Cardello by Luigi Capuana
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Luigi Capuana >> Cardello
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E si rivedeva ragazzo in casa della nonna, mal coperto dai laceri
panni ricevuti per elemosina, ma attivo, allegro, pronto a qualunque
servizio; e poi giovane di burattinaio.... Quello era stato il suo
primo passo nella via della fortuna.... E i due anni passati con quel
mezzo matto del decano Russo, ripensandovi, non gli sembravano poi
tanto cattivi, non ostante il vestito nero e la tuba e l'ombrello di
seta rosso!... Che fissazione il farsi portar dietro l'ombrello anche
col bel tempo!... Un altro non si sarebbe mosso da quella casa, dove
la principale occupazione era il mangiar bene.... Ma lui voleva
lavorare e, soprattutto, essere un uomo libero, un buon
operaio.... Era stato fortunato capitando col Piemontese. Quando si
dice il destino! Era proprio vero: ognuno ha il suo destino!... Se don
Carmelo non avesse ammazzato la povera donna Lia--la rivedeva come in
quella notte, in una pozza di sangue, coi capelli sciolti e le mani
increspate dalla convulsione della morte--egli errerebbe ancora di
paese in paese, non sempre sicuro che l'Orso peloso guadagnasse da
regalargli qualche paio di lire al mese e da dargli da mangiare ogni
giorno; e forse, all'ultimo, si sarebbe trovato su una via, senz'arte
nè parte....
Intanto quella galleria da scavare non permetteva al Piemontese nè a
lui di riprendere gli esperimenti. Si procedeva lentamente, con gran
cautela, e il Piemontese voleva sorvegliare i lavori d'impalcatura,
mentre i muratori rizzavano il rivestimento dei lati e della vôlta con
solidi massi, di mano in mano che si procedeva innanzi. Il
Piemontese ripeteva spesso a Cardello:
--Voglio guadagnarmi le dieci mila lire di premio, consegnando i
lavori con l'anticipazione di sei mesi. Serviranno per la
fabbrica.--
E sentendola nominare, Cardello la vedeva coi forni rotondi, come li
indicava il libro, con dieci, venti ruote in movimento e parecchie
dozzine di operai intenti a foggiare vasi di ogni genere, ad
asciuttarli al sole, e riporli gli uni su gli altri per essere cotti
con trent'ore di fuoco, come indicava il libro. Lui si sarebbe
riservato la immersione nello stagno, operazione delicatissima, come
diceva il Piemontese, e che richiedeva abile lestezza di mano... E
vedeva le stoviglie che partivano pei paesi attorno, e anche più
lontano, accatastate sui carri, o incassate per le spedizioni con la
ferrovia. Giacchè la sera, desinando, anche il Piemontese
almanaccava quanto lui, e gli faceva su la tovaglia, col manico di una
forchetta o di un cucchiaio, il disegno all'ingrosso della fabbrica
che doveva occupare un vasto terreno... laggiù vicino al posto dei
futuri canali, dov'erano le rovine di un vecchio convento, terreno che
dal Governo egli avrebbe avuto quasi per niente. Cardello, passando
di là nel recarsi a sorvegliare i lavori della galleria, lo accennava
compiacentemente al padrone, e per poco non gli sembrava che già fosse
cosa decisa, e che quei fittaiuoli che mietevano il rachitico fieno
sotto gli ulivi, fossero degl'intrusi che commettevano una prepotenza
occupando la proprietà altrui.
X.
SPERANZE E DOLORI.
Era stata una lieta mattinata. Due giorni avanti gli operai avevano
buttato giù l'estremo mezzo metro di terra sbucando dal lato opposto
della collina. E proprio da questa parte ora facevano ultimi lavori
d'impalcatura.
Cardello avea badato al trasporto delle grosse travi e dei tavoloni,
e aveva anche aiutato i manovali a piantare, a legare, a inchiodare,
stimolandoli con l'esempio.
Poi il Piemontese e lui avevano percorso la galleria da un capo
all'altro, contenti che non fosse accaduto nessun tristo incidente.
Più tardi, una famiglia di signori villeggianti là vicino avevano
voluto visitarla. Le signore e le signorine procedevano paurose, fra
strilli e risate.
Due bambini correvano, tornavano indietro, riprendevano a correre,
felicissimi di trovarsi sotto terra.
Uscendo all'aria aperta dal lato opposto i bambini avrebbero voluto
tornare addietro e rifare la strada, ma Cardello si era opposto;
sarebbero stati d'impaccio agli operai che, dopo colazione,
riprendevano il lavoro di sgombero e di muratura. E così quelli
risalivano la collina assieme con Cardello, che dava spiegazione per
contentare la curiosità delle signore ancora meravigliate di aver
avuto il coraggio di attraversare la galleria....
Un rumore sordo, un urlo soffocato! Cardello si diè a correre
all'impazzata in mezzo agli alberi di ulivi, divenuto tutt'a un tratto
pallido come un cadavere, agitando le braccia disperatamente,
gridando:--Oh Dio! oh Dio!--e chiamando a nome il padrone. Si era
precipitato giù da un ciglioncino col pericolo di rompersi il collo, e
neppure scorgeva il Piemontese e parecchi operai che urlavano e
piangevano davanti la bocca della galleria e non osavano di
entrare. Dovette premersi il cuore con una mano; se lo sentiva
scoppiare!
Pochi momenti di esitanza; poi il Piemontese e lui s'inoltrarono
cautamente con una lanterna accesa. Dal centro della galleria
arrivavano gemiti e grida. Due operai mezzi sepolti dalla frana
gemevano:--Aiuto! Aiuto!--
Cardello si era buttato carponi, smovendo il terriccio con le mani,
e senza punto curarsi del pericolo, tirava fuori dall'ingombro i due
sventurati che fortunatamente non erano neppure feriti.
E gli altri?... Come soccorrerli?
Tornavano indietro. Le signore e i bambini, impietriti dallo spavento
erano rimasti, là tra gli ulivi, con un confuso terrore d'imminente
pericolo che il terreno si sprofondasse sotto i loro piedi; e
scoppiavano in grida e in pianti vedendo arrampicarsi affannosamente
il Piemontese Cardello e parecchi altri operai che accorrevano a
portar soccorso dall'altra bocca della galleria, con zappe e
picconi... Anche da questa parte si erano potuti salvare altri due
operai contusi, mezzi asfissiati dalla frana che li aveva
coperti. Mancavano tre....
Il Piemontese afferrò Cardello per un braccio.
--Bada!....
La frana aveva fatto una smossa.
Ma Cardello, liberatosi con uno strappo dalla vigorosa stretta, si
dava a buttar da lato con una pala il materiale cautamente,
insistentemente, rimovendo pezzi di travatura frantumata, scavando
anche qui con le mani per paura che la pala non ferisse qualcuno dei
sepolti. Gli altri non potevano aiutarlo per la strettezza del
posto. Nessuno fiatava; e nel sinistro silenzio si udiva il raspare di
Cardello che, ora ginocchioni, ora carponi, continuava a lavorare.
Quando arrivarono sul luogo il Sindaco, il Pretore, i carabinieri, tre
cadaveri erano stesi al sole neri, gonfi, quasi irriconoscibili. La
gente che, alla notizia, portata in paese da un operaio, era accorsa
precedendo il Sindaco, il Pretore e i carabinieri, si affollava
attorno ai disgraziati, commiserandoli, chiedendo notizie agli
scampati, a Cardello, al Piemontese, che guardava attorno come un
ebete, pensando alle conseguenze di quella disgrazia!
E tra le grida strazianti dei parenti che piangevano i morti,
Cardello si affannava a spiegare al Pretore:
--Erano state prese tutte le precauzioni possibili. L'impalcatura non
poteva essere più solida; possono attestarlo gli stessi operai.
--Intanto abbiamo qui tre cadaveri!--rispondeva il Pretore,
consultando con gli occhi il Sindaco e il brigadiere.
Faccia il suo dovere,--disse il Piemontese, avanzandosi verso il
Pretore:--Io ho la coscienza tranquilla. L'inchiesta dimostrerà che
non c'è stata trascuranza da parte mia. L'ingegnere provinciale la
settimana scorsa--chiamo in testimonianza il signor Sindaco,--non ha
trovato niente da ridire.
--È vero,--confermò il Sindaco.
--Intanto, per semplice formalità, non posso fare a meno di ordinare
il suo arresto,--soggiunse il Pretore.
--Sono ai suoi ordini.
Cardello, vedendo condur via il padrone tra due carabinieri, si mise
a corrergli dietro, voleva essere arrestato anche lui, assumere la sua
parte di responsabilità. E piangeva, piangeva!
--Torna sul luogo; bada a tutto. Non darti pensiero di me. Ho la
coscienza tranquilla.--
Cardello si sentiva accapponare la pelle pensando che pochi minuti
prima, assieme con le signore e coi bambini, era passato sotto il
punto dov'era avvenuta la frana! E ripeteva:
--Quando si dice il destino! È proprio vero: ognuno ha il suo
destino!--
I due ingegneri provinciali e quello del Genio Civile furono
maravigliati della intelligente cooperazione di Cardello nella
inchiesta. Per ogni appunto egli aveva una risposta esplicativa,
chiara, precisa, esauriente.
Dovettero convenire che tutte le precauzioni suggerite dall'arte,
dall'esperienza erano state messe in opera, e che la disgrazia di
quella frana non era umanamente prevedibile.
Cardello in quei terribili otto giorni avea perduto il sonno e
l'appetito. La sera, tornando a casa, gli sembrava di trovarsi in un
deserto, quasi le stanze si fossero ingrandite e fossero divenute
stranamente paurose. Non sapeva darsi pace che il padrone stesse nella
lurida buca del carcere in cui doveva soffrire immensamente,
quantunque gli fosse stato concesso di farsi portare letto e
biancheria di suo, e il desinare, pel quale Cardello sfoggiava tutta
l'abilità culinaria appresa al servizio del Decano. E sembrò quasi
impazzito la mattina in cui apprese che il Piemontese sarebbe stato
rimesso in libertà per inesistenza di reato. Gli avea ornato la camera
con fiori a mazzi e sciolti e sul cassettone, in mezzo ai fiori avea
collocato il vasetto pezzo unico, non ancora spedito a Torino per
esservi venduto, tentando così di ricordare al padrone la ripresa
degli esperimenti. Chi sa? Forse il caso li avrebbe aiutati ad
ottenere altri pezzi unici anche migliori di quello.
Dopo di essere scampato miracolosamente dal pericolo della frana,
Cardello avea acquistato una gran fiducia nel suo destino. Gli
pareva mill'anni di trovarsi a capo della fabbrica di stoviglie
stagnate. E per ciò si era affannato a rimettere in ordine lo
stanzone dov'era il piccolo forno in mezzo, e la legna in un angolo, e
in un altro la creta da lui tenuta attentamente umida per averla
subito pronta sotto mano. Quella pulizia, quell'ordine dovevano dar
nell'occhio al Piemontese appena fosse entrato colà, e spronarlo,
istigarlo.
Si era piantato davanti il portone del carcere in attesa dell'usciere
o del brigadiere (non sapeva chi dei due) che doveva portare l'ordine
di scarcerazione. E appena vide comparire il Piemontese, che gli
parve sofferente e così dimagrito che le straordinarie orecchie
sembravano più enormi di prima, Cardello gli si precipitò incontro a
baciargli le mani ridendo convulsamente dalla gioia.... Se lo sarebbe
tolto in collo e lo avrebbe portato così trionfalmente fino a casa, se
quegli lo avesse permesso, e se, invece di lasciarsi baciare le mani,
non lo avesse abbracciato e baciato su le due guance.
--Grazie di tutto quello che hai fatto! Sei un buon figliuolo! Su, su!
Niente sciocchezze!--
Il Piemontese, ordinariamente serio e freddo, aveva la voce
commossa, e non potè trattenersi dal ridere quando Cardello, non
sapendo come meglio esprimere la sua grande gioia, buttò per aria il
berretto, gridando inattesamente:--Viva Umberto I!... Viva il Re!
XI
ABNEGAZIONE
La galleria era terminata. Mentre al di là di essa veniva continuato
lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto,
s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura
e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello
erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la
saldatura voleva farla da sè; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino
alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare
allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.
Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei
saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi
preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta
dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per
l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente
anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del
paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non
avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti;
la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad
esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga
pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano
sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del
Piemontese.
--Peggio per loro!--rispondeva Cardello.--Ma già sarà meglio far da
noi soli. Bisognerà diventare sin da principio abili operai.--
Il Piemontese avea loro mostrato i primi saggi di stagnatura, per
persuaderli con una prova di fatto; non gli avevano creduto.
Un giorno Cardello era stato avvicinato da un vecchio stovigliaio.
--Tu, che sei siciliano come me, dimmi la verità. Quei vasetti
stagnati....
--Li abbiamo fatto noi. Belli, eh.? E non avete visto il pezzo
unico?
--Che cosa è il pezzo unico?
--Un vasetto meraviglioso. A Torino ce lo pagheranno mille lire.
--Non spararle grosse! Te l'ha dato a intendere lui? E vuole dunque
metter su una fabbrica di quartare?
--Si capisce, e di altro. Abbiamo già comprato il terreno.--
Non era vero; ma Cardello non dubitava affatto delle parole del suo
padrone. Quando il Piemontese si metteva una cosa in testa!... Non
aveva detto: "Inizierò le pratiche col Demanio"? Per Cardello
significava: "Il terreno è comprato".
--E quei vasetti?--insisteva il vecchio non ancora persuaso.
--Ci ho messo le mani anche io.
--Sarà!... E le mille lire, le hai tu viste?
--Verranno.
--Aspèttale! Io sono vecchio,... Ma neppur tu che sei giovane vedrai
questa famosa fabbrica! A che scopo poi? Si campa a stento noialtri,
e fabbrichiamo cose di prima necessità, che costano pochi soldi. E
lui, il Piemontese, vuole arricchirsi con lo stagno?... Dice che
farà arricchire anche noi, e ci chiama in società! Lui è piemontese
e furbo. Ha imbrogliato il Municipio per la condotta dell'acqua; ma
noi, noi siamo assai più furbi di lui. Chi sa dove li ha comprati
quei vasetti stagnati, e vuoi darci a intendere, come l'ha dato a
intendere a te, che essi sono opera sua.
--Vi giuro...!
--Lascia andare! Mangi il suo pane; devi dire quel che vuole lui.
--Ebbene... Datemi un vasetto di terracotta fatto con le vostre
mani. Ve lo restituirò stagnato come quelli che il Piemontese vi
ha mostrato.
--Manderà a farselo stagnare al suo paese.
--Potrete assistere all'operazione; vedere coi vostri stessi occhi.
--Lascia andare! Mangi il suo pane, devi dire quel che vuol lui.
--Io sono bestia,--esclamò Cardello vedendo allontanare il
vecchio:--ma a questo mondo c'è gente più bestia di me!--
Ogni metro di conduttura messo a posto era per Cardello un
avvicinarsi alla realizzazione della fabbrica. Tra due mesi sette
rubinetti della fonte, ora muti, avrebbero schizzato fuori ridenti
getti di acqua, rumorosi, limpidi, da dissetare uomini e bestie, da
alimentare il lavatoio là dietro, e anche per annaffiare gli ortaggi
che potevano piantarsi nei terreni circostanti.
E, a pochi passi dalla fonte, sarebbe sorta la fabbrica delle
stoviglie, a dispetto degli stovigliai che la discreditavano
anticipatamente e avrebbero dovuto poi mordersi le mani per non aver
voluto entrare a far parte della Società.
Una mattina, andando a sorvegliare i lavori, Cardello non aveva
resistito al desiderio di dar un'occhiata al fondo. Le rovine del
vecchio convento erano ridotte a pochi muri, e a mezz'arco
crollante. Qua e là, pochi alberi di ulivi che crescevano stentati sul
terreno infecondo. Il fittaiolo, vedendolo guardare attorno, gli si
era avvicinato domandandogli che cosa cercasse.
--Niente. Questo fondo si vende?
--Ho l'affitto per nove anni.
--Non lo lascerete prima?
--Perchè dovrei lasciarlo? Pago una bazzecola.
--Ah!--fece Cardello, un po' deluso.
Chi vuole comprarlo?--domandò il contadino con aria di scoprir
terreno.
--Nessuno. Dicevo così per dire. E poi giacchè è affittato per nove
anni,--replicò Cardello misteriosamente:--Scusate il disturbo.
--Potremmo intenderci,--soggiunse il contadino, vedendo che colui se
n'andava.
Cardello non si volse addietro, non rispose. L'aver messo il piede
colà gli dava quasi il senso di una presa di possesso, non ostante i
nove anni di fitto vantati da quel contadino. E lungo la strada
sorrideva di sè stesso, per la sufficienza con cui aveva parlato, come
se il compratore avesse dovuto esser lui, e i quattrini li tenesse in
tasca o nella cassetta, o alla Banca!... Infine la fabbrica non
sarebbe stata un po' cosa sua?
* * *
Il Piemontese si era affaticato troppo in quegli ultimi giorni. Dopo
aver lavorato ginocchioni, curvo sui tubi da saldare, sotto la vampa
del sole che scottava, con appena qualche ora di riposo all'ombra di
un albero, la sera tornava a casa sfinito, e non aveva voglia neppur
di desinare. Beveva due tre bicchieri di vino sopra un boccone di
pane, e andava a letto. Si sarebbe buttato vestito su le materasse, se
Cardello non lo avesse aiutato a spogliarsi.
Quella notte Cardello, che dormiva nel camerino accanto, sentendolo
smaniare e voltarsi e rivoltarsi sul letto, stava per domandargli: "Ha
bisogno di qualche cosa?" Pel gran calore dormivano con gli usci
spalancati e con le due finestre della stanza vicina spalancate
anch'esse per godere il refrigerio dell'aria notturna.
Aperti gli occhi, si accorse che il padrone aveva acceso il lume.
Saltò giù dal letto. Il Piemontese era già in piedi.
--Si sente male?
--Ho una grande arsura, mi sembra di aver la febbre.
--Perchè non mi ha chiamato? Non sarà niente; è il troppo sole che ha
preso ieri....
--Volevo farmi una limonata.
--Si rimetta a letto; gliela faccio sùbito io. Avrebbe dovuto
chiamarmi.--
Il Piemontese tracannò avidamente la limonata. Era acceso in viso,
con la bocca arida, e non poteva star fermo sotto le lenzuola.
--Non si sventoli!--si raccomandava Cardello.
--Va' a letto; non mi occorre altro.
--Mi lasci star qui; tanto, non potrei più dormire.--
Cardello gli aveva detto: "Non sarà niente!" ma quella grande smania
e il viso un po' sconvolto del padrone gli mettevano in cuore uno
sgomento contro cui avrebbe voluto reagire.
Seduto a pie' del letto, con le mani su le ginocchia e gli occhi fissi
intenti sul padrone che smaniava, Cardello si perdeva a
fantasticare:
--E se si ammala ora, sul punto di terminare e consegnare il lavoro
della condotta dell'acqua? Ci voleva proprio questa
disgrazia!... Non si sventoli, per carità!--Gli passavano per la
testa presentimenti ancora più tristi.
"Siamo nelle mani di Dio! Da un giorno all'altro!... No! No!... Gli
faccio la iettatura, pensando queste brutte cose! Appena sarà giorno,
correrò da un medico... Potrò lasciarlo solo!... Manderò qualcuno del
vicinato."--Non si sventoli, fa peggio! Vuole un'altra limonata?
--Sì, sì! Vorrei anzi sentirmi scorrere in gola uno dei canali della
fontana!... Senti come scrosciano? Tutti e quattro!... E buttarmi
nella vasca!... Così!...--
Cardello dovè trattenerlo. La febbre lo faceva delirare.
--Beva!... Questa le farà bene!
--Grazie! Va' a letto.
--Non vede! È l'alba.
--Alziamoci dunque... Al lavoro!...
Il Piemontese fece l'atto di saltar giù dal letto, ma ricadde
supino, con gli occhi chiusi, col respiro affannoso, quasi esaurito
dallo sforzo, Cardello gli mise una mano alla fronte. Dio! Come
scottava!
Approfittando di quel momento di tranquillità, egli si era affacciato
a un balconcino, e aveva pregato uno del vicinato perchè andasse a
chiamare, di urgenza, un dottore.
Quindici giorni di angoscia! Si era sviluppato il tifo; Cardello
sembrava una larva di uomo, dopo tante giornate e tante nottate
passate a far l'infermiere, aiutato un po' da due operai incaricati di
eseguire i servizi fuori di casa. Nei momenti in cui la febbre non gli
offuscava la mente, il Piemontese seguiva con sguardi pieni di
gratitudine Cardello che preparava la vescica di gomma col ghiaccio,
le lenzuola da ricambiare, e badava a fargli prendere le medicine o ad
apprestargli le limonate. Sorridendo, gli diceva:
--Povero Calogero! Povero Calogero!--
Da lì a poco, il delirio lo riprendeva:
--Come hai fatto?... Imbecille!... Dovevi notare le dosi!... Ma
rammèntati dunque!... Hai preso questo preparato qui?... O
quest'altro?--Non so! Non ci ho badato!--Lasciami vedere! Una
meraviglia!--Non so! Non ci ho badato!--
Egli tentava di calmarlo, quasi il delirante potesse intendere
ragione.
--Ah!... Rammenti dunque? Bravo! Bravo! La nostra fortuna è fatta! Non
si è mai visto uno smalto simile. Il forno è acceso!... Che caldo!
Soffoco! Tutti i rubinetti! Fatemeli schizzare addosso... Li ho
messi in opera io... Dite al Sindaco che voglio tutta l'acqua per
me... altrimenti... ecco... li schianto a uno a uno! Così! Così!
E agitava le braccia, facendo l'atto di schiantare i rubinetti,
buttando via il lenzuolo che Cardello era pronto a rimettere al
posto, tentando di rabbonirlo:
--Sissignore... Tutti e sette per lei... Il Sindaco ha dato il
permesso... Stia fermo!
Era uno strazio!
* * *
Finalmente, al quattordicesimo giorno la crisi era superata. Il malato
sembrava destarsi da lungo sonno.
Quando il dottore gli disse:--Avete avuto un infermiere
maraviglioso!--il Piemontese prese Cardello per una mano e gliela
strinse, esclamando commosso:
--Povero Calogero! Povero Calogero!--
E al povero Calogero venivano le lacrime agli occhi, non per quelle
parole affettuose e per la gioia della convalescenza in cui entrava il
padrone, ma, di nuovo, pel terrore che c'era mancato poco ch'egli non
perdesse quel suo secondo padre, come lo chiamava, a cui voleva bene
più del suo vero padre da lui appena conosciuto e del quale gli
rimaneva soltanto un ricordo molto sbiadito e che andava
affievolendosi ogni giorno più con l'andare degli anni.
Tutte le volte che, parlando del Piemontese o ragionandone da sè,
gli accadeva di chiamarlo suo secondo padre, Cardello si metteva a
ridere, pensando:
--Quanti secondi padri ho io avuti! Prima l'Orso peloso, poi il
signor Decano; ora questo!--
E soggiungeva:
--Non ne voglio altri!--
Questa volta però, sentendosi stringere la mano, e udendo le
affettuose parole: Povero Calogero!--pur provando il terrore del
pericolo corso dal terzo secondo padre, e la gioia di vederlo salvo,
Cardello non rise; ormai, per lui il Piemontese era l'unico e vero
suo secondo padre!
Il giorno che il convalescente potè lasciare il letto, Cardello non
riusciva a star fermo dalla contentezza. Saltava, come un bambino, per
le stanze, si affacciava ai balconi, comunicava alle persone che
passavano la lieta notizia.--Stavo per fartene una brutta assai!--gli
diceva il Piemontese:--povero Calogero!
--Dica: Povero Cardello!--egli rispose:--come mi chiamavano al mio
paese quando ero ragazzo.
--Perchè?
--Credo perchè ero vispo come un cardellino.
--Da ora in poi ti chiamerò Cardello anche io. Ti fa piacere?
--Certamente. Mi parrà di tornar ragazzo.
XII.
LA FORTUNA DI CARDELLO.
Il giorno in cui fu inaugurata la condotta dell'acqua, Cardello non
stava nei panni.
Migliaia di persone attorno alla fonte in attesa di veder funzionare i
sette rubinetti di rame che, ripuliti il giorno avanti da lui,
luccicavano al sole quasi fossero di oro. Tutto il Municipio in gran
gala, la banda con la nuova divisa, impennacchiata, che si sfiatava a
suonare... E, al momento decisivo, marcia reale, appena l'acqua
schizzò con violenza, limpida come cristallo, tra un gran urlo di:
Viva! Viva! e infiniti bàttiti di mano. Era stato lui, Cardello,
che aveva aperto l'ultima valvola, distante un centinaio di passi
dalla fonte. E compiuta l'operazione, era corso a gridare: Viva!
Viva! anch'esso e ad applaudire, pallido dalla gran commozione, a
lato del Piemontese che riceveva congratulazioni da ogni parte. I
carabinieri stentavano a trattenere la folla che si pigiava per tuffar
le mani nella vasca, e i ragazzi che si davano spinte ed urtoni per
essere tra i primi a riempire le quartare e portar a casa l'acqua
nuova! Festa, delizia di paese assetato, e che pareva di essersi ora
ubbriacato con la sola vista dell'acqua sospirata da tanti anni!
La gioia di tutta quella gente era stata però niente a confronto di
quella di Cardello, a cui importava poco della sete altrui e che
avea gridato Viva! Viva! e avea battuto furiosamente le mani
unicamente pensando: "Ora daremo mano alla fabbrica!"
Egli aveva tale illimitata fiducia nell'abilità del Piemontese, da
figurarsi che le pratiche per la compra del terreno avrebbero potuto
condursi a termine in un paio di giorni. E quando vide che andavano
per le lunghe, e quando apprese che per lo fornaci occorreva l'opera
di un ingegnere pratico di quel genere di costruzioni, sentì uno
scoraggiamento grande. Aveva avuto la fabbrica davanti agli occhi,
come un miraggio, e così vicino che quasi gli sembrava di toccarla con
le mani, e ora la vedeva indietreggiare e allontanarsi in fondo in
fondo e dileguare, come al destarsi da un sogno.
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