belta di fuor, dentro tesoro.
Quel che iersera si ti parve bello,
del mio signor, saria un tugurio a quello.
133
E di panni di razza, e di cortine
tessute riccamente e a varie fogge,
ornate eran le stalle e le cantine,
non sale pur, non pur camere e logge;
vasi d'oro e d'argento senza fine,
gemme cavate, azzurre e verdi e rogge,
e formate in gran piatti e in coppe e in nappi,
e senza fin d'oro e di seta drappi.
134
Il giudice, si come io vi dicea,
venne a questo palagio a dar di petto,
quando ne una capanna si credea
di ritrovar, ma solo il bosco schietto.
Per l'alta maraviglia che n'avea,
esser si credea uscito d'intelletto:
non sapea se fosse ebbro o se sognassi,
o pur se 'l cervel scemo a volo andassi.
135
Vede inanzi alla porta uno Etiopo
con naso e labri grossi; e ben gli e avviso
che non vedesse mai, prima ne dopo,
un cosi sozzo e dispiacevol viso;
poi di fattezze, qual si pinge Esopo,
d'attristar, se vi fosse, il paradiso;
bisunto e sporco, e d'abito mendico:
ne a mezzo ancor di sua bruttezza io dico.
136
Anselmo che non vede altro da cui
possa saper di chi la casa sia,
a lui s'accosta, e ne domanda a lui;
ed ei risponde: - Questa casa e mia. -
Il giudice e ben certo che colui
lo beffi e che gli dica la bugia:
ma con scongiuri il negro ad affermare
che sua e la casa, e ch'altri non v'ha a fare;
137
e gli offerisce, se la vuol vedere,
che dentro vada, e cerchi come voglia;
e se v'ha cosa che gli sia in piacere
o per se o per gli amici, se la toglia.
Diede il cavallo al servo suo a tenere
Anselmo, e messe il pie dentro alla soglia;
e per sale e per camere condutto,
da basso e d'alto ando mirando il tutto.
138
La forma, il sito, il ricco e bel lavoro
va contemplando, e l'ornamento regio;
e spesso dice: - Non potria quant'oro
e sotto il sol pagare il loco egregio. -
A questo gli risponde il brutto Moro,
e dice: - E questo ancor trova il suo pregio:
se non d'oro o d'argento, nondimeno
pagar lo puo quel che vi costa meno. -
139
E gli fa la medesima richiesta
ch'avea gia Adonio alla sua moglie fatta.
De la brutta domanda e disonesta,
persona lo stimo bestiale e matta.
Per tre repulse e quattro egli non resta;
e tanti modi a persuaderlo adatta,
sempre offerendo in merito il palagio,
che fe' inchinarlo al suo voler malvagio.
140
La moglie Argia che stava appresso ascosa,
poi che lo vide nel suo error caduto,
salto fuora gridando: - Ah degna cosa
che io veggo di dottor saggio tenuto! -
Trovato in si mal'opra e viziosa,
pensa se rosso far si deve e muto.
O terra, accio ti si gettassi dentro,
perche allor non t'apristi insino al centro?
141
La donna in suo discarco, ed in vergogna
d'Anselmo, il capo gl'introno di gridi,
dicendo: - Come te punir bisogna
di quel che far con si vil uom ti vidi,
se per seguir quel che natura agogna,
me, vinta a' prieghi del mio amante, uccidi?
ch'era bello e gentile; e un dono tale
mi fe', ch'a quel nulla il palagio vale.
142
S'io ti parvi esser degna d'una morte,
conosci che ne sei degno di cento:
e ben ch'in questo loco io sia si forte,
ch'io possa di te fare il mio talento;
pure io non vo' pigliar di peggior sorte
altra vendetta del tuo fallimento.
Di par l'avere e 'l dar, marito, poni;
fa, com'io a te, che tu a me ancor perdoni:
143
e sia la pace e sia l'accordo fatto,
ch'ogni passato error vada in oblio;
ne ch'in parole io possa mai ne in atto
ricordarti il tuo error, ne a me tu il mio. -
Il marito ne parve aver buon patto,
ne dimostrossi al perdonar restio.
Cosi a pace e concordia ritornaro,
e sempre poi fu l'uno all'altro caro. -
144
Cosi disse il nocchiero; e mosse a riso
Rinaldo al fin de la sua istoria un poco;
e diventar gli fece a un tratto il viso,
per l'onta del dottor, come di fuoco.
Rinaldo Argia molto lodo, ch'avviso
ebbe d'alzare a quello augello un gioco
ch'alla medesma rete fe' cascallo,
in che cadde ella, ma con minor fallo.
145
Poi che piu in alto il sole il camin prese,
fe' il paladino apparecchiar la mensa,
ch'avea la notte il Mantuan cortese
provista con larghissima dispensa.
Fugge a sinistra intanto il bel paese,
ed a man destra la palude immensa:
viene e fuggesi Argenta e 'l suo girone
col lito ove Santerno il capo pone.
146
Allora la Bastia credo non v'era,
di che non troppo si vantar Spagnuoli
d'avervi su tenuta la bandiera;
ma piu da pianger n'hanno i Romagniuoli.
E quindi a filo alla dritta riviera
cacciano il legno, e fan parer che voli.
Lo volgon poi per una fossa morta,
ch'a mezzodi presso a Ravenna il porta.
147
Ben che Rinaldo con pochi danari
fosse sovente, pur n'avea si alora,
che cortesia ne fece a' marinari,
prima che li lasciasse alla buon'ora.
Quindi mutando bestie e cavallari,
Arimino passo la sera ancora;
ne in Montefiore aspetta il matutino,
e quasi a par col sol giunge in Urbino.
148
Quivi non era Federico allora,
ne l'Issabetta, ne 'l buon Guido v'era,
ne Francesco Maria, ne Leonora,
che con cortese forza e non altiera
avesse astretto a far seco dimora
si famoso guerrier piu d'una sera;
come fer gia molti anni, ed oggi fanno
a donne e a cavallier che di la vanno.
149
Poi che quivi alla briglia alcun nol prende,
smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta.
Pel monte che 'l Metauro o il Gauno fende,
passa Apennino e piu non l'ha a man ritta;
passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende;
da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta
per mare alla cittade a cui commise
il pietoso figliuol l'ossa d'Anchise.
150
Muta ivi legno, e verso l'isoletta
di Lipadusa fa ratto levarsi;
quella che fu dai combattenti eletta,
ed ove gia stati erano a trovarsi.
Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta,
ch'a vela e a remi fan cio che puo farsi;
ma i venti avversi e per lui mal gagliardi,
lo fecer, ma di poco, arrivar tardi.
151
Giunse ch'a punto il principe d'Anglante
fatta avea l'utile opra e gloriosa:
avea Gradasso ucciso ed Agramante,
ma con dura vittoria e sanguinosa.
Morto n'era il figliuol di Monodante;
e di grave percossa e perigliosa
stava Olivier languendo in su l'arena,
e del pie guasto avea martire e pena.
152
Tener non pote il conte asciutto il viso,
quando abbraccio Rinaldo, e che narrolli
che gli era stato Brandimarte ucciso,
che tanta fede e tanto amor portolli.
Ne men Rinaldo, quando si diviso
vide il capo all'amico, ebbe occhi molli:
poi quindi ad abbracciar si fu condotto
Olivier che sedea col piede rotto.
153
La consolazion che seppe, tutta
die lor, ben che per se tor non la possa;
che giunto si vedea quivi alle frutta,
anzi poi che la mensa era rimossa.
Andaro i servi alla citta distrutta,
e di Gradasso e d'Agramante l'ossa
ne le ruine ascoser di Biserta,
e quivi divulgar la cosa certa.
154
De la vittoria ch'avea avuto Orlando,
s'allegro Astolfo e Sansonetto molto;
non si pero, come avrian fatto, quando
non fosse a Brandimarte il lume tolto.
Sentir lui morto il gaudio va scemando
si, che non ponno asserenare il volto.
Or chi sara di lor, ch'annunzio voglia
a Fiordiligi dar di si gran doglia?
155
La notte che precesse a questo giorno,
Fiordiligi sogno che quella vesta
che, per mandarne Brandimarte adorno,
avea trapunta e di sua man contesta,
vedea per mezzo sparsa e d'ogn'intorno
di gocce rosse, a guisa di tempesta:
parea che di sua man cosi l'avesse
riccamata ella, e poi se ne dogliessse.
156
E parea dir: - Pur hammi il signor mio
commesso ch'io la faccia tutta nera:
or perche dunque riccamata holl'io
contra sua voglia in si strana maniera? -
Di questo sogno fe' giudicio rio;
poi la novella giunse quella sera:
ma tanto Astolfo ascosa le la tenne,
ch'a lei con Sansonetto se ne venne.
157
Tosto ch'entraro, e ch'ella loro il viso
vide di gaudio in tal vittoria privo;
senz'altro annunzio sa, senz'altro avviso,
che Brandimarte suo non e piu vivo.
Di cio le resta il cor cosi conquiso,
e cosi gli occhi hanno la luce a schivo,
e cosi ogn'altro senso se le serra,
che come morta andar si lascia in terra.
158
Al tornar de lo spirto, ella alle chiome
caccia le mani; ed alle belle gote,
indarno ripetendo il caro nome,
fa danno ed onta piu che far lor puote:
straccia i capelli e sparge; e grida, come
donna talor che 'l demon rio percuote,
o come s'ode che gia a suon di corno
Menade corse, ed aggirossi intorno.
159
Or questo or quel pregando va, che porto
le sia un coltel, si che nel cor si fera:
or correr vuol la dove il legno in porto
dei duo signor defunti arrivato era,
e de l'uno e de l'altro cosi morto
far crudo strazio e vendetta acra e fiera:
or vuol passare il mare, e cercar tanto,
che possa al suo signor morire a canto.
160
- Deh perche, Brandimarte, ti lasciai
senza me andare a tanta impresa? (disse).
Vedendoti partir, non fu piu mai
che Fiordiligi tua non ti seguisse.
T'avrei giovato, s'io veniva, assai,
ch'avrei tenute in te le luci fisse;
e se Gradasso avessi dietro avuto,
con un sol grido io t'avrei dato aiuto;
161
o forse esser potrei stata si presta,
ch'entrando in mezzo, il colpo t'avrei tolto:
fatto scudo t'avrei con la mia testa;
che morendo io, non era il danno molto.
Ogni modo io morro; ne fia di questa
dolente morte alcun profitto colto,
che, quando io fossi morta in tua difesa,
non potrei meglio aver la vita spesa.
162
Se pur ad aiutarti i duri fati
avessi avuti e tutto il cielo avverso,
gli ultimi baci almeno io t'avrei dati,
almen t'avrei di pianto il viso asperso;
e prima che con gli angeli beati
fosse lo spirto al suo Fattor converso,
detto gli avrei: Va in pace, e la m'aspetta;
ch'ovunque sei, son per seguirti in fretta.
163
E questo, Brandimarte, e questo il regno
di che pigliar lo scettro ora dovevi?
Or cosi teco a Dammogire io vegno?
cosi nel real seggio mi ricevi?
Ah Fortuna crudel, quanto disegno
mi rompi! oh che speranze oggi mi levi!
Deh, che cesso io, poi c'ho perduto questo
tanto mio ben, ch'io non perdo anco il resto? -
164
Questo ed altro dicendo, in lei risorse
il furor con tanto impeto e la rabbia,
ch'a stracciare il bel crin di nuovo corse,
come il bel crin tutta la colpa n'abbia.
Le mani insieme si percosse e morse,
nel sen si caccio l'ugne e ne le labbia.
Ma torno a Orlando ed a' compagni, intanto
ch'ella si strugge e si consuma in pianto.
165
Orlando, col cognato che non poco
bisogno avea di medico e di cura,
ed altretanto, perche in degno loco
avesse Brandimarte sepultura,
verso il monte ne va che fa col fuoco
chiara la notte, e il di di fumo oscura.
Hanno propizio il vento, e a destra mano
non e quel lito lor molto lontano.
166
Con fresco vento ch'in favor veniva,
sciolser la fune al declinar del giorno,
mostrando lor la taciturna diva
la dritta via col luminoso corno;
e sorser l'altro di sopra la riva
ch'amena giace ad Agringento intorno.
Quivi Orlando ordino per l'altra sera
cio ch'a funeral pompa bisogno era.
167
Poi che l'ordine suo vide essequito,
essendo omai del sole il lume spento,
fra molta nobilta ch'era allo 'nvito
de' luoghi intorno corsa in Agringento,
d'accesi torchi tutto ardendo 'l lito,
e di grida sonando e di lamento,
torno Orlando ove il corpo fu lasciato,
che vivo e morto avea con fede amato.
168
Quivi Bardin di soma d'anni grave
stava piangendo alla bara funebre,
che pel gran pianto ch'avea fatto in nave,
dovria gli occhi aver pianti e le palpebre.
Chiamando il ciel crudel, le stelle prave,
ruggia come un leon ch'abbia la febre.
Le mani erano intanto empie e ribelle
ai crin canuti e alla rugosa pelle.
169
Levossi, al ritornar del paladino,
maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto.
Orlando, fatto al corpo piu vicino,
senza parlar stette a mirarlo alquanto,
pallido come colto al matutino
e da sera il ligustro o il molle acanto;
e dopo un gran sospir, tenendo fisse
sempre le luci in lui, cosi gli disse:
170
- O forte, o caro, o mio fedel compagno,
che qui sei morto, e so che vivi in cielo,
e d'una vita v'hai fatto guadagno,
che non ti puo mai tor caldo ne gielo,
perdonami, se ben vedi ch'io piagno;
perche d'esser rimaso mi querelo,
e ch'a tanta letizia io non son teco;
non gia perche qua giu tu non sia meco.
171
Solo senza te son; ne cosa in terra
senza te posso aver piu, che mi piaccia.
Se teco era in tempesta e teco in guerra,
perche non anco in ozio ed in bonaccia?
Ben grande e 'l mio fallir, poi che mi serra
di questo fango uscir per la tua traccia.
Se negli affanni teco fui, perch'ora
non sono a parte del guadagno ancora?
172
Tu guadagnato, e perdita ho fatto io:
sol tu all'acquisto, io non son solo al danno.
Partecipe fatto e del dolor mio
l'Italia, il regno franco e l'alemanno.
Oh quanto, quanto il mio signore e zio,
oh quanto i paladin da doler s'hanno!
quanto l'Imperio e la cristiana Chiesa,
che perduto han la sua maggior difesa!
173
Oh quanto si torra per la tua morte
di terrore a' nimici e di spavento!
Oh quanto Pagania sara piu forte!
quanto animo n'avra, quanto ardimento!
Oh come star ne dee la tua consorte!
Sin qui ne veggo il pianto, e 'l grido sento.
So che m'accusa, e forse odio mi porta,
che per me teco ogni sua speme e morta.
174
Ma, Fiordiligi, almen resti un conforto
a noi che sian di Brandimarte privi;
ch'invidiar lui con tanta gloria morto
denno tutti i guerrier ch'oggi son vivi.
Quei Deci, e quel nel roman foro absorto,
quel si lodato Codro dagli Argivi,
non con piu altrui profitto e piu suo onore
a morte si donar, del tuo signore. -
175
Queste parole ed altre dicea Orlando.
Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati,
e tutti gli altri chierci, seguitando
andavan con lungo ordine accoppiati,
per l'alma del defunto Dio pregando,
che gli donasse requie tra' beati.
Lumi inanzi e per mezzo e d'ogn'intorno,
mutata aver parean la notte in giorno.
176
Levan la bara, ed a portarla foro
messi a vicenda conti e cavallieri.
Purpurea seta la copria, che d'oro
e di gran perle avea compassi altieri:
di non men bello e signoril lavoro
avean gemmati e splendidi origlieri;
e giacea quivi il cavallier con vesta
di color pare, e d'un lavor contesta.
177
Trecento agli altri eran passati inanti,
de' piu poveri tolti de la terra,
parimente vestiti tutti quanti
di panni negri e lunghi sin a terra.
Cento paggi seguian sopra altretanti
grossi cavalli e tutti buoni a guerra;
e i cavalli coi paggi ivano il suolo
radendo col lor abito di duolo.
178
Molte bandiere inanzi e molte dietro,
che di diverse insegne eran dipinte,
spiegate accompagnavano il feretro;
le quai gia tolte a mille schiere vinte,
e guadagnate a Cesare ed a Pietro
avean le forze ch'or giaceano estinte.
Scudi v'erano molti, che di degni
guerrieri, a chi fur tolti, aveano i segni.
179
Venian cento e cent'altri a diversi usi
de l'esequie ordinati; ed avean questi,
come anco il resto, accesi torchi; e chiusi,
piu che vestiti, eran di nere vesti.
Poi seguia Orlando, e ad or ad or suffusi
di lacrime avea gli occhi e rossi e mesti;
ne piu lieto di lui Rinaldo venne:
il pie Olivier, che rotto avea, ritenne.
180
Lungo sara s'io vi vo' dire in versi
le cerimonie, e raccontarvi tutti
i dispensati manti oscuri e persi,
gli accesi torchi che vi furon strutti.
Quindi alla chiesa catedral conversi,
dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti:
si bel, si buon, si giovene a pietade
mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade.
181
Fu posto in chiesa; e poi che da le donne
di lacrime e di pianti inutil opra,
e che dai sacerdoti ebbe eleisonne
e gli altri santi detti avuto sopra,
in una arca il serbar su due colonne:
e quella vuole Orlando che si cuopra
di ricco drappo d'or, sin che reposto
in un sepulcro sia di maggior costo.
182
Orlando di Sicilia non si parte,
che manda a trovar porfidi e alabastri.
Fece fare il disegno, e di quell'arte
inarrar con gran premio i miglior mastri.
Fe' le lastre, venendo in questa parte,
poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri;
che quivi (essendo Orlando gia partito)
si fe' portar da l'africano lito.
183
E vedendo le lacrime indefesse,
ed ostinati a uscir sempre i sospiri,
ne per far sempre dire uffici e messe,
mai satisfar potendo a' suoi disiri;
di non partirsi quindi in cor si messe,
fin che del corpo l'anima non spiri:
e nel sepolcro fe' fare una cella,
e vi si chiuse, e fe' sua vita in quella.
184
Oltre che messi e lettere le mande,
vi va in persona Orlando per levarla.
Se viene in Francia, con pension ben grande
compagna vuol di Galerana farla:
quando tornare al padre anco domande,
sin alla Lizza vuole accompagnarla:
edificar le vuole un monastero,
quando servire a Dio faccia pensiero.
185
Stava ella nel sepulcro; e quivi attrita
da penitenza, orando giorno e notte,
non duro lunga eta, che di sua vita
da la Parca le fur le fila rotte.
Gia fatto avea da l'isola partita,
ove i Ciclopi avean l'antique grotte,
i tre guerrier di Francia, afflitti e mesti
che 'l quarto lor compagno a dietro resti.
186
Non volean senza medico levarsi,
che d'Olivier s'avesse a pigliar cura;
la qual, perche a principio mal pigliarsi
pote, fatt'era faticosa e dura:
e quello udiano in modo lamentarsi,
che del suo caso avean tutti paura.
Tra lor di cio parlando, al nocchier nacque
un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque.
187
Disse ch'era di la poco lontano
in un solingo scoglio uno eremita,
a cui ricorso mai non s'era invano,
o fosse per consiglio o per aita;
e facea alcuno effetto soprumano,
dar lume a ciechi, e tornar morti a vita,
fermare il vento ad un segno di croce,
e far tranquillo il mar quando e piu atroce:
188
e che non denno dubitare, andando
a ritrovar quel uomo a Dio si caro,
che lor non renda Olivier sano, quando
fatto ha di sua virtu segno piu chiaro.
Questo consiglio si piacque ad Orlando,
che verso il santo loco si drizzaro;
ne mai piegando dal camin la prora,
vider lo scoglio al sorger de l'aurora.
189
Scorgendo il legno uomini in acqua dotti,
sicuramente s'accostaro a quello.
Quivi aiutando servi e galeotti,
declinano il marchese nel battello:
e per le spumose onde fur condotti
nel duro scoglio, ed indi al santo ostello;
al santo ostello, a quel vecchio medesmo,
per le cui mani ebbe Ruggier battesmo.
190
Il servo del Signor del paradiso
raccolse Orlando ed i compagni suoi,
e benedilli con giocondo viso,
e de' lor casi dimandolli poi;
ben che de lor venuta avuto avviso
avesse prima dai celesti eroi.
Orlando gli rispose esser venuto
per ritrovare al suo Oliviero aiuto;
191
ch'era, pugnando per la fe di Cristo,
a periglioso termine ridutto.
Levogli il santo ogni sospetto tristo,
e gli promisse di sanarlo in tutto.
Ne d'unguento trovandosi provisto,
ne d'altra umana medicina istrutto,
ando alla chiesa, ed oro al Salvatore;
ed indi usci con gran baldanza fuore:
192
e in nome de le eterne tre Persone,
Padre e Figliuolo e Spirto Santo, diede
ad Olivier la sua benedizione.
Oh virtu che da Cristo a chi gli crede!
Caccio dal cavalliero ogni passione,
e ritornolli a sanitade il piede,
piu fermo e piu espedito che mai fosse:
e presente Sobrino a cio trovosse.
193
Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto,
che star peggio ogni giorno se ne sente,
tosto che vede del monaco santo
il miracolo grande ed evidente,
si dispon di lasciar Macon da canto,
e Cristo confessar vivo e potente:
e domanda con cor di fede attrito,
d'iniciarsi al nostro sacro rito.
194
Cosi l'uom giusto lo battezza, ed anco
gli rende, orando, ogni vigor primiero.
Orlando e gli altri cavallier non manco
di tal conversion letizia fero,
che di veder che liberato e franco
del periglioso mal fosse Oliviero.
Maggior gaudio degli altri Ruggier ebbe;
e molto in fede e in devozione accrebbe.
195
Era Ruggier dal di che giunse a nuoto
su questo scoglio, poi statovi ognora.
Fra quei guerrieri il vecchiarel devoto
sta dolcemente, e li conforta ed ora
a voler, schivi di pantano e loto,
mondi passar per questa morta gora
c'ha nome vita, che si piace a' sciocchi;
ed alla via del ciel sempre aver gli occhi.
196
Orlando un suo mando sul legno, e trarne
fece pane e buon vin, cacio e persutti;
e l'uom di Dio, ch'ogni sapor di starne
pose in oblio, poi ch'avvezzossi a' frutti,
per carita mangiar fecero carne,
e ber del vino, e far quel che fer tutti.
Poi ch'alla mensa consolati foro,
di molte cose ragionar tra loro.
197
E come accade nel parlar sovente,
ch'una cosa vien l'altra dimostrando,
Ruggier riconosciuto finalmente
fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando,
per quel Ruggiero in arme si eccellente,
il cui valor s'accorda ognun lodando:
ne Rinaldo l'avea raffigurato
per quel che provo gia ne lo steccato.
198
Ben l'avea il re Sobrin riconosciuto,
tosto che 'l vide col vecchio apparire;
ma volse inanzi star tacito e muto,
che porsi in aventura di fallire.
Poi ch'a notizia agli altri fu venuto
che questo era Ruggier, di cui l'ardire,
la cortesia e 'l valore alto e profondo
si facea nominar per tutto il mondo;
199
e sapendosi gia ch'era cristiano,
tutti con lieta e con serena faccia
vengono a lui: chi gli tocca la mano,
e chi lo bacia, e chi lo stringe e abbraccia.
Sopra gli altri il signor di Montalbano
d'accarezzarlo e fargli onor procaccia.
Perch'esso piu degli altri, io 'l serbo a dire
ne l'altro canto, se 'l vorrete udire.
CANTO QUARANTAQUATTRESIMO
1
Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,
ne le calamitadi e nei disagi,
meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,
che fra ricchezze invidiose ed agi
de le piene d'insidie e di sospetti
corti regali e splendidi palagi,
ove la caritade e in tutto estinta,
ne si vede amicizia, se non finta.
2
Quindi avvien che tra principi e signori
patti e convenzion son si frali.
Fan lega oggi re, papi e imperatori;
doman saran nimici capitali:
perche, qual l'apparenze esteriori,
non hanno i cor, non han gli animi tali;
che non mirando al torto piu ch'al dritto,
attendon solamente al lor profitto.
3
Questi, quantunque d'amicizia poco
sieno capaci, perche non sta quella
ove per cose gravi, ove per giuoco
mai senza finzion non si favella;
pur, se talor gli ha tratti in umil loco
insieme una fortuna acerba e fella,
in poco tempo vengono a notizia
(quel che in molto non fer) de l'amicizia.
4
Il santo vecchiarel ne la sua stanza
giunger gli ospiti suoi con nodo forte
ad amor vero meglio ebbe possanza,
ch'altri non avria fatto in real corte.
Fu questo poi di tal perseveranza,
che non si sciolse mai fin alla morte.
Il vecchio li trovo tutti benigni,
candidi piu nel cor, che di fuor cigni.
5
Trovolli tutti amabili e cortesi,
non de la iniquita ch'io v'ho dipinta
di quei che mai non escono palesi,
ma sempre van con apparenza finta.
Di quanto s'eran per adietro offesi
ogni memoria fu tra loro estinta;
e se d'un ventre fossero e d'un seme,
non si potriano amar piu tutti insieme.
6
Sopra gli altri il signor di Montalbano
accarezzava e riveria Ruggiero;
si perche gia l'avea con l'arme in mano
provato quanto era animoso e fiero,
si per trovarlo affabile ed umano
piu che mai fosse al mondo cavalliero:
ma molto piu, che da diverse bande
si conoscea d'avergli obligo grande.
7
Sapea che di gravissimo periglio
egli avea liberato Ricciardetto,
quando il re ispano gli fe' dar di piglio
e con la figlia prendere nel letto;
e ch'avea tratto l'uno e l'altro figlio
del duca Buovo (com'io v'ho detto)
di man dei Saracini e dei malvagi
ch'eran col maganzese Bertolagi.
8
Questo debito a lui parea di sorte,
ch'ad amar lo stringeano e ad onorarlo;
e gli ne dolse e gli ne 'ncrebbe forte,
che prima non avea potuto farlo,
quando era l'un ne l'africana corte,
e l'altro agli servigi era di Carlo.
Or che fatto cristian quivi lo trova,
quel che non fece prima, or far gli giova.
9
Proferte senza fine, onore e festa
fece a Ruggiero il paladin cortese.
Il prudente eremita, come questa
benivolenza vide, adito prese.
Entro dicendo: - A fare altro non resta
(e lo spero ottener senza contese),
che come l'amicizia e tra voi fatta,
tra voi sia ancora affinita contratta;
10
accio che de le due progenie illustri
che non han par di nobiltade al mondo,
nasca un lignaggio che piu chiaro lustri,
che 'l chiaro sol, per quanto gira a tondo;
e come andran piu inanzi ed anni e lustri,
sara piu bello, e durera (secondo
che Dio m'ispira, accio ch'a voi nol celi)
fin che terran l'usato corso i cieli. -
11
E seguitando il suo parlar piu inante,
fa il santo vecchio si, che persuade
che Rinaldo a Ruggier dia Bradamante,
ben che pregar ne l'un ne l'altro accade.
Loda Olivier col principe d'Anglante,
che far si debba questa affinitade;
il che speran ch'approvi Amone e Carlo,
e debba tutta Francia commendarlo.
12
Cosi dicean; ma non sapean ch'Amone,
con volunta del figlio di Pipino,
n'avea dato in quei giorni intenzione
all'imperator greco Costantino,
che gliele domandava per Leone
suo figlio e successor nel gran domino.
Se n'era, pel valor che n'avea inteso,
senza vederla, il giovinetto acceso.
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